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“Dialetto emiratino”, il manuale di arabo per gli italiani

Nico de Corato, blogger professionista e giornalista sportivo, fondatore del network DubaiBlog, ha di recente pubblicato il suo libro “Dialetto emiratino. Manuale di conversazione”. In attesa della prossima presentazione ufficiale alla comunità italiana, in programma il 20 di maggio al ristorante Al Grissino, gli abbiamo fatto qualche domanda.

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"Dialetto emiratino", il manuale di arabo per gli italiani
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Nico de Corato, blogger professionista e giornalista sportivo, fondatore del network DubaiBlog, ha di recente pubblicato il suo libro “Dialetto emiratino. Manuale di conversazione”. In attesa della prossima presentazione ufficiale alla comunità italiana, in programma il 20 di maggio al ristorante Al Grissino, a partire dalle 19, gli abbiamo fatto qualche domanda.

Che genere di libro è “Dialetto emiratino”?

“Dialetto emiratino” non è un corso di lingua, ma un manuale di conversazione con oltre 1500 tra frasi e parole di comune utilizzo e declinate in dialetto emiratino. Parte dei paragrafi introduttivi facilitano l’utilizzo del manuale, introducendo alcune scelte fatte in fase di elaborazione del libro, e presentano la lingua araba a chi non l’ha mai studiata.

Come è nata l’idea del manuale?

Io ho iniziato a studiare arabo da solo, approfittando di ogni occasione possibile per conoscere parole nuove, modi di dire. Ma la grande varietà di dialetti e la mancanza di uno standard consolidato hanno rallentato molto la curva di apprendimento, facendomi perdere la motivazione. Neanche i tutorial che avevo trovato online mi hanno aiutato molto. Fino a quando non ho avuto un’idea: io non voglio fare l’interprete o essere scambiato per un madrelingua, io voglio imparare l’arabo più che altro per cultura personale e per meglio sentirmi integrato nel Paese in cui vivo. Il libro è quindi rivolto a tutti coloro che abbiano un interesse verso gli Emirati Arabi, viaggiatori di piacere o per affari, residenti e non, che abbiano piacere di calarsi maggiormente nella cultura locale attraverso la lingua. Ed è rivolto anche agli studenti di arabo, magari già specializzati nell’arabo classico o nel Modern Standard Arabic (MSA), ma che vogliono approfondire un dialetto locale: in questo libro possono trovare un utile strumento.

Chi sono i co-autori del libro, come è nata la vostra collaborazione?

Come detto ho cominciato a concentrarmi sul dialetto locale. Ho iniziato quindi a cercare tutorial di dialetto emiratino e mi sono imbattuto nei video di Hanan (una dei due autori). Quasi subito li ho contattati e lei e Abdulla (l’altro autore) mi hanno invitato ad una serata di presentazione del libro (dove mi sono presentato in kandoora). Ho acquistato una copia del loro libro “Spoken Emirati”, la versione originale del libro “Dialetto emiratino”, e immediatamente ho avuto l’idea: facciamolo in italiano. Hanno accettato subito. Hanan e Abdulla sono anche i titolari della scuola Al Ramsa Institute.

Quanto ci è voluto per realizzare il progetto e quale è stata la parte più difficile?

Tra tempi di realizzazione della prima bozza, correzioni (alcune delle quali sono state realizzate in collaborazione con Vittoria Donini, studentessa del Master GES in ambito del suo stage con la mia azienda a Dubai), tempi di risposta dell’editore, siamo arrivati a poco più di un anno di lavorazione. Con un’accelerata nelle ultime tre settimane prima della pubblicazione, in quanto l’editore ha voluto portare li libro alla fiera di Abu Dhabi, dove avevo visto il libro la prima volta. La parte più difficile è stata curare, rivedere e correggere la traslitterazione dell’arabo per far sì che i madre lingua italiani, leggendo tale traslitterazione, possano avere una pronuncia intellegibile per gli emiratini.

Vivendo a Dubai, quali vantaggi le ha dato conoscere l’arabo?

Mi ha aiutato principalmente a creare empatia, a farmi amici, a sentirmi parte di un sistema e non solo un expat. Ci sono alcune persone local a cui sono particolarmente legato e che mi hanno aperto la porta di casa: loro rappresentano la mia famiglia qui. E questo anche grazie alla lingua: a casa loro si parla quasi solo arabo. Soprattutto con gli adulti.

Ci fa qualche esempio, citando alcune frasi utili assolutamente da conoscere?

