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Domenico Giovannini: Alice Pizza è arrivata a Dubai

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Domenico Giovannini: Alice Pizza è arrivata a Dubai
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

“La passione si sente nel sapore dei piatti e passa anche attraverso l’impasto di una pizza”. Basta questa frase per riassumere il lavoro che, dal 1990 ad oggi, sta portando avanti Domenico Giovannini, fondatore di Alice Pizza. Un nome ultra noto per chi abita a Roma e ama la tradizione, tipicamente romana, della pizza al taglio. Due le parole che descrivono il concept di Alice Pizza: artigianalità e qualità. Con questi ingredienti, poco a poco il marchio si è diffuso in tutta Italia fino ad uscire dai confini nazionali, ed arrivare prima negli Stati Uniti (a Filadelfia) e poi qui a Dubai, dove Alice Pizza ha inaugurato ufficialmente la scorsa settimana, sul lungomare di La Mer.

Domenico, ci racconta la storia di Alice Pizza?
Abbiamo aperto il primo punto vendita a Roma, nel 1990, in Via delle Grazie, nella zona di San Pietro. Io nasco pizzaiolo, mi piace tantissimo fare la pizza, è una passione che ho nel mio Dna. Ho quindi cominciato a replicare qualche punto vendita e mi sono subito reso conto che il sistema era facile, che con poche persone si riusciva a produrre per molti. Così abbiamo cominciato ad espanderci: siamo ora molto diffusi in tutta Italia, abbiamo oltre 135 punti, di cui 75 solo a Roma, e ne stanno nascendo di nuovi a Milano, a Varese e a Torino.

Come mai ha scelto di venire qui a Dubai?
Abbiamo avuto così tanto successo in Italia che abbiamo deciso di provare a fare qualche test anche all’estero. Dubai non poteva ovviamente mancare, perché adesso è quasi il centro del mondo, una metropoli importante al pari di New York o Londra. Tengo a precisare che il concetto rimane lo stesso in ogni nostro punto vendita: offrire un prodotto pulito, sano, portando una tradizione vera, autentica. Vogliamo replicarci mille volte, ma sempre mantenendo, pignolamente, la nostra artigianalità. E’ questo che fa la differenza: ogni punto vendita ha il suo laboratorio, non c’è nulla di centralizzato.

Artigianalità, quindi, prima di ogni altra cosa…
In ogni punto vendita partiamo dalla farina e arriviamo alla pizza. Neanche immaginiamo di fare diversamente. Abbiamo una scuola a Roma (Alice Academy), dove passano tutti i nostri pizzaioli: qui fanno un corso di formazione, poi fanno un training nei punti vendita già avviati ed infine vanno nei nuovi punti vendita. Lo stesso percorso che hanno seguito i pizzaioli che ora trovate qui a Dubai, pizzaioli italiani che resteranno qui. Per noi è fondamentale continuare a fare artigianato, al contrario dei grandi fast food, la cui idea è quella di centralizzare tutto, usando quindi surgelati e preparati. Ecco, noi mandiamo in giro solo l’esperienza, insegniamo l’emozione, la passione, che è poi quello che fa la differenza e si riscontra nel risultato.

Qual è il segreto della vostra pizza?
Molti ci pongono quotidianamente questa domanda, e da circa 20 anni la risposta è sempre la stessa. Il segreto, o meglio la particolarità della nostra pizza, sta prima di tutto nella scarsissima quantità di lievito utilizzato nell’impasto, come il pane che si faceva una volta. Prepariamo gli impasti almeno 24 ore prima, quindi oggi per domani, usando 2 grammi e mezzo di lievito per chilo di farina. Per avere un termine di paragone, con un cubetto di lievito di quelli che si comprano al supermercato e che in genere si usano per 1 o 2 chili di farina, noi ci facciamo 10 chili di impasto. Il risultato è che puoi mangiarne una teglia intera di pizza senza rimanere assolutamente appesantito, è digeribilissima. La leggerezza si sente già mentre la mangi, ai primi morsi. Secondo elemento: usiamo una cottura lunga, circa 10 minuti, perché la cottura in teglia della pizza al taglio dura di più di quella “al suolo” (in genere sui 3 minuti). In questo modo l’impasto è completamente cotto: spesso la pizza rimane sullo stomaco proprio perché l’impasto non è completamente cotto al suo interno.

