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Scuola: come affrontare l’assessment

“Assessment”. Una prova che mette in ansia i genitori, ancor più che i bambini, e al quale molti expat non riescono a fare l’abitudine: perché sottoporre i ragazzi ad un esame per accedere a scuola?

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Scuola: come affrontare l'assessment
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“Assessment”. Una prova che mette in ansia i genitori, ancor più che i bambini, e al quale molti expat non riescono a fare l’abitudine: perché sottoporre i ragazzi ad un esame per accedere a scuola? Che si tratti di entrare alla pre-school, cambiare scuola oppure inserirsi ad anno iniziato (come spesso accade a chi si trasferisce qui a Dubai), prima o poi tutte le famiglie si trovano a vivere questo piccolo esame.

Per ridimensionare il peso dell’assessment, in particolare quando riguarda bambini che ancora frequentano l’asilo, abbiamo chiesto qualche consiglio a Nida O’Brien, preside di Nurseries Raffles International School, e a Mahira Zakiuddin, educational director di Blossom Nursery.

Gli assessment sono sempre vissuti con ansia dai genitori. Qualche consiglio perché le mamme e i papà non trasmettano negatività ai bambini? 

Nida O’Brien: i genitori dovrebbero chiaramente cercare di non essere ansiosi, poiché la loro ansia si trasmette ai bambini. La cosa migliore che una mamma e un papà possono fare prima di un assessment, è aiutare e incentivare il bambino ad essere più indipendente. Bisogna tener presente che l’assessment di un bimbo, che dalla nursery fa il test per entrare al KG1, in genere non è una prova scritta, ma è semplicemente dare l’opportunità di giocare insieme ad altri bimbi, che sono lì per lo stesso motivo. In maniera informale e tramite il gioco, si valutano quindi le capacità accademiche di ognuno.

Mahira Zakiuddin: è molto importante che i genitori capiscano una cosa: a questa età i bambini vengono valutati solo per lo sviluppo nelle tappe fondamentali legate alla crescita personale, sociale, emotiva e fisica (PSED); ecco perché è importante lasciare che i bambini giochino e si divertano. Chiedere ai bambini di scrivere, recitare e disegnare é solo fonte di stress che accende la parte rettiliana del cervello e riduce le capacità del bambino.

Qualche consiglio, invece, da dare ai bambini?

Nida O’Brien: potete dire al bimbo che l’assessment è come un play-date, ma allo stesso tempo spiegategli che è importante comportarsi bene. Ricordategli le basi delle buone maniere e ricordategli di usare ‘thank you’, ‘please’, ‘sorry’.
Mahira Zakiuddin: è meglio preparare i bambini a quello che succederà, spiegando loro che andranno in un posto nuovo, dove incontreranno una maestra di cui possono fidarsi. Rassicurateli e ripetete loro che qualsiasi cosa facciano andrà benissimo.

In genere quali sono i criteri di selezione?

Nida O’Brien: per il KG1 si osserva principalmente la capacità del bambino di salutare e separarsi dal genitore, oltre all’abilità a socializzare all’interno del gruppo dell’assessment. I bambini dovrebbero essere in grado di scrivere il proprio nome e di riconoscere i numeri da 1 a 10. In alcuni casi vengono prese in esame anche la fonetica, il disegno, la capacità di fare puzzle e il sapersi vestire da soli. Alcune volte viene letta una storia e viene poi chiesto ai bambini di parlarne.
Mahira Zakiuddin: i criteri variano a seconda dei sistemi e delle scuole. In ogni caso, per FS1/FS2 viene verificato lo sviluppo personale, sociale, emotivo e fisico del bambino.

Nel caso l’assessment non venga superato, come affrontare “l’insuccesso”?Nida O’Brien: se il bambino non si separa facilmente dalla mamma o dal papà, oppure se non risponde agli stimoli come previsto, i genitori possono invitare la scuola a mandare un insegnante/coordinatore ad osservare il bambino nell’ambiente familiare della nursery. Senza così un assessment formale. È una pratica comune in molte scuole.

Mahira Zakiuddin: è importante capire che cosa significa assessment negativo. Che il bambino non entri, non sia preso in una scuola? Per quali motivi? È fondamentale che i genitori indaghino, perché raramente le scuole respingono i bambini ai gradi dell’Early Years o del KS1. Normalmente vengono respinti quando non c’è sufficiente disponibilità di posti oppure quando i bimbi hanno special needs, bisogni particolari: in questo caso la scuola dovrebbe però lavorare unitamente ai genitori per affiancare un insegnate di sostegno (shadow teacher).

