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Gioie e dolori di crescere bambini multilingua: consigli pratici

“I want booze!” “I want booze!” “I waaaant the boooooze!” [tradotto letteralmente: “Voglio la bevanda alcolica!” “Voglio la bevanda alcolica!” “Voglio la bevanda alcolicaaaaaaaaa!”] urla la mia bambina di due anni quando entriamo da Starbucks, segnando un nuovo punto basso nel mio percorso di genitore multilingua.

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Gioie e dolori di crescere bambini multilingua: consigli pratici
Tempo di lettura stimato: 10 minuti

*Questo articolo è stato gentilmente concesso da And Then We Moved To e tradotto in italiano

“I want booze!” “I want booze!” “I waaaant the boooooze!” [tradotto letteralmente: “Voglio la bevanda alcolica!” “Voglio la bevanda alcolica!” “Voglio la bevanda alcolicaaaaaaaaa!”] urla la mia bambina di due anni quando entriamo da Starbucks, segnando un nuovo punto basso nel mio percorso di genitore multilingua.

La signora in fila dietro di me appoggia la mano sulla mia spalla e mi chiede, con uno sguardo al tempo stesso divertito e preoccupato “Sua figlia le ha chiesto una bevanda alcolica?”. Con uno sforzo supremo per mantenere la calma, rispondo “Sì, in realtà mi sta chiedendo il cocomero nella mia lingua madre. Vede, cocomero in urdu si dice ‘tarbooze’, ma lei non riesce a dire la parola intera e quindi dice ‘booze’”. Non vi dico gli sguardi assai poco celati di disapprovazione che mi sono presa! Hashtag: genitoridegeneri.

Da parte sua, mia figlia era finalmente soddisfatta dell’enorme macedonia di frutta fresca con tanta ‘bevanda alcolica’ (cocomero). La signora ha fatto un sorriso ironico.

Quel giorno ho capito due cose importanti:

1. Se un bambino mescola due lingue si possono creare situazioni pericolose, perché la stessa richiesta fa ridere in una lingua, ma è estremamente allarmante in un’altra.

2. In tutta probabilità quello sarebbe stato solo il primo di tanti episodi esilaranti che avrei vissuto in quanto mamma di bambini multilingua.

Ma diamo tempo al tempo, facciamo un passo indietro per farvi capire come sono arrivata a questo punto della mia vita.

C’erano una volta due persone bilingue che si sono incontrate e si sono innamorate. Si sono sposate; hanno viaggiato per il mondo e successivamente la famiglia è cresciuta. Hanno avuto due bambini e hanno deciso di insegnare loro le rispettive lingue madri e la ricchezza delle varie culture di origine. Ed ecco i primi problemi…come si insegnano quattro lingue ai bambini?

Ma non finisce qui, i due sono expat a vita, sempre in viaggio da un paese a un altro, esposti a un numero sempre crescente di lingue diverse, ma sempre lontani dai nonni, dalla famiglia e dagli amici. I due hanno letto molti libri e molti articoli sul tema del multilinguismo, ma per lo più parlavano solo di bambini bilingue, non trilingue o addirittura multilingue. E quindi hanno fatto da soli, accordandosi su un modello linguistico stabilito, adattandolo alle esigenze specifiche, non senza diversi tentativi andati male.

Benvenuti nel nostro mondo! Chi ci conosce sa quanta passione mettiamo sia io che Martino nell’insegnare ai bambini le nostre lingue madri. Ma quello che non tutti sanno è che questa è probabilmente una delle difficoltà più grandi che ci troviamo ad affrontare quotidianamente. Prima di condividere le gioie e i dolori del crescere bambini multilingua e le mie esperienze sul campo, credo sia importante spiegare il contesto delle nostre origini e lingue.

Le nostre lingue madri

Io sono di lingua madre inglese e urdu. Quando vivevo a New York nella metà degli anni Ottanta, i miei genitori del sud dell’Asia parlavano in urdu a casa, sia a me che a mia sorella, ma parlavamo inglese al di fuori del nucleo familiare con insegnanti, amici, vicini di casa (lingua secondaria a casa, lingua primaria al di fuori). Quando siamo rientrati in Pakistan, sono andata a una scuola media privata inglese, dove ho studiato tutto, matematica, scienza, biologia, in inglese. Crescendo in Pakistan mescolavo in continuazione inglese e urdu, prendendo parole da una lingua e inserendole nell’altra, a volta nel bel mezzo di una stessa frase. Questi continui passaggi spiegano la mia più grande difficoltà nel crescere bambini multilingua: mantenere la coerenza nella stessa lingua.