E gli ingredienti, prima tra tutti la farina?
I prodotti arrivano dall’Italia, abbiamo selezionato dei fornitori italiani già presenti qui a Dubai. Usiamo farine italiane, prodotte con grano italiano. Finalmente l’Italia ha selezionato grani importanti, in grado di dare farine ricche. E usare grano italiano significa sapere che cosa si mangia, che cosa si ha nel piatto. Per molto tempo le farine italiane erano tagliate con grano americano, più ricche di proteine e quindi più adatte ai prodotti lievitati, come appunto la pizza; ma quando compri il grano all’estero non sai cosa ci sia dentro. Per fortuna, negli ultimissimi anni, l’Italia è cresciuta tantissimo nella ricerca della qualità: usiamo quindi farina di grano tenero 100% italiana. Insomma, cerchiamo di essere più healthy possibile: con prodotti poveri facciamo cose buone.

Dubai è una città nella quale convivono molte culture, con gusti culinari differenti: qual è la sua prima impressione?
Speriamo che in tutta questa diversità ci sia spazio anche per noi. In Italia siamo presenti in molte città turistiche e funziona benissimo, vendiamo a turisti di tutto il mondo. La pizza è una lingua internazionale. E noi siamo trasversali ancora di più, perché con il concetto di pizza al taglio è possibile mangiare la quantità che si vuole, scegliere i gusti preferiti e spendere quanto si desidera (anche qui a Dubai si paga a peso).

Il gusto della pizza che preferisce? E quello che ci consiglia di assaggiare?
In Italia amo la pizza con i salumi. Qui quella con pomodori pachino e mozzarella di bufala. Cosa consiglio di assaggiare? Stracciatella e peperoni.

 

Se volete provare Alice Pizza, con Dubaitalyfood.com avrete uno sconto del 10%: basta dare il codice ALICEDUBAITALY alla cassa.

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“Support Italian Food Warriors” sosteniamo i ristoranti italiani nel mondo

L’associazione I Love Italian Food lancia una serie di masterclass: gli chef condivideranno i propri segreti culinari con i clienti e gli appassionati di cucina italiana

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"Support Italian Food Warriors" sosteniamo i ristoranti italiani nel mondo
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Gli chef e i ristoratori, a tutti i livelli, in questo periodo di emergenza sanitaria internazionale legata al Coronavirus, stanno combattendo una vera e propria battaglia per la sopravvivenza, con i locali chiusi in molti Paesi, Italia in primis, e spesso l’impossibilità di poter attingere ad altre forme di sostentamento. Una battaglia che non è soltanto importante per le loro attività, ma anche per la salvaguardia di uno dei più grandi e importanti patrimoni culturali e produttivi che rendono l’Italia eccellenza mondiale nel cibo e nella ristorazione.

Chef e ristoratori oggi sono quindi impegnati in veste di guerrieri che lottano per questo grande obiettivo. Da qui è nata “Support Italian Food Warriors” l’azione, lanciata da I Love Italian Food in collaborazione con Kaiti expansion e Italian Food Studio.

Spiega Alessandro Schiatti, Amministratore delegato e cofondatore di I Love Italian Food: “in questo momento di lockdown globale abbiamo dato vita ad una piattaforma per offrire ai ristoratori un modo per continuare a parlare con i loro clienti, creando una nuova esperienza culinaria che gli permetterà di raccogliere sostegno morale ed economico, in modo concreto, immediato e diretto. I ristoratori potranno condividere, attraverso masterclass online i segreti dei propri piatti con i clienti e con tutti gli appassionati di cucina italiana, raccogliendo un contributo che ogni ristoratore potrà utilizzare per sostenere la propria attività o anche devolvere a cause a lui care. Il progetto, che I Love Italian Food ha presentato agli operatori nei giorni scorsi, ha già raccolto molte adesioni e la collaborazione di numerose associazioni in Italia e nel resto del mondo che riuniscono migliaia di chef e ristoratori. Inoltre è sostenuto da un Team virtuoso di aziende sostenitrici di i Love Italian Food, tra le quali Carpigiani, Fior di Maso, Montanari Gruzza e Monti Trentini. Questo progetto è nato da noi ma è di tutti i ristoratori, di tutti gli appassionati di cucina italiana e di tutte quelle realtà che, come noi, lavorano ogni giorno per tutelare i professionisti italiani e promuovere la nostra cultura enogastronomica a livello internazionale”.