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda Dubaitaly.

2 Comments

2 Comments

  1. chiarabi86@gmail.com

    Giugno 1, 2015 at 15:35

    Sinceramente trovo che lo sviluppo di un bambino cambi radicalmente da individuo ad individuo, sia per quel che concerne la tempistica che per ciò che riguarda l’emotività o l’intelligenza (purtroppo la scuola in generale non tiene conto dell’esistenza delle diverse forme di intelligenza, visiva, uditiva e cinestetica, affidandosi prettamente al metodo visivo e penalizzando coloro che dispongono di strumenti di apprendimento differenti). Pertanto non credo che una semplice valutazione possa effettivamente identificare al meglio l’idoneità di un bambino ad essere ammesso o meno in una classe. Penso che forse sarebbe il caso di verificare la capacità delle maestre nel saper gestire un insegnamento a 360 gradi, che tocchi la mente di ogni bambino indipendentemente dalla qualità dell’intelligenza di cui egli dispone. Ci stiamo attaccando troppo a questi criteridi valutazione che non incentivano i piccoli nel migliorarsi ma, al contrario, rischiano di imprimere prematuramente un “marchio” del quale in seguito sarà molto difficile liberarsi e che conferisce al bambino una sorta di rassegnazione per quel che riguarda l’approccio allo studio e all’ automiglioramento. Nei Paesi scandinavi l’insegnamento non prevede alcun tipo di valutazione fino ai 14 anni e direi che questo fatto non li rende ultimi a nessuno nel panorama internazionale. Invece che giudicare i bimbi caricandoli del “peso” della loro eterogeneità e diversità, si attivano per creare e sviluppare nuove modalità d’insegnamento volte a maturare un metodo personale di studio che possa agevolare l’apprendimento dell’individuo, piuttosto che l’imposizione di un’unica rigorosa metodologia applicata indistintamente a tutti i bambini. Anche l’indipendenza del bambino non è un fattore così importante, ricordo alcuni miei compagni di classe sciogliersi in lacrime ogni mattina per il fatto di dover lasciare la mamma e adesso sono adulti completi, colti e senza alcun “problema” di sorta, non vedo perchè giudicare un bambino di 5 anni in base alla sua incapacità di separarsi dalla madre. Io non sono una mamma, mi piacerebbe diventarlo in un futuro abbastanza prossimo, ma devo dire che quando mi trovo di fronte a questo genere di cose mi rallegro di non avere ancora dei figli. Spero proprio che quando arriverà quel momento troverò delle istituzioni che possano sostenermi offrendo ai miei bambini qualcosa di più che non una mera classificazione basata su standard approssimizzati.

    • elisabetta.norzi@gmail.com

      Giugno 1, 2015 at 16:34

      Ciao Chiara, purtroppo il sistema scolastico e i criteri di ingresso nelle scuole di Dubai funzionano così, non abbiamo scelta. C’è da dire che, se la scuola ha disponibilità di posti, in linea di massima l’assessment é solo una formalità.

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Dubai Smart City: una App per i cittadini

“Una app per domarli, una app per trovarli, una app per ghermirli e nel telefono incatenarli”. Si sta ovviamente parlando degli accessi ai servizi e di come Dubai si prepari al nuovo decennio.

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Dubai Smart City: una App per i cittadini
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Al-Gollum stringe il cellulare con foga, gli occhi neri assetati di controllo, facendo trasparire la smania di possesso. “Il mio tesssssoro…“. Borbottando tra sé e il suo alter ego, Sir Smeagol, un gutturale mantra risuona nella pianura della Contea di Dubai. “Una App per domarli, una App per trovarli, una App per ghermirli e nel telefono incatenarli”. Si sta ovviamente parlando degli accessi ai servizi.

Non possiamo dargli torto: spesso e volentieri è una gran rottura di scatole doversi interfacciare con così tante App e soprattutto ricordarsi tutti i dannati login. Senza contare poi le varie claustrofobiche richieste di dati che ogni dipartimento sembra inventarsi assieme ad un selettivo gruppo di Elfi. Ebbene, finalmente sembra che ci sia qualcosa di veramente Smart, fatto su misura per noi Hobbit delle sabbie, che promette di semplificare la vita di tutti i giorni.

Gli Emirati sono tra i primi Paesi ad avere instaurato una struttura dedicata al servizio di Smart Government. Dubai si è focalizzata costantemente sulla digitalizzazione sin dal 2015, chiudendo gap tecnologici e semplificando la burocrazia, controllandone i movimenti. Per dare una visione generale è stato creato il sito dedicato, smartgoverment.ae, mentre è già una realtà diffusa l’App Dubai Now.

