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The Artisan by Enoteca Pinchiorri: una festa per i sensi

Trascorrere una serata al The Artisan by Enoteca Pinchiorri è un’esperienza sensoriale unica a Dubai: dovrete semplicemente lasciarvi trasportare dal profumo dei vini, dal gusto autentico dei sapori italiani, dalla bellezza e dai colori dei piatti, dall’atmosfera calda e rilassante che vi avvolgerà appena entrati. E godervi ogni momento.

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Arriva da Firenze questa seconda casa di uno dei ristoranti stellati più famosi d’Italia, l’Enoteca Pinchiorri, che ha aperto, dallo scorso aprile, un suo locale anche nel cuore pulsante di Dubai, al Burj Daman di DIFC.

Il concept che sta dietro a The Artisan è racchiuso nel suo nome: “l’artigiano”, cioè colui che crea utilizzando le proprie mani. Ed è proprio l’artigianalità a guidare tutte le scelte di questo luogo speciale, dalle tecniche di preparazione dei piatti fino agli arredi minimalisti (dove non potevano mancare i lampadari fatti a mano di murano), progettati per valorizzare al massimo la cucina.

Il tempo, qui, può fermarsi per qualche ora: basta affidarsi alle cure dell’impeccabile staff italiano, che saprà coccolarvi e farvi sentire davvero a casa.

“La semplicità è la massima raffinatezza” (Leonardo da Vinci)

Dalla scelta delle materie prime, autenticamente italiane, semplici e di altissima qualità, nascono i piatti del primo “artigiano” che lavora dietro le quinte del nome Pinchiorri: Annie Féolde, “la Signora”, come tutti amano chiamarla. Prima donna chef ad avere ricevuto le 3 stelle Michelin in Italia, dal 1970 contribuisce con la sua passione e il suo impegno al successo dell’Enoteca Pinchiorri. Insieme a lei, il marito Giorgio Pinchiorri che, da una piccola enoteca toscana, ha dato vita ad uno dei ristoranti più noti al mondo, combinando la cucina e la ricerca gastronomica con lo studio e la ricercatezza dei vini (a Firenze, la cantina del ristorante è un vero e proprio scrigno dei tesori, con oltre 4000 etichette scelte e conservate proprio da Giorgio Pinchiorri, che è anche collezionista e sommelier).

“Abbiamo iniziato dal desiderio di fare stare bene le persone, i nostri ospiti – spiega Annie Féolde – . La mia cucina è nata e si è sviluppata partendo dalle incredibili bottiglie che Giorgio stappava per i clienti. Oggi la nostra è una cucina contemporanea, che si basa sempre e rigorosamente sul rispetto delle materie prime. Da Firenze, partendo dalle nostre radici, creiamo i piatti seguendo i gusti dei nostri giorni, con semplicità e attenzione ai bisogni del nostro copro, evitando le mode e mettendo tanta creatività”.

Da Firenze a Dubai

Un ambiente informale, ma elegante, per una cucina con un DNA forte, quello italiano e toscano dell’Enoteca Pinchiorri, che si adatti però ad una città dinamica, moderna e multietnica come Dubai. E’ questa l’idea da cui è nato The Artisan. “Un ristorante è sì il suo cibo, ma è anche un modo di essere – sottolinea Firas Fawaz, partner fondatore di The Artisan -. Deve essere una destinazione con una visione, una ‘art de vivre’ che rifletta una certa personalità, uno stile”.

“Per mesi – aggiunge Fawaz -, abbiamo viaggiato da Dubai a Firenze, ci siamo confrontati con Annie Féolde e suo marito Giorgio Pinchiorri tantissime volte. Ecco, The Artisan è un nuovo volto dell’Enoteca Pinchiorri. Ci auguriamo di riuscire a portare il brand anche in Asia, a Parigi, a Londra a New York…e di tornare, infine, di nuovo in Italia. Questo sarà il nostro ultimo obiettivo: portare indietro, alle sue radici iniziali, alla sua fonte di ispirazione, un nuovo concetto nato qui a Dubai”.