Anche mio marito è cresciuto bilingue, con mamma tedesca e papà italiano, e vivevano in Germania. Per lui la regola della lingua era semplice: parli in una lingua con uno dei due genitori, secondo la ben nota regola stesso genitore, stessa lingua. Per cui è cresciuto parlando tedesco con la mamma e italiano con il papà. Ancora oggi, quando andiamo a cena dai suoi lui parla in tedesco con la mamma, e quando gli parla il papà risponde automaticamente in italiano.

Mio marito e io ci siamo conosciuti nel Regno Unito, studiavamo insieme all’università. Il che vuol dire che dal primo giorno abbiamo parlato tra di noi in inglese. Nei primi anni insieme, prima e subito dopo il nostro matrimonio, ci siamo sforzati di imparare l’uno le lingue dell’altro. Io ho imparato il tedesco, e lui l’urdu. L’abbiamo fatto di modo che, il giorno in cui avessimo avuto bambini, saremmo stati sempre in grado di capire quello che l’altro genitore avrebbe detto ai piccoli. Ho imparato anche a capire l’italiano parlato, pur senza studi formali. E, se ho qualche dubbio, ricorro al gesticolare con le mani per farmi capire, proprio come fanno gli Italiani.

Le nostre regole linguistiche da genitori

Quando è venuto il momento di scegliere le lingue da insegnare ai nostri bambini, abbiamo dovuto prendere alcune decisioni difficili. Visto il successo del modello “stesso genitore, stessa lingua” ovunque nel mondo, abbiamo deciso che questo sarebbe il nostro approccio linguistico di base. Ma poi abbiamo sofferto nella scelta delle lingue. Io ho optato per l’urdu: è la mia prima lingua ed è molto più facile impararla da piccoli che in seguito. Sapevo anche che sarebbero cresciuti lontani dal Pakistan, per cui era importante per me che ne conoscessero la lingua, in modo da mantenere i contatti con questa parte della loro identità. Ho dato per scontato che avrebbero imparato comunque l’inglese, ovunque fossimo andati a vivere.

Mio marito ha avuto molte più difficoltà; alla fine ha scelto il tedesco, che è pur sempre la sua lingua madre. Dato che i suoi genitori vivono in Germania, pensava che fosse meglio che i bambini capissero e parlassero tedesco, di modo da sentirsi a casa nel suo paese di origine. Inoltre il mio tedesco è di gran lunga migliore del mio italiano, ed era giusto che lui parlasse ai bambini in una lingua che anche io sono in grado di comprendere.

Al momento in cui scrivo queste righe, Mina ha tre anni e mezzo e Mikail uno. Per cui il nostro modello linguistico in famiglia funziona così:

Martino ai bambini (e viceversa): tedesco Io ai bambini (e viceversa): urdu Martino a me (e viceversa): inglese Mina (3 anni e mezzo) a Mikail (un anno): in corso di evoluzione, ma prevalentemente inglese Esposizione ad altre lingue: italiano (nonno e famiglia italiani), cinese (scuola a Singapore), arabo (scuola e comunità a Dubai)

Fuori di casa, nostra figlia Mina si era abituata a parlare inizialmente in cinese e in inglese, dato che vivevamo a Singapore. Conosceva molte parole in cinese fino all’età di due anni e mezzo ed era in grado anche di cantare canzoncine per bambini in cinese. Da quando ci siamo spostati a Dubai, le lingue a scuola sono l’arabo e l’inglese. Conosce già molto bene l’arabo, sa diverse parole, canzoni ed è anche in grado contare.

Magari vi starete chiedendo, che fine ha fatto l’italiano? Beh, il nonno italiano parla ai nipoti in italiano. Ci piacerebbe abitare più vicino, in modo che i bambini siano maggiormente esposti all’italiano, tramite il nonno e il lato italiano della famiglia, ma è comunque sorprendente la facilità con cui Mina impara al volo le parole fondamentali per i bambini piccoli, ad esempio “parco giochi” e “cioccolatini”. Speriamo entrambi che i bambini possano comprendere un po’ di italiano e magari in futuro studiare formalmente la lingua e riavvicinarsi alle proprie origini italiane. Il nostro cognome d’altronde è un italianissimo Ottimofiore, e ci sentiamo una famiglia molto italiana sotto molti punti di vista, in particolar modo il mangiare, e sarebbe davvero un peccato che questa bella lingua andas
se perduta.