Le masterclass saranno divulgate attraverso la piattaforma webinar fino al 28 giugno 2020. Per avere tutte le informazioni è possibile visitare il sito https://warriors.100per100italian.it/.

Tra le realtà che hanno scelto di sostenere Italian Food Warriors ci sono: Associazione italiana chef New York; UCI – Unione Cuochi Italiani; ItChefs; Global School Palazzo Italia; ACI – Associazione Cuochi Italiani; Italian Feeds America; le delegazioni di Belgio, Argentina, Polonia e Francia della Federazione Italiana Cuochi; il Gruppo Italiano di New York; la Federazione Internazionale Pasticceria, Gelateria e Cioccolateria; Italian Food #Moltobuono, Authentico e Future Food Network.

I Love Italian Food
Associazione culturale no profit e network che promuove e difende la vera cultura enogastronomica italiana nel mondo. Creata in Italia, nel cuore della Food Valley nel 2013 da un gruppo di amici appassionati di cibo italiano, oggi I Love Italian Food è una community internazionale che nel 2017 ha raggiunto più di un miliardo di contatti digitali in tutto il mondo. Con il suo network di oltre 8.000 professionisti, I Love Italian Food produce ogni giorno contenuti per la sua piattaforma digitale, organizza eventi internazionali per creare un dialogo con i professionisti del settore e supporta iniziative di ricerca e formazione.

Kaiti expansion
Opera da 25 anni nel settore marketing e comunicazione, promuovendo l’immagine e i valori di numerose aziende ed enti pubblici. Con le sue sedi a Reggio Emilia, Roma e Milano, Kaiti expansion è strutturata in un network di aree aziendali, che lavorano in sinergia tra loro per offrire progetti personalizzati e flessibilità operativa.

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La delusione di un uovo di Pasqua

La ricetta della crema al caffè e cioccolato. Per consolarsi dalla delusione della sorpresa.

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La delusione di un uovo di Pasqua
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Finalmente la Santa Pasqua. Finalmente un po’ di sano cioccolato. Mentre faccio i canonici auguri di buona Pasqua a mia cognata, lei mi dice di aver ricevuto quello della Lindt, ma che avrebbe preferito riceverne uno di Barbie o della Kinder. Lamentati.

Io ho quello della Poveree. Quello che l’anno scorso si chiamava Pezzenty. Quello da 8 dirham, col cioccolato ricavato dagli scarti delle mense, sciolto tutto insieme e rimodellato a forma di uovo. Con le sorprese dentro prese dalle discariche abbandonate di Pripyat ancora cariche di uranio.
Che dentro ci trovi un puzzle da tre pezzi o uno sticker di quelli che dicono “hey, essere te fa schifo. Vergognati (non ingerire altamente tossico)”.

Odio quelle sorprese inutili. Le odio cavolo. Piuttosto fai che non metterle. Scrivimi un biglietto “le nostre sorprese sono molto deludenti, per evitare di farti arrabbiare abbiamo evitato e abbiamo messo l’equivalente del peso della sorpresa brutta, in cioccolato. Goditelo”.
Tanto a me basta il cioccolato. Anche se costa tipo 30 dirham in più che una tavoletta della novi, di quelle con le nocciole intere.

Ma detto questo. Sono in quarantena, ho una (1) cialda di caffè da far fuori assieme a tutto questo cioccolato e del latte che scade fra 3 giorni. E come è ben risaputo, svegliandomi alle 11 non mi pare il caso di fare colazione un’ora prima di preparare il pranzo.

Siamo tutta la famiglia chiusa in casa, la mia e quella di mio cognato, mio nipote mi adora e penso “potrei fargli la crema al caffè”, e visto che non mi considera da ormai due minuti dico “vado in cucina”. Entro in cucina e sento un lontano “ziaaa?”. Poi sempre più vicino “ZIAAAAA!!! ZiaaaaaaaaZIAZIAZIAAAAAAAHHHHHHH! ZIAAAAAA!!!! E mi chiedo “quindi è questo quel che vuol dire avere dei figli??”. Qualcuno lo informa “è in cucina, lasciala stare” e prontamente replica “ah, okay. ZIAAAAAAA???????????”