I piatti da provare

Vi consigliamo qualche piatto, assolutamente da provare: tra gli antipasti, il polpo cotto in olio extra vergine di oliva, accompagnato da fagiolini, patate e olive taggiasche oppure i fiori di zucchina fritti, farciti con mozzarella di bufala e pesto toscano. Tra i primi, sicuramente gli agnolotti del Plin farciti di zucca mantovana, salvia, burro e mandorle tostate, conditi con fonduta di Parmigiano reggiano e gli “spaghetti alla chitarra” con frutti di mare. Chi ama il tartufo, non può perdere i tagliolini freschi (questa è la stagione giusta per i tartufi bianchi). Come secondi, il must è ovviamente la bistecca alla fiorentina e, per chi ama il pesce, il branzino in crosta di sale con salsa vergine. Il dessert? Un classico della cucina italiana, preparato davvero a regola d’arte: il tiramisù.

Il team

Il menu è creato dagli chef Annie Féolde e Riccardo Monco ed eseguito dallo chef Luca Tresoldi.
Uno staff di 40 persone, guidato da Costanzo Scala, si occupa di curare e coccolare gli ospiti.
Al bancone, i “bar guru” Diego Ferrari e Lana Shemonaeva.

Per le prenotazioni: tel. +971 4 3388133, e-mail info@theartisan.ae, reservation@theartisan.ae. 
Il ristorante offre 100 coperti più una terrazza all’aperto che inaugurerà a breve.
The Artisan è aperto 7 giorni su 7 dalle 12 alle 15.30 e dalle 17 alle 11.45.

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda Dubaitaly.

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“Support Italian Food Warriors” sosteniamo i ristoranti italiani nel mondo

L’associazione I Love Italian Food lancia una serie di masterclass: gli chef condivideranno i propri segreti culinari con i clienti e gli appassionati di cucina italiana

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"Support Italian Food Warriors" sosteniamo i ristoranti italiani nel mondo
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Gli chef e i ristoratori, a tutti i livelli, in questo periodo di emergenza sanitaria internazionale legata al Coronavirus, stanno combattendo una vera e propria battaglia per la sopravvivenza, con i locali chiusi in molti Paesi, Italia in primis, e spesso l’impossibilità di poter attingere ad altre forme di sostentamento. Una battaglia che non è soltanto importante per le loro attività, ma anche per la salvaguardia di uno dei più grandi e importanti patrimoni culturali e produttivi che rendono l’Italia eccellenza mondiale nel cibo e nella ristorazione.

Chef e ristoratori oggi sono quindi impegnati in veste di guerrieri che lottano per questo grande obiettivo. Da qui è nata “Support Italian Food Warriors” l’azione, lanciata da I Love Italian Food in collaborazione con Kaiti expansion e Italian Food Studio.

Spiega Alessandro Schiatti, Amministratore delegato e cofondatore di I Love Italian Food: “in questo momento di lockdown globale abbiamo dato vita ad una piattaforma per offrire ai ristoratori un modo per continuare a parlare con i loro clienti, creando una nuova esperienza culinaria che gli permetterà di raccogliere sostegno morale ed economico, in modo concreto, immediato e diretto. I ristoratori potranno condividere, attraverso masterclass online i segreti dei propri piatti con i clienti e con tutti gli appassionati di cucina italiana, raccogliendo un contributo che ogni ristoratore potrà utilizzare per sostenere la propria attività o anche devolvere a cause a lui care. Il progetto, che I Love Italian Food ha presentato agli operatori nei giorni scorsi, ha già raccolto molte adesioni e la collaborazione di numerose associazioni in Italia e nel resto del mondo che riuniscono migliaia di chef e ristoratori. Inoltre è sostenuto da un Team virtuoso di aziende sostenitrici di i Love Italian Food, tra le quali Carpigiani, Fior di Maso, Montanari Gruzza e Monti Trentini. Questo progetto è nato da noi ma è di tutti i ristoratori, di tutti gli appassionati di cucina italiana e di tutte quelle realtà che, come noi, lavorano ogni giorno per tutelare i professionisti italiani e promuovere la nostra cultura enogastronomica a livello internazionale”.