Smart City

La strada verso una vera Smart City vede l’implementazione di diverse strategie che unisco l’ottimizzazione dei processi, tramite l’uso di tecnologie. La trasformazione parte dallo studio del traffico e della viabilità, che è a tutti gli effetti (abbastanza stranamente, direi) il principale ago della bilancia per determinare il livello di intelligenza della città. Detta così, sembrerebbe che l’attenzione ai mezzi pubblici passi in secondo piano, mentre invece è proprio l’opposto. Le Smart City si basano, tra le altre cose, su una rete di sensori costantemente connessi, chiamata Internet Of Things (IoT, l’internet delle cose).

L’IoT è importante perché permette l’ottimizzazione di tutto, dalla circolazione di cose e persone alla distribuzione e all’accesso alle risorse. Questo impatta successivamente in diversi ambiti, soprattuto burocratici e servizi indiretti. Alcuni esempi sono l’eliminazione della carta, l’accesso continuo ai servizi pubblici, portali per impiego o pagamento garantiti, e non ultimo anche i trasporti e le attività connesse. Una volta messa in piedi la struttura, la città ha bisogno di automatizzare la raccolta di informazioni e richieste, e per farlo è certamente più veloce passare sulle proprietà pubbliche che non su quelle private.

Il risultato dopo quattro anni di sforzi si vede, oltre che nello snellimento dei servizi ai residenti e alle aziende, anche da altri fattori che rendono Dubai ogni giorno più vicina alla totale automazione. Government of happiness, registrazione online per fornitori di servizi, pagamento delle bollette, rinnovo assicurazione per la macchina e tanto altro, tutto online.

Che cos’è Dubai Now

Dubai Now è l’App sviluppata dal Governo locale per racchiudere tutti i servizi necessari a vivere e svolgere qualsiasi tipo di attività a Dubai. Al momento è possibile accedere a ben 50 servizi governativi. L’App è disponibile sugli store e si può accedere alla piattaforma anche da computer, tramite il sito ufficiale.

A parte l’ovvia comodità di avere a portata di mano qualsiasi servizio si stia cercando in maniera più semplice e diretta, l’App mostra anche gli sforzi del Governo di centralizzare le attività dei ben 22 dipartimenti emiratini, in ottemperanza alla visione di Sheikh Mohammed per Dubai 2021. Oltre alle bollette e alle multe, potrete accedere anche a servizi per la vostra NOL card, Dubai Police, sfogliare la lista dei medici e delle cliniche, raccogliere informazioni su come registrare un’azienda e molto altro.

Sicuramente questo fa parte di un piano più ampio, che la città ha messo in atto per gestire meglio le aspettative di una crescita e che sembra otterrà un’ulteriore spinta a partire da Expo 2020 e anche in vista delle trasformazioni che stanno avvenendo nella regione. Il Medio Oriente, capitanato dal colosso finanziario dell’Arabia Saudita, si sta aprendo sempre più ai mercati Occidentali e gli Emirati, ancora una volta, sono in corsa per record e adozione di tecnologie come mai prima d’ora.

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Happy Halloween

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Happy Halloween

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Non fa parte della nostra tradizione, ma qui, dove domina la cultura anglosassone, è una festa sentita o quantomeno molto celebrata. Di cosa stiamo parlando? Di Halloween ovviamente: amatissima dai bambini, ma anche da tanti adulti. In giro per la città le feste a tema sono proposte da quasi tutti i locali e all’interno dei compound soprattutto, ma anche delle torri, piccoli eserciti di bimbi travestiti suonano alle porte chiedendo il loro Trick or Treat? (Dolcetto o scherzetto?).

Se appendete una zucca, uno scheletro, un fantasma o qualsiasi altra decorazione di fronte alla vostra casa, questo significa che intendete partecipare alla festa e i bimbi busseranno anche alla vostra porta per avere qualche caramella o un dolcetto (non scordatevi, quindi, di fare scorte).

Ecco il “regolamento” che circola in questi giorni sui vari gruppi Facebook di expat in città:

  • Offrite solo caramelle o dolciumi impacchettati singolarmente (evitate quindi prodotti fatti in casa o caramelle sciolte)
  • Non bussate a nessuna porta senza che non sia decorata o abbia le luci spente, per non disturbare le famiglie che non desiderano festeggiare
  • Spegnete le luci o togliete gli addobbi se avete finito i dolcetti
  • Non andate a bussare oltre le 20, massimo 20.30
  • Se siete in automobile, fate attenzione, all’interno dei compound, ai bambini che attraversano le stradine e segnalate alla security automobili che procedono a velocità troppo sostenuta

Qui trovate invece i consigli di Timeout Dubai sui migliori party e brunch in città.