Tornando a noi, volevo condividere con voi la mia approssimativa ricetta della crema al caffè e cioccolato, che basta per un barattolo da quasi mezzo chilo.

  • Prendete pressapoco un mezzo bicchiere di latte e mettetelo a scaldare in un pentolino;
  • Mettete del cioccolato dell’uovo di pasqua dentro al latte e fatelo sciogliere con un cucchiaino di zucchero. Io ce lo metto perché il mio uovo era fondente, e mi piace la roba dolce;
  • Preparate il caffè, ma per favore, che sia un buon caffè, non una di quelle brodaglie che ti danno qui allungata con l’acqua, e metteteci 2 bei cucchiaini pieni di zucchero, perché il caffè deve essere dolce, come quello del Pocket Coffee;
  • Poi fatto il caffè, aggiungetelo al cioccolato sciolto;
  • Rigirate per bene e fatelo andare a fuoco lentissimo fino a quando non lo vedrete quasi bollire;
  • Andate un po’ ad occhio perché questa ricetta la facevo tantissimi anni fa e non l’ho mai segnata;
  • Mettete a raffreddare in un barattolo e appena si sarà addensata, potrete godervela 🙂

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Gli Italiani e il problema pizza

Mr. Mandolino è stufo dei social e della pizza. Forse consumato dai troppi pasti ai ristoranti, ci da un’immagine cruda degli italiani che parlano di pizza sui social.

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Rientrando nella categoria degli animali sociali, ci sono diverse situazione che caratterizzano la nostra vita e i nostri comportamenti. Gli esseri umani, come molti mammiferi, provano piacere nel mangiare, bere e riprodursi. Sono le tre sfere fondamentali che garantiscono la sopravvivenza della specie. 

Si notano però sempre più spesso alcuni comportamenti che risultano totalmente anti intuitivi. Ad esempio, l’acquisto di un prodotto o scelta del cibo. In queste situazioni ci troviamo a chiedere il parere di altre persone mentre soppesiamo le opzioni che ci vengono poste, sia questa la scelta di una nuova macchina, il ristorante dove andare a mangiare questa sera o la nostra prossima meta delle vacanze. Niente di male, fino a qui. D’altronde referenze e feedback, soprattutto quando arrivano da persone di cui ci fidiamo, è proprio quello che intensifica o indebolisce maggiormente il nostro rapporto con un prodotto o un brand, finanche ad un posto.

Rimane un unico problema di fondo. Spesso le persone si lasciano influenzare più dall’approvazione altrui e dal rinforzo positivo di una nostra scelta invece che dai propri gusti personali o dalla logica: insomma tutto ciò che, per definizione, va oltre l’approvazione sociale. Ecco, proprio questa influenza che codesti elementi -di fatto esterni alla nostra scelta- hanno sul risultato finale mi infastidisce profondamente. 

Il processo decisionale, che dovrebbe essere principalmente basato sui nostri gusti personali o un chiaro beneficio verso noi stessi, viene totalmente sporcato da un’innata paura di non essere approvati dal nostro circolo sociale. Ed ecco che entra in scivolata a gamba tesa la questione della pizza. Allacciatevi le cinture da qui, perché non ho nessuna intenzione di andarci leggero.

Conoscendo molte persone di varie nazionalità, mi stupisco sempre della differenza con cui la questione alimentare per un italiota viene considerato diverso dalle altre cucine. Non ho mai avuto un discorso simili con una persona di nazionalità greca per sapere quale fosse il Gyros Pita migliore di Dubai. Solitamente la conversazione termina in due battute: “Ordina uno Shawarma, è la stessa cosa”. Allo stesso modo, nessuno dei miei amici Indiani o Pachistani ha mai suggerito un posto anziché un altro. Alla domanda “Dove si mangia la miglior Parata della città?” scaturisce solitamente una lista di locali meno cari e più vicini da dove mi trovo al momento della domanda.