Le difficoltà dei bambini multilingua

1. Ritardo nel parlare: qualunque logopedista vi dirà che è normale che un bambino esposto a due lingue abbia qualche ritardo nel parlare. Confermo. Ma voglio che sappiate che è assolutamente normale; da genitori, non preoccupatevi, e non pensate mai che state “stressando” i bambini con troppe lingue. Avviene molto spesso che un bambino multilingua raggiunga le tappe di apprendimento linguistico con sei mesi di ritardo rispetto a un bambino esposto a una sola lingua. D’altra parte, ricordiamo che un bambino multilingua deve imparare a dire “cane” non in una sola lingua, ma in due o tre, e questo può richiedere un po’ più di tempo.

2. Fare confusione tra due o più lingue: la prima volta che mia figlia ha mischiato urdu e tedesco (una ben strana combinazione!), mi sono molto preoccupata. Avevo paura che la stessimo confondendo. A quanto pare, non era affatto così. È del tutto normale che un bambino faccia confusione tra due o più lingue in fase di apprendimento. Ma non vuol dire che siano realmente confuse, solo che stanno ancora sviluppando il proprio vocabolario e quindi scelgono le parole che conoscono in una lingua anche mentre si esprimono in un’altra.

3. I bambini cercano sempre scorciatoie: siate preparati e pianificate una strategia per affrontare la questione, insieme all’altro genitore. È normale che i bambini cerchino la via più breve, ma da genitori è altrettanto importante non cedere. Mina ha avuto un momento di forte ribellione a tre anni, quando si è resa conto che “ma un momento, mamma, papà, voi parlate in inglese tra di voi, perché io non posso parlare inglese con voi?”. La risposta di Martino è stata: “se vuoi parlare con me, devi parlare in tedesco”. Può sembrare troppo severa, ma su questo punto non ci sono margini di negoziazione. Le ha anche spiegato che lui viene dalla Germania, parla tedesco e vuole che anche lei parli tedesco. E adesso Mina va dicendo tutta orgogliosa ai compagni di classe “papà è tedesco, e parliamo tedesco insieme”.

4. Equilibrio tra coerenza e praticità: è molto importante mantenere la coerenza nel parlare una lingua, ma in certe situazioni sociali la praticità deve avere la precedenza. Quando un’amica di Mina è venuta alla sua festa di compleanno e le ha dato il regalo, ho detto a Mina in inglese “ringrazia per il bellissimo regalo!”. Avrei potuto benissimo dirlo in urdu e Mina avrebbe capito, ma l’altra bambina e la mamma non avrebbero fatto altrettanto, e quindi per rispetto della buona educazione sociale a volta è necessario ricorrere alla lingua di uso comune, come in questo caso. Temevo che mia figlia si sarebbe confusa, ma a quanto pare è molto brava nel capire il contesto sociale e sa quale lingua deve usare e con chi.

Le gioie dei bambini multilingua

1. Essere in grado di comunicare con facilità con amici e parenti nei paesi di origine: nel corso del nostro ultimo viaggio in Germania è successa una cosa meravigliosa. Dopo una settimana con i parenti e gli amici del posto, Mina mi si è avvicinata con fare pensieroso e mi ha detto “mamma, qui parlano tutti come papà.” Ci ho messo un minuto per capire cosa volesse dire; stava osservando che in Germania tutti parlano tedesco, come il suo papà. Per lei questa è stata una bellissima scoperta, ed era felice di capire quello che tutti, parenti e amici, le stavano dicendo. Il massimo poi è stato capire i cartoni animati in tedesco!

2. Avere a disposizione una lingua “segreta”, a seconda di dove ci si trova: è questo probabilmente l’aspetto migliore e più divertente dell’avere bambini multilingua e di vivere in una famiglia multilingua. Possiamo scegliere tra molte lingue, e cerchiamo di rendere la cosa divertente per i bambini: ad esempio, con i parenti italiani ci divertiamo a parlare in urdu, a Dubai (dove viviamo attualmente) la nostra lingua segreta è di solito il tedesco.