Le masterclass saranno divulgate attraverso la piattaforma webinar fino al 28 giugno 2020. Per avere tutte le informazioni è possibile visitare il sito https://warriors.100per100italian.it/.

Tra le realtà che hanno scelto di sostenere Italian Food Warriors ci sono: Associazione italiana chef New York; UCI – Unione Cuochi Italiani; ItChefs; Global School Palazzo Italia; ACI – Associazione Cuochi Italiani; Italian Feeds America; le delegazioni di Belgio, Argentina, Polonia e Francia della Federazione Italiana Cuochi; il Gruppo Italiano di New York; la Federazione Internazionale Pasticceria, Gelateria e Cioccolateria; Italian Food #Moltobuono, Authentico e Future Food Network.

I Love Italian Food
Associazione culturale no profit e network che promuove e difende la vera cultura enogastronomica italiana nel mondo. Creata in Italia, nel cuore della Food Valley nel 2013 da un gruppo di amici appassionati di cibo italiano, oggi I Love Italian Food è una community internazionale che nel 2017 ha raggiunto più di un miliardo di contatti digitali in tutto il mondo. Con il suo network di oltre 8.000 professionisti, I Love Italian Food produce ogni giorno contenuti per la sua piattaforma digitale, organizza eventi internazionali per creare un dialogo con i professionisti del settore e supporta iniziative di ricerca e formazione.

Kaiti expansion
Opera da 25 anni nel settore marketing e comunicazione, promuovendo l’immagine e i valori di numerose aziende ed enti pubblici. Con le sue sedi a Reggio Emilia, Roma e Milano, Kaiti expansion è strutturata in un network di aree aziendali, che lavorano in sinergia tra loro per offrire progetti personalizzati e flessibilità operativa.

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La delusione di un uovo di Pasqua

La ricetta della crema al caffè e cioccolato. Per consolarsi dalla delusione della sorpresa.

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La delusione di un uovo di Pasqua
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Finalmente la Santa Pasqua. Finalmente un po’ di sano cioccolato. Mentre faccio i canonici auguri di buona Pasqua a mia cognata, lei mi dice di aver ricevuto quello della Lindt, ma che avrebbe preferito riceverne uno di Barbie o della Kinder. Lamentati.

Io ho quello della Poveree. Quello che l’anno scorso si chiamava Pezzenty. Quello da 8 dirham, col cioccolato ricavato dagli scarti delle mense, sciolto tutto insieme e rimodellato a forma di uovo. Con le sorprese dentro prese dalle discariche abbandonate di Pripyat ancora cariche di uranio.
Che dentro ci trovi un puzzle da tre pezzi o uno sticker di quelli che dicono “hey, essere te fa schifo. Vergognati (non ingerire altamente tossico)”.

Odio quelle sorprese inutili. Le odio cavolo. Piuttosto fai che non metterle. Scrivimi un biglietto “le nostre sorprese sono molto deludenti, per evitare di farti arrabbiare abbiamo evitato e abbiamo messo l’equivalente del peso della sorpresa brutta, in cioccolato. Goditelo”.
Tanto a me basta il cioccolato. Anche se costa tipo 30 dirham in più che una tavoletta della novi, di quelle con le nocciole intere.

Ma detto questo. Sono in quarantena, ho una (1) cialda di caffè da far fuori assieme a tutto questo cioccolato e del latte che scade fra 3 giorni. E come è ben risaputo, svegliandomi alle 11 non mi pare il caso di fare colazione un’ora prima di preparare il pranzo.

Siamo tutta la famiglia chiusa in casa, la mia e quella di mio cognato, mio nipote mi adora e penso “potrei fargli la crema al caffè”, e visto che non mi considera da ormai due minuti dico “vado in cucina”. Entro in cucina e sento un lontano “ziaaa?”. Poi sempre più vicino “ZIAAAAA!!! ZiaaaaaaaaZIAZIAZIAAAAAAAHHHHHHH! ZIAAAAAA!!!! E mi chiedo “quindi è questo quel che vuol dire avere dei figli??”. Qualcuno lo informa “è in cucina, lasciala stare” e prontamente replica “ah, okay. ZIAAAAAAA???????????”