Io mi reputo ancora uno studente di arabo, e non sono in grado di tenere una conversazione completa. Ma già conoscere i saluti iniziali, i convenevoli, alcune frasi, aiuta. Una nota interessante: spesso il saluto iniziale “as-salam aleykom – aleykom salam” è conosciuto pressoché da tutti coloro che hanno interagito con il mondo arabo. Ma già quando si chiede un banale “come stai?”, in arabo classico “Khaifa haluka?: (al maschile) o “Khaifa haluki?” (al femminile) ci si sente rispondere direttamente in inglese. Magari perché l’interlocutore spesso pensa: conosce l’arabo scolastico o quelle poche frase imparate a memoria…e non ci perde neanche tempo! Salutare invece in dialetto locale crea un’empatia istantanea. Al padiglione degli Emirati e della Etihad mi hanno trattato come uno di famiglia, solo per aver chiesto “Shakbarakum?” (come state? in dialetto locale). I due giorni di visita previsti si sono tradotti in due giorni di permanenza ai soli padiglioni Emirati/Etihad grazie a tutti gli inviti ricevuti in occasioni di vari eventi, dimostrazioni, cene, ecc. E sono tuttora in contatto con alcuni rappresentanti. Anche alcune forme di saluto finale o di “benedizione” possono essere apprezzate, ad esempio “Allah yikhalikom” (Dio vi protegga). Così come qualche proverbio. Il mio preferito: اللي مايعرف الصقر يشويه (ally mayerif alssagr yshuyah), letteralmente: “chi non conosce il falco, lo griglia”. Interpretazione: chi non riconosce la bellezza (e il falco rappresenta molto per il popolo arabo beduino), la spreca…un po’ l’equivalente del nostro “dare le perle ai porci”.

Qualche consiglio pratico per imparare l’arabo e, soprattutto, per non perder tempo con corsi inutili?

Se devo consigliare un corso, sicuramente consiglierei quello di Al Ramsa Institute, di Hanan e Abdulla, in quanto l’unico riconosciuto e certificato sull’arabo emiratino. Ma qualsiasi corso può essere utile (per dare le basi) o inutile (se si pensa che basti un corso solo). Le lingue vanno praticate in continuo. E Dubai non aiuta perché non ci forza a dover parlare arabo e quindi si passa più facilmente a lingue conosciute. Lo stesso arabo ha la difficoltà intrinseca dei vari dialetti. Premesso questo, dedicate all’apprendimento della lingua 15 minuti al giorno e cercate di mettere in pratica subito quello che avete imparato. Non mancate occasione per esercitarvi o per chiedere ai local parole nuove. E soprattutto, divertitevi! Non deve diventare un ossessione.

Dove potete trovare il libro? Sabato prossimo, sabato 20 maggio, Al Grissino Restaurant; presso la scuola Al Ramsa Institute e presto anche in formato digitale. Per ordinarlo e per avere maggiori informazioni: admin@dubaiblognetwork.com 

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda Dubaitaly.

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Covid-19 negli Emirati: cosa c’è da sapere

Quali sono le principali restrizioni introdotte nel Paese per contrastare l’epidemia? Quali le multe per chi non le segue?

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Covid-19 negli Emirati: cosa c'è da sapere
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Negli ultimi giorni il Governo emiratino ha ancora implementato le misure per contenere la diffusione del Coronavirus e ha reso noto che sta lavorando su due fronti, seguendo la strada di quanto fatto, efficacemente, in Corea del Sud, a Singapore o ad Hong Kong: tracciare con precisione i contatti di ogni singolo paziente malato e aumentare il numero di tamponi; nelle prossime settimane verrà introdotta una nuova tecnologia che potrà verificare, in soli 20 minuti, la positività o meno al coronavirus e ad Abu Dhabi ha aperto un laboratorio in grado di testare decine di migliaia di campioni al giorno.

