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Le strade di Dubai

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Le strade di Dubai
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Nessuno è perfetto, si sa, e devo riconoscere che il senso dell’orientamento non è decisamente fra le mie doti. Come dice una cara amica, se mai un domani qualche neurologo dovesse definire il concetto di dislessia tridimensionale, io ne risulterei sicuramente affetta. Vero è che solo ieri mi sono trovata a dover inviare in allegato Whatsapp la mia posizione su Google Maps a mio marito, all’estero per lavoro, a seguito di un dubbio sulla direzione presa dal Careem sul quale viaggiavo e della mia incapacità, circondata da sabbia, tristi edifici e piloni dell’alta tensione, a capire dove fossi.

Ma non era tutta colpa mia: fra la mia distrazione e la parlata sconnessa dell’autista, non avevo capito che quello che a me suonava come Meydan – da me frainteso come “Signò, passo pe’ Meydan?” – fosse invece un normalissimo appellativo Madam nei miei confronti. Insomma, eravamo sulla Al Khail, dove dovevamo essere. Cose che succedono a Dubai, luogo nel quale le persone provengono da tutte le parti del mondo e passeggeri, autisti e tassisti hanno gli accenti più disparati: addirittura molti anni fa mi capitò un tassista che chiaramente non sapeva nemmeno leggere i cartelli stradali perché, appena arrivato, non aveva ancora imparato a decifrare i caratteri occidentali o arabi… probabilmente aveva ottenuto la licenza o semplicemente il taxi in prestito dal cugino del fratello della zia del nipote del cognato vedovo della moglie: a quei tempi ancora funzionava così.

Problemi linguistici a parte, l’introduzione dei navigatori satellitari in tempi recenti sta diventando quasi fattibile in una città nella quale, come notai sin dall’inizio, le strade cambiano all’improvviso spostandosi come le scalinate della scuola di magia di Harry Potter. Non solo: nemmeno quelle fatte e finite sono cosa certa, perché a volte cambiano anche i nomi, con situazioni estreme come il caso “Emirates Road”, denominazione storica della E311 che ora non si chiama più così, ma “Sheikh Mohammed Bin Zayed Road”… e adesso la targa di “Emirates Road” è assegnata alla E611.

Stesso nome, strade completamente diverse. Poi uno dice che ci si confonde. Per forza di cose qui non esistono gli indirizzi come li intendiamo noi. Per capire dove andare a Dubai è bene rinunciare al concetto di via, civico, codice postale e quant’altro e affidarsi invece a quello di landmark, ovvero di edificio di riferimento più vicino. Chi deve andare in un posto isolato è perduto per sempre. L’abitudine di cambiare nomi o di usare nomi di uso comune invece di quelli riportati ufficialmente sulle cartine si è tra l’altro estesa anche alle fermate della metropolitana, che insieme alla rete autobus è molto utilizzata.

Proprio per questa situazione indefinita relativa agli indirizzi, sta prendendo sempre più piede l’uso del GPS e del Makani, ossia la posizione in forma di coordinate satellitari. Ciò non garantisce comunque di arrivare per tempo nel punto desiderato perché non è detto che le mappe stradali riportate nel navigatore siano esattamente aggiornate o fedeli alla realtà, ma con un po’ di esperienza e magari con un quattroruote che consente di avanzare nella sabbia od oltrepassare cordoli e muretti ci si può arrangiare.

Un altro elemento di confusione è causato dalla disposizione dei cartelli segnaletici, posti a volte in luoghi non immediatamente visibili o adeguati a far capire tempestivamente in quale punto svoltare. Adesso va un po’ meglio, ma in passato non era raro, soprattutto spostandosi verso gli emirati vicini, trovare indicazioni direzionali piazzate subito dopo la via che sarebbe stato necessario imboccare. E a Dubai sbagliare strada non è cosa da poco: i chilometri da percorrere prima di trovare una inversione a U in certi casi sono leggendari. Inoltre: la forma a dir poco anticonvenzionale di alcuni svincoli (qui il quadrifoglio ha raggiunto livelli di fioritura mai visti; si mormora in modo semiserio che ciò sia dovuto al fatto che in origine chi costruiva le strade venisse pagato a chilometro, quindi non sempre la via più conveniente per andare da A a B era la retta), il criterio di entrata e uscita nelle strade a grande percorrenza, l’uso randomico delle rotonde e chi più ne ha più ne metta… tutti fattori che, uniti a stili di guida disinvolti, non agevolano le cose.