Tornando a noi, volevo condividere con voi la mia approssimativa ricetta della crema al caffè e cioccolato, che basta per un barattolo da quasi mezzo chilo.

  • Prendete pressapoco un mezzo bicchiere di latte e mettetelo a scaldare in un pentolino;
  • Mettete del cioccolato dell’uovo di pasqua dentro al latte e fatelo sciogliere con un cucchiaino di zucchero. Io ce lo metto perché il mio uovo era fondente, e mi piace la roba dolce;
  • Preparate il caffè, ma per favore, che sia un buon caffè, non una di quelle brodaglie che ti danno qui allungata con l’acqua, e metteteci 2 bei cucchiaini pieni di zucchero, perché il caffè deve essere dolce, come quello del Pocket Coffee;
  • Poi fatto il caffè, aggiungetelo al cioccolato sciolto;
  • Rigirate per bene e fatelo andare a fuoco lentissimo fino a quando non lo vedrete quasi bollire;
  • Andate un po’ ad occhio perché questa ricetta la facevo tantissimi anni fa e non l’ho mai segnata;
  • Mettete a raffreddare in un barattolo e appena si sarà addensata, potrete godervela 🙂

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Gli Italiani e il problema pizza

Mr. Mandolino è stufo dei social e della pizza. Forse consumato dai troppi pasti ai ristoranti, ci da un’immagine cruda degli italiani che parlano di pizza sui social.

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Rientrando nella categoria degli animali sociali, ci sono diverse situazione che caratterizzano la nostra vita e i nostri comportamenti. Gli esseri umani, come molti mammiferi, provano piacere nel mangiare, bere e riprodursi. Sono le tre sfere fondamentali che garantiscono la sopravvivenza della specie. 

Si notano però sempre più spesso alcuni comportamenti che risultano totalmente anti intuitivi. Ad esempio, l’acquisto di un prodotto o scelta del cibo. In queste situazioni ci troviamo a chiedere il parere di altre persone mentre soppesiamo le opzioni che ci vengono poste, sia questa la scelta di una nuova macchina, il ristorante dove andare a mangiare questa sera o la nostra prossima meta delle vacanze. Niente di male, fino a qui. D’altronde referenze e feedback, soprattutto quando arrivano da persone di cui ci fidiamo, è proprio quello che intensifica o indebolisce maggiormente il nostro rapporto con un prodotto o un brand, finanche ad un posto.

Rimane un unico problema di fondo. Spesso le persone si lasciano influenzare più dall’approvazione altrui e dal rinforzo positivo di una nostra scelta invece che dai propri gusti personali o dalla logica: insomma tutto ciò che, per definizione, va oltre l’approvazione sociale. Ecco, proprio questa influenza che codesti elementi -di fatto esterni alla nostra scelta- hanno sul risultato finale mi infastidisce profondamente. 

Il processo decisionale, che dovrebbe essere principalmente basato sui nostri gusti personali o un chiaro beneficio verso noi stessi, viene totalmente sporcato da un’innata paura di non essere approvati dal nostro circolo sociale. Ed ecco che entra in scivolata a gamba tesa la questione della pizza. Allacciatevi le cinture da qui, perché non ho nessuna intenzione di andarci leggero.

Conoscendo molte persone di varie nazionalità, mi stupisco sempre della differenza con cui la questione alimentare per un italiota viene considerato diverso dalle altre cucine. Non ho mai avuto un discorso simili con una persona di nazionalità greca per sapere quale fosse il Gyros Pita migliore di Dubai. Solitamente la conversazione termina in due battute: “Ordina uno Shawarma, è la stessa cosa”. Allo stesso modo, nessuno dei miei amici Indiani o Pachistani ha mai suggerito un posto anziché un altro. Alla domanda “Dove si mangia la miglior Parata della città?” scaturisce solitamente una lista di locali meno cari e più vicini da dove mi trovo al momento della domanda.