E, si, piacerebbe a tutti che la pizza fosse una cosa tutta italiana. Come ormai sappiamo, l’Italia non si può attribuire ne l’invenzione ne la recente ascesa a fama (e fame) mondiale di questo semplice manicaretto.
La pizza come concetto culinario, la troviamo in diversi paesi Africani e Orientali ben prima del famoso spuntino offerto alla regina Margherita in quel di Napoli. Come del resto è chiaro che il trancio di pizza è stato reso popolare negli Stati Uniti, e poi rimbalzato nel Bel Paese che ne ha giustamente goduto, e non poco.

Siamo tutti parte dei migliori

Le feste tirano tutti scemi, me compreso, e riappaiono per l’ennesima volta le fatidiche domande che provocano quell’immediata accelerazione di qualsivoglia oggetto solido nel raggio di 5 metri, per impattare sui nostri… piedi, pur di non sentire le classiche e banali riposte e prese di posizioni. 

“Qual è la miglior pizza di Dubai?” 
*urlo Munchiano*

Se potessi essere sincero, la mia risposta sarebbe la deportazione immediata. Venendomi richiesta la correttezza politica, anche storica, e nonostante non ci si trovi in una democrazia, ancora non mi è permesso questo suggerimento. Partiamo dal fatto che la domanda in questione, fatta dall’annoiata/annoiato di turno, non è certamente a fini statistici: è posta in maniera aperta e non delinea alcun tipo di segmentazione sulla popolazione (non chiedendo poi età, sesso, o preferenze sessuali). Come può qualunque risposta dare soddisfazione al richiedente? Vi è un motivo oscuro che non riesco a cogliere? Pare di si.

Questo comportamento ha una ragione di fondo che è divisa a metà tra un  disagio moderno, conosciuto come FOMO (Fear OF Missing Out, ovvero la paura di perdersi qualcosa) e, con mia relativa sorpresa, rientra nel concetto di approvazione sociale citato prima. Se più persone nel mio circolo, largo o ristretto, sono d’accordo che la pizza che piace a me è la stessa che piace a loro, come la mia macchia è riconosciuta come cool, ci sentiamo giustificati a posteriori per la vuota domanda che cerca preferenze, ma ottiene solo pareri. Pareri che non fanno una prova, nemmeno se rispondono in cento. Questa particolare interazione sociale arriva addirittura ad influire sull’attrazione sessuale che proviamo per una persona.

È chiaro che nel rispondere, invece di dare un parere basato sul precedentemente citato processo decisionale, che soppesa pro e contro, prezzo e qualità, distanza da casa o ufficio, gentilezza dello staff e cosi via, si scriverà semplicemente un nome. Un nome che viene ripetuto per diversi motivi. Uno conosce il pizzaiolo, l’altro il cameriere, l’ultimo gli ha venduto il sale, il motorino per le consegne o il prezzo si adatta a quello che vogliamo che la gente pensi di noi.

Si, perché, chiediamocelo tutti insieme e ad alta voce, se la Margherita “italiana” costa 60aed perché il Manakeesh arabo costa 9aed e la pita con formaggio e pomodoro 12? E soprattutto perché arriviamo a pagare fino a 120aed? Gli ingredienti sono gli stessi. Volete più olio? O le vostre papille gustative sono state calibrate all’immigrazione e rischiano di rompersi se mangiate l’ananas insieme al pane? Sento già l’indignazione salire. Non sia mai! E poi tutti a mettere il limone sul pesce, mentre i giapponesi fanno harakiri.

Non fatevi ingannare, signore e signori. Se vi piace il giallo sul verde son fatti vostri. Magari non uscirete con quello che mette il sandalo col calzino, ma se la stessa persona se ne va col Ferrari, mi gioco una cena che “Alla fine non è diverso dal risvoltino sui jeans”. Per non parlare di quelli che se ne vanno in giro in pigiama, quello si che è caratteristico.

Sono queste le occasioni in cui i nostri gusti personali cadono nel bieco tranello della popolarità social. Ed ecco che, improvvisamente, la dopamina viene rilasciata e noi si può finalmente e con gran sollievo ordinare dal thailandese via Zomato o scegliere di attaccare la VPN: tanto a questo punto, meglio masturbarsi che uscire veramente. Domani posto la foto della settimana scorsa da Zuma, e va tutto bene.

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