Vediamo quali sono le principali norme restrittive introdotte nel Paese per contrastare l’epidemia:

  • dalle 20 alle 6 di mattina, per permettere la disinfezione della città, non si può uscire di casa, a meno di non avere un urgente e valido motivo (lavoro di vitale importanza, necessità di recarsi in ospedale o di acquistare medicinali). Il Governo ha fatto sapere che non è più necessario, come invece richiesto in un primo momento, registrarsi sul sito Web che aveva dedicato per avere il permesso di muoversi.
  • durante il giorno, tutti i cittadini sono invitati a non uscire di casa se non in caso di reale necessità, come per fare la spesa, andare in farmacia o per prestazioni lavorative “essenziali”. Chi viene fermato in giro per la città senza un buon motivo, può essere sanzionato con una multa di 2000 aed.
  • dal 25 marzo gli Emirati Arabi hanno deciso di chiudere tutti i centri commerciali, i mercati del pesce, della carne e della verdura per un periodo rinnovabile di due settimane. Sono escluse dalle limitazioni le farmacie e i punti vendita al dettaglio di generi alimentari, comprese le società cooperative, i negozi di alimentari e i supermercati, insieme ai mercati del pesce, della carne e della verdura che trattano con i grossisti.
  • il Governo ha invitato le famiglie ad andare a fare la spesa nei supermercati uno alla volta, per ridurre il numero di persone all’interno dei negozi ed evitare code alle casse.
  • il Ministero degli Interni e della National Emergency Crisis and Disasters Management Authority (NCEMA) invita a limitare i contatti sociali, evitare assembramenti e mantenere il distanziamento sociale (1,5 metri).
  • in ogni automobile possono viaggiare massimo 3 persone. Anche in questo caso le sanzioni sono di 2000 aed.
  • la raccomandazione è di non andare in ospedale, se non per situazioni di reale emergenza (multa di 1000 aed se si richiedono prestazioni sanitarie non necessarie e non urgenti).
  • i trasporti pubblici sono attivi, tranne che dalle 20 alle 6 di mattina, durante la sanificazione della città. Alcune stazioni della metropolitana sono al momento chiuse poiché un intero quartiere della città, Al Ras (a Deira, intorno al mercato delle spezie e dell’oro) è stato chiuso (una sorta di “zona rossa”). Gli orari degli autobus sono cambiati, occorre dunque controllare le corse sul sito della RTA.
  • chi soffre di malattie croniche oppure mostra sintomi di raffreddore o tosse, deve obbligatoriamente indossare la mascherina. Altrimenti potrebbe ricevere una multa di 1000 aed. Per tutti gli altri, a meno che non sia espressamente richiesto ad esempio in qualche supermercato (come avviene all’Union Coop), non è necessario indossarla.
  • i ristoranti sono chiusi al pubblico, funzionano solo attraverso il servizio di home delivery.
  • è vietato organizzare feste o invitare amici a casa. La multa è di 10.000 aed per il padrone di casa e di 5000 per ogni ospite presente.
  • per chi viola la quarantena la multa è di 50.000 aed.
  • le multe vengono raddoppiate per chi ripete le violazioni, dopodiché viene aperto un procedimento.
  • la National Emergency Crisis and Disasters Management Authority (NCEMA) e la General Civil Aviation Authority (GCAA) hanno deciso di sospendere tutti i voli passeggeri in entrata e in uscita e il transito dei passeggeri delle compagnie aeree negli Emirati Arabi per almeno due settimane a partire dal 25 marzo. Il GCAA ha dichiarato che i voli cargo e i voli di evacuazione d’emergenza, sono esenti da tale provvedimento.
  • per tre mesi, il Governo ha deciso di sospendere le multe per overstay nel caso il proprio visto sia scaduta (valido per tutti i tipi di visti, anche per chi si trova fuori dal Paese per oltre 180 giorni)
  • il Ministero della Salute ha ricordato che diffondere notizie non ufficiali sul Covid-19, in particolare sui Social Media, è reato, punibile anche con un anno di carcere.

Per chi rientra in Italia

Il Ministro della Salute italiano obbliga all’autoisolamento, per i 14 giorni successivi al ritorno. E’ necessario presentare una dichiarazione nella quale si attesti di rientrare presso il proprio domicilio, abitazione o residenza per comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità, oppure per motivi di salute. È obbligatorio comunicare al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria locale il proprio ingresso in Italia per avviare la sorveglianza sanitaria. Infine, per chi va in autoisolamento e accusa sintomi Covid-19, c’è l’obbligo di segnalare la situazione con tempestività all’autorità sanitaria. Qui potete trovare le principali FAQ se dovete rientrare in Italia.

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Il Coronavirus spiegato da mia mamma

Perché sembrano tutti così spaventati? Non esiste una puntura come per l’influenza? Cosa si può fare per stare lontano dagli altri? La mamma risponde

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Il Coronavirus spiegato da mia mamma
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Per il progetto di distance learning della mia scuola sul Coronavirus ho pensato di intervistare mia mamma. Questo è quello che le ho chiesto, con le sue risposte.