3. È più facile esporre bambini multilingua a culture diverse: sono abituati alla varietà, a persone che parlano in modo diverso e a parlare a loro volta in modi diversi. Il multilinguismo aiuta i nostri bambini a capire il mondo e a entrare in contatto con il paese dove ci siamo appena trasferiti. Mina capisce che sta imparando l’arabo a scuola perché vive a Dubai ed è la lingua ufficiale degli Emirati Arabi Uniti.

4. È un gran dono e da una marcia in più nel mondo di oggi: da un punto di vista cognitivo, conoscere molte lingue è un dono perché rende più facile apprenderne altre in seguito. Diversi studi hanno dimostrato che il multilinguismo mantiene giovane il cervello e riduce il rischio dell’insorgenza di demenza e Alzheimer nella seconda metà della vita. Nell’epoca in cui viviamo, di globalizzazione e interconnessione, il multilinguismo è un sicuro vantaggio. Per i nostri bambini expat esposti a una terza cultura, rappresenta un ottimo modo per dare un senso di identità e trasmettere le proprie radici.

Spero che vi abbia fatto piacere leggere della nostra famiglia multilingua e delle gioie e dolori che ne conseguono. Per coloro che condividono la nostra situazione o stanno per intraprendere il cammino del multilinguismo.

Consigli sull’educazione dei bambini multilingua

1. Stabilite con chiarezza il sistema linguistico e il modo in cui lo utilizzerete.

2. Stabilite con chiarezza i vostri obiettivi linguistici: volete che i vostri figli abbiano una conoscenza attiva della lingua (e siano quindi in grado di esprimersi in una data lingua) o vi accontentate di una conoscenza passiva (essere in grado di capire, ma non di esprimersi)?

3. Confrontatevi con quante più famiglie multilingua, per capire le loro strategie. Condividere le esperienze può essere di grande aiuto in questo percorso.

4. Evitate di essere troppo severi con voi stessi o con i vostri figli: la cosa più importante è divertirsi.

5. Ogni bambino ha le proprie esigenze, siate pronti a cambiare aspettative e approccio.

6. Fatevi aiutare dalle famiglie, dai nonni e dagli amici. Chiedete di parlare ai bambini nelle loro lingue madri.

7. Gesti semplici come sedersi a cena tutti insieme possono aiutare molto a rafforzare l’uso di una lingua, oppure leggete ai bambini nella vostra lingua madre durante la routine di addormentamento.

8. Pazienza, pazienza, pazienza: sarete tentati spesso di rinunciare, forse anche diverse volte al giorno, ci saranno rivolte, momenti di confusione e difficoltà, ma è importante prendere le cose con filosofia e insistere. Ci vorrà molta pazienza, ma chi la dura la vince.

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Dubai Smart City: una App per i cittadini

“Una app per domarli, una app per trovarli, una app per ghermirli e nel telefono incatenarli”. Si sta ovviamente parlando degli accessi ai servizi e di come Dubai si prepari al nuovo decennio.

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Dubai Smart City: una App per i cittadini
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Al-Gollum stringe il cellulare con foga, gli occhi neri assetati di controllo, facendo trasparire la smania di possesso. “Il mio tesssssoro…“. Borbottando tra sé e il suo alter ego, Sir Smeagol, un gutturale mantra risuona nella pianura della Contea di Dubai. “Una App per domarli, una App per trovarli, una App per ghermirli e nel telefono incatenarli”. Si sta ovviamente parlando degli accessi ai servizi.

Non possiamo dargli torto: spesso e volentieri è una gran rottura di scatole doversi interfacciare con così tante App e soprattutto ricordarsi tutti i dannati login. Senza contare poi le varie claustrofobiche richieste di dati che ogni dipartimento sembra inventarsi assieme ad un selettivo gruppo di Elfi. Ebbene, finalmente sembra che ci sia qualcosa di veramente Smart, fatto su misura per noi Hobbit delle sabbie, che promette di semplificare la vita di tutti i giorni.

Gli Emirati sono tra i primi Paesi ad avere instaurato una struttura dedicata al servizio di Smart Government. Dubai si è focalizzata costantemente sulla digitalizzazione sin dal 2015, chiudendo gap tecnologici e semplificando la burocrazia, controllandone i movimenti. Per dare una visione generale è stato creato il sito dedicato, smartgoverment.ae, mentre è già una realtà diffusa l’App Dubai Now.