Facili ironie o sbuffate vere e proprie a parte, è importante anche comprendere la storia delle strade di questa città e dei dintorni. Di recente ho letto, e non ne avevo la minima idea, che solo nel settembre del 1966 a Dubai è stato introdotto l’obbligo di guida sul lato destro. Ai tempi dei Trucial State la guida era a sinistra, come nel Regno Unito. La conversione avvenne con un preavviso agli automobilisti di appena 15 giorni, tramite un semplice cartello affisso su una via parecchio frequentata di Deira. All’inizio riguardò solamente Dubai, creando qualche difficoltà per chi si muoveva in direzione Abu Dhabi, dato che solo più tardi la capitale avrebbe introdotto la nuova modalità di guida.

Ci furono a latere problemi per quel che riguardava il mercato dell’usato, e molti iniziarono ad alterare le automobili facendo rimuovere e spostare a sinistra il volante dal meccanico improvvisato di turno, fino all’adozione di normative più stringenti e precise negli anni Ottanta. È pur vero che negli anni Sessanta le strade erano praticamente larghi sentieri di fango e ciottoli che si interrompevano e riprendevano, e che Dubai contava solo 3.000 abitanti circa, dei quali pochissimi dotati di veicolo proprio, quindi il rischio di incidenti seri che non coinvolgessero cammelli ma solo automobili, pulmini o camioncini era minimo. In effetti Al Seef Road fu la prima ad essere asfaltata, quasi 60 anni fa. Successivamente, 51 anni fa, sempre a Dubai venne introdotto il primo sistema di illuminazione stradale pubblica.

Insomma, di strada da allora ne è stata percorsa davvero tanta, è proprio il caso di dirlo. Municipality e Polizia insieme hanno ottenuto risultati un tempo impensabili, se ragioniamo rimettendo le cose in prospettiva. anche e soprattutto in termini di miglioramento della sicurezza e del rispetto delle regole, in particolare nell’ultimo decennio. Molto poi sta a chi si mette alla guida, ma quello purtroppo è un altro discorso.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati quattro dei sei gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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Covid-19: le limitazioni ancora in vigore negli Emirati

Con la sospensione del coprifuoco in tutti gli Emirati Arabi, a Dubai e nelle altre città del Paese si sta lentamente tornando alla (quasi) normalità.

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Cvid-19: le limitazioni ancora in vigore negli Emirati
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Con la sospensione del coprifuoco in tutti gli Emirati Arabi e l’imminente apertura al turismo, a Dubai e nelle altre città del Paese si sta lentamente tornando alla (quasi) normalità.

“Con il graduale ritorno alla vita normale – ha dichiarato Amna Al Dahhak Al Shamsi, portavoce del governo degli Emirati Arabi Uniti, – il ruolo più grande e più importante di tutti rimane l’impegno a seguire le istruzioni e le procedure al fine di non annullare finora gli sforzi di tutte le entità governative e della società”.

Le autorità ricordano che le multe per le violazioni delle norme anti Covid-19 sono ancora in vigore e che i trasgressori sorpresi per la terza volta sono soggetti a un’azione legale e possono rischiare anche il carcere.

Ma quali sono le limitazioni ancora in vigore? Vediamole:

  • Le mascherine sono obbligatorie ovunque, anche negli uffici e sul posto di lavoro. Uniche eccezioni: se si viaggia in auto da soli o con i propri familiari, se si svolge un esercizio fisico molto inteso, per i bambini sotto i due anni o se ci sono condizioni di salute che ne impediscono l’utilizzo.
  • In automobile non possono viaggiare più di tre persone, a meno che non siano tutti membri della stessa famiglia.
  • La distanza sociale di 2 metri deve essere mantenuta in ogni momento nei luoghi pubblici.
  • Eventi, feste, riunioni sono vietati in tutti i luoghi pubblici e privati, comprese case e uffici. Chiunque verrà trovato ad ospitarne sarà multato. “Sottolineiamo che gli incontri pubblici sono ancora vietati ed è preferibile evitare le visite ai famigliari” ha dichiarato Saif Al Dhaheri, portavoce del National Emergency, Crisis and Disaster Management Authority.
  • A partire dal 24 giugno, è stato vietato servire alcolici ai banconi del bar fino a nuovo avviso.
  • In tutto il Paese, le moschee e gli altri luoghi di culto rimangono chiusi.
  • I lavoratori domestici non dovrebbero incontrare nessuno al di fuori della famiglia. La regola si applica in tutti gli emirati, tranne che a Dubai.
  • Ai bambini è permesso visitare ristoranti e centri commerciali, ma alle persone di età superiore ai 70 anni è ancora vietato l’ingresso, ad Abu Dhabi, Sharjah, Ajman, Umm Al Quwain, Ras Al Khaimah e Fujairah. A Dubai non ci sono più limiti di età.
  • I residenti ad Abu Dhabi, Al Ain e Al Dhafra possono viaggiare all’interno delle loro città ma non altrove nell’emirato senza prima ottenere un permesso. Chiunque desideri uscire da queste zone è ora libero di farlo, ma è necessario un permesso per rientrare nell’emirato.
  • Le autorità non hanno ancora consentito la riapertura delle piscine di edifici residenziali e complessi ad Abu Dhabi.
  • Ad Abu Dhabi anche le spiagge pubbliche e i cinema rimangono chiusi.
  • Le spiagge rimangono chiuse a Umm Al Quwain fino a nuovo avviso.