Mamma, cos’è il Coronavirus?
I Coronavirus sono una famiglia di virus come quelli che in genere ti fanno venire raffreddori e influenze ogni anno.

Ma allora, perché si parla tanto di QUESTO Coronavirus?
Perché quello con il quale abbiamo a che fare adesso è nuovo ed è particolarmente difficile da affrontare.

Quindi è un VIRUS MORTALE?
Beh, nì. La grandissima maggioranza della gente se lo prende in forma molto leggera, senza nemmeno accorgersene o pensando di avere un raffreddore o una blanda influenza. Purtroppo per alcune persone, soprattutto per i più anziani e per chi ha un organismo più fragile, certe volte può diventare così forte che bisogna portarle di corsa in ospedale.

“I più anziani” vuol dire i nonni?
Sì, infatti.

E cosa succede se diventa così forte che devono andare di corsa in ospedale?
In ospedale ci sono medici e infermieri che si prenderanno buona cura di loro.

Allora perché tutti sembrano così spaventati?
Più che spaventati, siamo tutti un po’ preoccupati. Prima di tutto perché questo virus è veramente molto contagioso, cioè appiccicoso. Questo significa che anche se noi ce lo dovessimo prendere in forma leggera, possiamo passarlo a tantissime altre persone e magari fra queste ce ne è qualcuna a cui verrà quello forte e dovrà correre in ospedale e così via. Purtroppo non ci sono abbastanza posti negli ospedali di tutto il mondo per prendersi buona cura di tutti.

E non c’è una puntura come per l’influenza o un antibiotico come quello che ho preso quando mi faceva molto male l’orecchio?
Bella domanda! Gli antibiotici funzionano solo sui batteri, che sono un altro tipo di germi rispetto ai virus. Mentre quella che tu chiami puntura, cioè il vaccino, non esiste ancora per questo virus perché è nuovo. Gli scienziati ci stanno lavorando ma ne avranno ancora per parecchio.

Ah! Allora è per questo che le scuole sono chiuse, i mall sono chiusi, dobbiamo stare dentro il più possibile e lontani dalle altre persone? Così non passiamo il virus appiccicoso agli altri?
Brava, è proprio così! Dobbiamo proteggere le persone anziane e quelle più fragili e cercare di non riempire troppo gli ospedali così chi ne ha bisogno trova posto.

Che altro si può fare a parte stare lontano dagli altri?
Beh, praticamente seguire tutte le regole che conosci da quando sei piccola: lavarti regolarmente, soprattutto le mani, starnutire o tossire nel gomito o in un fazzoletto di carta che puoi buttare, non toccarti la faccia, tenere le tue cose pulite e in ordine, mangiare sano, prendere le vitamine…

Io mi cambio tutti i giorni anche!
Sì, e anche quello aiuta.

Ma mamma, stavo pensando a una cosa. Quello che mi hai detto significa che dobbiamo rimanere tutti lontani finché non si trova il vaccino? Hai detto che ci vorrà tanto ancora…
Beh spero proprio di no! In realtà dipenderà anche dalla situazione degli ospedali e dal ciclo di vita del virus. Tu sai cos’è il ciclo di vita, lo hai studiato…

Sì. Un’ultima domanda, va bene? Volevo sapere degli animali di casa come cani e gatti…
Anche se questo virus ha fatto un “salto di specie”…

Scusa, “salto di specie”?
Il salto di specie è quando un virus passa dagli animali all’uomo, con un adattamento come quelli che hai studiato in Scienze. In questo caso è passato dai pipistrelli all’uomo. Ma sembra che si sia fermato lì e noi siamo al sicuro con i nostri animali di casa (e loro con noi).

Adesso credo di aver capito. Grazie mamma!

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L’isolamento e i gesti ritrovati

In questi giorni, durante i quali tutti siamo costretti a vivere la nostra vita all’interno di mura, con solo le finestre che danno sul mondo, le donne cucinano. Anche io lo faccio.

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L'isolamento e i gesti ritrovati
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Anche a Dubai è partita la campagna #StayHome, in tutte le lingue: se non strettamente necessario, bisogna stare a casa. Nelle prossime 48 ore chiuderanno i mall, i negozi di beni non essenziali, i ristoranti (che saranno autorizzati solo alla delivery). Rimarranno aperti i supermercati e le farmacie. Per due settimane sono inoltre sospesi tutti i voli in entrata e in uscita dal Paese.