Tra leggenda e storia

Le origini di Halloween vanno ricercate nella cultura celtica che, il 31 ottobre, celebrava la fine dell’anno. Poiché si trattava di una realtà contadina, ottobre rappresentava la fine dell’estate, quindi il tempo di mettere al riparo raccolto e bestiame, e di festeggiare, prima di affrontare l’inverno. E durante questa ultima notte dell’anno, la credenza era che tutti, compresi gli spiriti e i morti, vagassero sulla terra per divertirsi. La tradizione del “Dolcetto o scherzetto”? Si pensa derivi dal fatto che i celtici temessero gli scherzi di elfi e spiriti maligni e quindi offrissero loro dolciumi per tenerli occupati e distanti. Significato simile anche per la zucca: veniva intagliata con volti minacciosi e si inseriva all’interno una candela per tenere lontani gli spiriti dei morti dalle case.

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Smallfoot, l’uomo delle nevi nel deserto

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Smallfoot, l'uomo delle nevi nel deserto

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Sarà tutto quel manto, bianco come l’abito papale, ma aver visto in aereo “Smallfoot – Il mio amico delle nevi” in questi giorni, durante i quali i media ci ricordano continuamente della storica imminente visita di Sua Santità negli Emirati, mi ha fatto riflettere sul messaggio del film, e su quanto sia importante spiegarlo ai nostri bambini e ragazzi che crescono qui: in un ambiente sicuramente aperto e multiculturale, ma con tasti delicati che è meglio evitare di sfiorare nel modo sbagliato.

La metafora delle pietre sulle quali è scolpita in modo indelebile la verità assoluta e incontestabile è un richiamo diretto non solo alle religioni più dogmatiche – o alle interpretazioni più dogmatiche di religioni altrimenti ragionevolmente tranquille -, ma anche alla fissità verso la quale si sta muovendo il pensiero umano, in qualunque campo. Il gruppetto di giovani Yeti che segretamente raccolgono reperti come prova dell’esistenza di mondi in contrasto con i dettami delle leggi scritte, e la loro curiosità naturale, che si contrappone alla paura e al desiderio di proteggere la propria specie, all’origine delle leggende trasformate in verità dagli antichi Guardiapietre, sono un perfetto specchio di tante situazioni oramai estremizzate della realtà, un po’ ovunque. Dalla religione al razzismo, dalle posizioni politiche alle teorie scientifiche, arrivando perfino alle ossessioni culinarie e alle preferenze alimentari, sembra proprio che il nostro mondo di adulti sia diventato la parodia di un cartone animato per bambini, pur partendo molte volte da intenzioni nobili o comunque da motivazioni in buona fede a sostegno di questa o quella tesi e credenza.

La conoscenza è potere, ma come ottenere questa conoscenza e cosa farsene di questo potere? La domanda centrale del film è niente affatto banale. La risposta di “Smallfoot” è semplice: è il modo di avvicinarsi alla conoscenza che fa la differenza. Conta la voglia di capire gli altri con apertura e senza pregiudizi, di essere pronti a fare e ricevere domande e a dare e ottenere risposte con curiosità verificando tutto di persona, senza accettare nessuna lezione dall’alto come oro colato, ma allo stesso tempo senza necessariamente disprezzare o considerare in malafede e animato da chissà quali obiettivi maligni chi la vede diversamente.

Manifestare dubbi e cercare chiarezza non significa necessariamente lanciare una sfida incattivita. Allo stesso tempo posizioni che possono apparire retrograde e conservatrici magari hanno radici più profonde di quanto non possa sembrare. Solo accettando questo discorso diventa possibile superare ostilità e paure anche giustificate inizialmente, e trovare un linguaggio comune, punti di contatto e compromessi di coesistenza pacifica.

Certo non è facile andare a pescare le parole adatte, non solo per far arrivare il messaggio ai bambini, ma anche e soprattutto per farlo arrivare vivendo in un paese come questo, con il retropensiero sempre presente di dover evitare successivamente gaffe e situazioni potenzialmente incresciose con estranei. In tal senso, allora, “Smallfoot” diventa un prezioso alleato. E poi, alcuni dialoghi sono esilaranti e le musiche veramente belle.

Buona visione!

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