E, si, piacerebbe a tutti che la pizza fosse una cosa tutta italiana. Come ormai sappiamo, l’Italia non si può attribuire ne l’invenzione ne la recente ascesa a fama (e fame) mondiale di questo semplice manicaretto.
La pizza come concetto culinario, la troviamo in diversi paesi Africani e Orientali ben prima del famoso spuntino offerto alla regina Margherita in quel di Napoli. Come del resto è chiaro che il trancio di pizza è stato reso popolare negli Stati Uniti, e poi rimbalzato nel Bel Paese che ne ha giustamente goduto, e non poco.

Siamo tutti parte dei migliori

Le feste tirano tutti scemi, me compreso, e riappaiono per l’ennesima volta le fatidiche domande che provocano quell’immediata accelerazione di qualsivoglia oggetto solido nel raggio di 5 metri, per impattare sui nostri… piedi, pur di non sentire le classiche e banali riposte e prese di posizioni. 

“Qual è la miglior pizza di Dubai?” 
*urlo Munchiano*

Se potessi essere sincero, la mia risposta sarebbe la deportazione immediata. Venendomi richiesta la correttezza politica, anche storica, e nonostante non ci si trovi in una democrazia, ancora non mi è permesso questo suggerimento. Partiamo dal fatto che la domanda in questione, fatta dall’annoiata/annoiato di turno, non è certamente a fini statistici: è posta in maniera aperta e non delinea alcun tipo di segmentazione sulla popolazione (non chiedendo poi età, sesso, o preferenze sessuali). Come può qualunque risposta dare soddisfazione al richiedente? Vi è un motivo oscuro che non riesco a cogliere? Pare di si.

Questo comportamento ha una ragione di fondo che è divisa a metà tra un  disagio moderno, conosciuto come FOMO (Fear OF Missing Out, ovvero la paura di perdersi qualcosa) e, con mia relativa sorpresa, rientra nel concetto di approvazione sociale citato prima. Se più persone nel mio circolo, largo o ristretto, sono d’accordo che la pizza che piace a me è la stessa che piace a loro, come la mia macchia è riconosciuta come cool, ci sentiamo giustificati a posteriori per la vuota domanda che cerca preferenze, ma ottiene solo pareri. Pareri che non fanno una prova, nemmeno se rispondono in cento. Questa particolare interazione sociale arriva addirittura ad influire sull’attrazione sessuale che proviamo per una persona.

È chiaro che nel rispondere, invece di dare un parere basato sul precedentemente citato processo decisionale, che soppesa pro e contro, prezzo e qualità, distanza da casa o ufficio, gentilezza dello staff e cosi via, si scriverà semplicemente un nome. Un nome che viene ripetuto per diversi motivi. Uno conosce il pizzaiolo, l’altro il cameriere, l’ultimo gli ha venduto il sale, il motorino per le consegne o il prezzo si adatta a quello che vogliamo che la gente pensi di noi.

Si, perché, chiediamocelo tutti insieme e ad alta voce, se la Margherita “italiana” costa 60aed perché il Manakeesh arabo costa 9aed e la pita con formaggio e pomodoro 12? E soprattutto perché arriviamo a pagare fino a 120aed? Gli ingredienti sono gli stessi. Volete più olio? O le vostre papille gustative sono state calibrate all’immigrazione e rischiano di rompersi se mangiate l’ananas insieme al pane? Sento già l’indignazione salire. Non sia mai! E poi tutti a mettere il limone sul pesce, mentre i giapponesi fanno harakiri.

Non fatevi ingannare, signore e signori. Se vi piace il giallo sul verde son fatti vostri. Magari non uscirete con quello che mette il sandalo col calzino, ma se la stessa persona se ne va col Ferrari, mi gioco una cena che “Alla fine non è diverso dal risvoltino sui jeans”. Per non parlare di quelli che se ne vanno in giro in pigiama, quello si che è caratteristico.

Sono queste le occasioni in cui i nostri gusti personali cadono nel bieco tranello della popolarità social. Ed ecco che, improvvisamente, la dopamina viene rilasciata e noi si può finalmente e con gran sollievo ordinare dal thailandese via Zomato o scegliere di attaccare la VPN: tanto a questo punto, meglio masturbarsi che uscire veramente. Domani posto la foto della settimana scorsa da Zuma, e va tutto bene.

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