Cucinare

In questi giorni, durante i quali tutti siamo costretti a vivere la nostra vita all’interno di mura, con solo le finestre che danno sul mondo, le donne cucinano. Anche io lo faccio. Ho sempre cucinato per decenni, davanti ai fornelli in quella stanza, fra gli utensili e pentole e forno, mattarello, tavoletta per i maloreddus, frullatore, io lì stavo bene. Era un piccolo spazio rubato al quotidiano. La mia famiglia era lì, nella casa, nulla cambiava nel mio essere presente per loro, facevo tutto ciò che dovevo, lavoravo e accudivo mio figlio. Ma quando la tristezza e la malinconia mi aggredivano, io cucinavo. Mi isolavo completamente. Ero altrove.

Il compulsivo quasi furioso cucinare di questi giorni, mi fa capire che l’atto di isolamento è ciò che accomuna il mio passato con questo presente. Sí, è un isolamento diverso, il primo era voluto, ma necessario, il secondo imposto, ma anch’esso necessario.

Tuttavia il significato del cucinare è lo stesso: creare un qualcosa che prenda forma nelle mie mani, qualcosa che nutra me e le persone che amo, e nutrirsi significa anche tenersi in vita. E così impastare il pane, fare torte, ecco… specialmente questi cibi contengono per me una simbologia profonda. La storia del pane è antichissima, porta con sé memoria, tradizioni, e non è il solo atto di sfamare il corpo, ma anche ciò che l’uomo è come spirito. Il pane è anche socializzazione, la condivisione con i propri simili, è un rito di appartenenza. Il solo gesto quasi sacro di fare una croce per farlo lievitare, creare dei pani votivi per propiziare un buon raccolto, benedire cerimonie, per i matrimoni (da noi in Sardegna ci sono dei pani intagliati che sembrano pizzi, che sono di una bellezza commovente) fa capire quanto sia importante.

E le torte, anche queste un simbolo: la torta contiene uova, zucchero, la farina – quella stessa farina usata per il pane. La torta è dolcezza, la torta è ricordo, la torta sono tutti i tuoi e i nostri compleanni, e compleanni sono il presente e il futuro, sono gli anni che verranno. Una torta rallegra gli occhi, fa gioire il palato. La si prepara per regalarla, la si prepara per la famiglia, la si prepara perché è un dono felice.

È uno di quei piccoli piaceri che nessun altro cibo può regalarti nell’urgenza del desiderio. Il dolce non è mangiato per sfamarsi, il dolce è una piccola conquista, una concessione, c’è sempre un piccolo spazio che lo stomaco gli lascia.

E tutti i dolci che cucino in questo tempo di isolamento dove vedo scorrere dalle finestre del mio grattacielo la vita molto più lentamente di ieri, sono come una ninna-nanna, e io voglio solo chiudere gli occhi e riaprirli quando tutto questo sarà finito.

Cucire

Questo è un altro atto attraverso il quale ho sempre ritrovato me stessa. Quando ho avuto dei momenti bui senza uscita, io cucivo. Quando ho subito strappi e perdite, io cucivo.

Nel tempo, col trascorrere degli anni, con esperienze diverse avute, ho capito che questo lavoro ha un significato preciso per me: è il tentativo di rimettere i pezzetti al loro posto, di aggiustare, riunire le lontananze e avere l’illusione di ricrearne le presenze.

Non è una magia il cucito, non sa riportarti le persone che sono mancate, non rimedia agli errori commessi, non ricongiunge le voragini dei terremoti. Ma aiuta a crederlo. Il mio cucire oggi, davanti a questo ingegnoso aggeggio, con in mano i pezzi di stoffa che il filo congiungerà, sono la necessità di una speranza.

Siamo tagliati fuori dal mondo, il mondo è tagliato fuori da noi. Ci è stato chiesto di tenere una distanza di sicurezza dagli altri, lecita, ma quanto è inumana questa richiesta? L’uomo è un animale di gruppo, l’uomo ha bisogno di scambio di pensiero, di affetto, di amore, un semplice bacio, un abbraccio, ha bisogno di guardarti dritto negli occhi, di incontrare e avvicinarsi per poter abbracciare il figlio.

E per accorciare questa distanza, per sentire i lembi dell’esistenza che si avvicinano e si uniscono, io uso il filo e cucio. Il suono della macchina da cucire, l’ago che si infila nella stoffa, i nodi coi fili colorati giusti, tutto questo mi dà almeno l’illusione di un futuro che spero non lontano, dove io possa ricongiungermi alla mia vita di sempre, agli altri, al mondo.

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