Smart City

La strada verso una vera Smart City vede l’implementazione di diverse strategie che unisco l’ottimizzazione dei processi, tramite l’uso di tecnologie. La trasformazione parte dallo studio del traffico e della viabilità, che è a tutti gli effetti (abbastanza stranamente, direi) il principale ago della bilancia per determinare il livello di intelligenza della città. Detta così, sembrerebbe che l’attenzione ai mezzi pubblici passi in secondo piano, mentre invece è proprio l’opposto. Le Smart City si basano, tra le altre cose, su una rete di sensori costantemente connessi, chiamata Internet Of Things (IoT, l’internet delle cose).

L’IoT è importante perché permette l’ottimizzazione di tutto, dalla circolazione di cose e persone alla distribuzione e all’accesso alle risorse. Questo impatta successivamente in diversi ambiti, soprattuto burocratici e servizi indiretti. Alcuni esempi sono l’eliminazione della carta, l’accesso continuo ai servizi pubblici, portali per impiego o pagamento garantiti, e non ultimo anche i trasporti e le attività connesse. Una volta messa in piedi la struttura, la città ha bisogno di automatizzare la raccolta di informazioni e richieste, e per farlo è certamente più veloce passare sulle proprietà pubbliche che non su quelle private.

Il risultato dopo quattro anni di sforzi si vede, oltre che nello snellimento dei servizi ai residenti e alle aziende, anche da altri fattori che rendono Dubai ogni giorno più vicina alla totale automazione. Government of happiness, registrazione online per fornitori di servizi, pagamento delle bollette, rinnovo assicurazione per la macchina e tanto altro, tutto online.

Che cos’è Dubai Now

Dubai Now è l’App sviluppata dal Governo locale per racchiudere tutti i servizi necessari a vivere e svolgere qualsiasi tipo di attività a Dubai. Al momento è possibile accedere a ben 50 servizi governativi. L’App è disponibile sugli store e si può accedere alla piattaforma anche da computer, tramite il sito ufficiale.

A parte l’ovvia comodità di avere a portata di mano qualsiasi servizio si stia cercando in maniera più semplice e diretta, l’App mostra anche gli sforzi del Governo di centralizzare le attività dei ben 22 dipartimenti emiratini, in ottemperanza alla visione di Sheikh Mohammed per Dubai 2021. Oltre alle bollette e alle multe, potrete accedere anche a servizi per la vostra NOL card, Dubai Police, sfogliare la lista dei medici e delle cliniche, raccogliere informazioni su come registrare un’azienda e molto altro.

Sicuramente questo fa parte di un piano più ampio, che la città ha messo in atto per gestire meglio le aspettative di una crescita e che sembra otterrà un’ulteriore spinta a partire da Expo 2020 e anche in vista delle trasformazioni che stanno avvenendo nella regione. Il Medio Oriente, capitanato dal colosso finanziario dell’Arabia Saudita, si sta aprendo sempre più ai mercati Occidentali e gli Emirati, ancora una volta, sono in corsa per record e adozione di tecnologie come mai prima d’ora.

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Happy Halloween

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Happy Halloween

Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Non fa parte della nostra tradizione, ma qui, dove domina la cultura anglosassone, è una festa sentita o quantomeno molto celebrata. Di cosa stiamo parlando? Di Halloween ovviamente: amatissima dai bambini, ma anche da tanti adulti. In giro per la città le feste a tema sono proposte da quasi tutti i locali e all’interno dei compound soprattutto, ma anche delle torri, piccoli eserciti di bimbi travestiti suonano alle porte chiedendo il loro Trick or Treat? (Dolcetto o scherzetto?).

Se appendete una zucca, uno scheletro, un fantasma o qualsiasi altra decorazione di fronte alla vostra casa, questo significa che intendete partecipare alla festa e i bimbi busseranno anche alla vostra porta per avere qualche caramella o un dolcetto (non scordatevi, quindi, di fare scorte).

Ecco il “regolamento” che circola in questi giorni sui vari gruppi Facebook di expat in città:

  • Offrite solo caramelle o dolciumi impacchettati singolarmente (evitate quindi prodotti fatti in casa o caramelle sciolte)
  • Non bussate a nessuna porta senza che non sia decorata o abbia le luci spente, per non disturbare le famiglie che non desiderano festeggiare
  • Spegnete le luci o togliete gli addobbi se avete finito i dolcetti
  • Non andate a bussare oltre le 20, massimo 20.30
  • Se siete in automobile, fate attenzione, all’interno dei compound, ai bambini che attraversano le stradine e segnalate alla security automobili che procedono a velocità troppo sostenuta

Qui trovate invece i consigli di Timeout Dubai sui migliori party e brunch in città.

Tra leggenda e storia

Le origini di Halloween vanno ricercate nella cultura celtica che, il 31 ottobre, celebrava la fine dell’anno. Poiché si trattava di una realtà contadina, ottobre rappresentava la fine dell’estate, quindi il tempo di mettere al riparo raccolto e bestiame, e di festeggiare, prima di affrontare l’inverno. E durante questa ultima notte dell’anno, la credenza era che tutti, compresi gli spiriti e i morti, vagassero sulla terra per divertirsi. La tradizione del “Dolcetto o scherzetto”? Si pensa derivi dal fatto che i celtici temessero gli scherzi di elfi e spiriti maligni e quindi offrissero loro dolciumi per tenerli occupati e distanti. Significato simile anche per la zucca: veniva intagliata con volti minacciosi e si inseriva all’interno una candela per tenere lontani gli spiriti dei morti dalle case.

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Smallfoot, l’uomo delle nevi nel deserto

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Smallfoot, l'uomo delle nevi nel deserto

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Sarà tutto quel manto, bianco come l’abito papale, ma aver visto in aereo “Smallfoot – Il mio amico delle nevi” in questi giorni, durante i quali i media ci ricordano continuamente della storica imminente visita di Sua Santità negli Emirati, mi ha fatto riflettere sul messaggio del film, e su quanto sia importante spiegarlo ai nostri bambini e ragazzi che crescono qui: in un ambiente sicuramente aperto e multiculturale, ma con tasti delicati che è meglio evitare di sfiorare nel modo sbagliato.

La metafora delle pietre sulle quali è scolpita in modo indelebile la verità assoluta e incontestabile è un richiamo diretto non solo alle religioni più dogmatiche – o alle interpretazioni più dogmatiche di religioni altrimenti ragionevolmente tranquille -, ma anche alla fissità verso la quale si sta muovendo il pensiero umano, in qualunque campo. Il gruppetto di giovani Yeti che segretamente raccolgono reperti come prova dell’esistenza di mondi in contrasto con i dettami delle leggi scritte, e la loro curiosità naturale, che si contrappone alla paura e al desiderio di proteggere la propria specie, all’origine delle leggende trasformate in verità dagli antichi Guardiapietre, sono un perfetto specchio di tante situazioni oramai estremizzate della realtà, un po’ ovunque. Dalla religione al razzismo, dalle posizioni politiche alle teorie scientifiche, arrivando perfino alle ossessioni culinarie e alle preferenze alimentari, sembra proprio che il nostro mondo di adulti sia diventato la parodia di un cartone animato per bambini, pur partendo molte volte da intenzioni nobili o comunque da motivazioni in buona fede a sostegno di questa o quella tesi e credenza.

La conoscenza è potere, ma come ottenere questa conoscenza e cosa farsene di questo potere? La domanda centrale del film è niente affatto banale. La risposta di “Smallfoot” è semplice: è il modo di avvicinarsi alla conoscenza che fa la differenza. Conta la voglia di capire gli altri con apertura e senza pregiudizi, di essere pronti a fare e ricevere domande e a dare e ottenere risposte con curiosità verificando tutto di persona, senza accettare nessuna lezione dall’alto come oro colato, ma allo stesso tempo senza necessariamente disprezzare o considerare in malafede e animato da chissà quali obiettivi maligni chi la vede diversamente.

Manifestare dubbi e cercare chiarezza non significa necessariamente lanciare una sfida incattivita. Allo stesso tempo posizioni che possono apparire retrograde e conservatrici magari hanno radici più profonde di quanto non possa sembrare. Solo accettando questo discorso diventa possibile superare ostilità e paure anche giustificate inizialmente, e trovare un linguaggio comune, punti di contatto e compromessi di coesistenza pacifica.

Certo non è facile andare a pescare le parole adatte, non solo per far arrivare il messaggio ai bambini, ma anche e soprattutto per farlo arrivare vivendo in un paese come questo, con il retropensiero sempre presente di dover evitare successivamente gaffe e situazioni potenzialmente incresciose con estranei. In tal senso, allora, “Smallfoot” diventa un prezioso alleato. E poi, alcuni dialoghi sono esilaranti e le musiche veramente belle.

Buona visione!

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