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Pillole di Emirati: la sabbia calda di Jumeirah

La sabbia rimaneva incandescente fino a tarda notte e brillava luminosa contrastando la luce della luna.

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Pillole di Emirati: la sabbia calda di Jumeirah
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Faceva (…e fa) tanto caldo, molto tempo fa sulle spiagge di Dubai, così caldo che la sabbia bruciava come brace.

In arabo brace si dice “jamr” (جمر) e proprio da questa parola deriva il nome “Jumeirah” (جميرا).

La struttura della parola è un vezzeggiativo, diminutivo, un termine affettuoso traducibile con “bracetta”, “bracina”, “braciuccia”.

La spiaggia dunque bruciava come brace, ma esiste anche una versione romantica che racconta come la sabbia rimanesse incandescente fino a tarda notte e brillasse luminosa contrastando la luce della luna.

Jumeirah è ora quell’area di quasi 27km di spiagge, negozi, ristoranti, cafe, ville maestose, moschee, una delle strade più belle di Dubai.

Se notate nel logo della catena “Jumeirah” c’è una piccola fiamma incandescente disegnata sulla lettera “I”.

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Covid-19: dove eravamo rimasti?

Stiamo un po’ come dei pugili suonati che a malapena hanno sentito il suono dell’aria smossa dal colpo arrivato da non si sa dove. Forse è giunto il momento di prendere atto che saremo a lungo in una fase di stress post-traumatico.

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Covid-19: dove eravamo rimasti?
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Sono quattro mesi che taccio su questi schermi, da quel post intitolato “Homo homini virus” che, col senno del poi, aveva previsto una buona parte di ciò che sarebbe successo dopo.

Tante volte avrei voluto scrivere, se non altro per dar sfogo egoistico ai sentimenti, ma l’assenza totale di ordine nei pensieri me lo ha impedito. Ho cercato come credo abbiamo fatto tutti, ciascuno a proprio modo, di ragionare e inquadrare la situazione; ho annaspato come credo abbiamo fatto tutti, nel mare di informazioni spesso contraddittorie che ci ha travolti; ho trovato, come credo abbiamo fatto tutti, i miei punti di riferimento, sforzandomi di non rinunciare mai a mantenere l’equilibrio fra ragione ed emozioni… e poi, essenzialmente, ho aspettato, come credo abbiamo fatto tutti.

Ed eccoci qui: al termine del primo fine settimana di riapertura dei centri commerciali e di diverse altre attività anche ai bambini al di sotto dei 12 anni e alle persone al di sopra dei 60. Non siamo ancora nemmeno di sguincio prossimi alla normalità, ma almeno abbiamo ricominciato a sentire il vociare dei bambini riecheggiare un po’ ovunque, e questa sí che è una parte importante che ci riconnette con la Dubai “di prima”.

Vorrei poter dire che finalmente ne siamo fuori ma, a prescindere dagli aspetti medici, il viaggio vero inizia adesso, non solo per coloro che hanno vissuto un lutto doloroso in prima persona.

Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori, fra la gente accanita contro amici e sconosciuti colpevoli di vivere “il virus” e i vari periodi di lockdown in maniera diversa gli uni dagli altri, le persone rimaste per mesi bloccate fuori dal Paese, i tantissimi che si sono ritrovati in difficoltà serie per la perdita del lavoro o la riduzione dei salari, le attività imprenditoriali azzoppate, l’incertezza verso il futuro, non solo quello professionale ma anche, più prosaicamente, la capacità di programmazione di qualunque cosa un tempo data per scontata, le diatribe sul “distance learning” che ha massacrato tutti indistintamente, la lontananza fisica forzata a tempo indeterminato dalle famiglie in patria, gli sms stile allarme antiaereo per l’inizio delle fasce orarie di coprifuoco, la diffidenza verso le notizie pazze sui giornali o sui social media, la speranza riposta nei grafici NCEMA che imperterriti continuano a descrivere invece una situazione in costante miglioramento.

A dircela tutta, stiamo un po’ come dei pugili suonati che a malapena hanno sentito la sventagliata dell’aria smossa dal colpo arrivato non si sa bene da dove.

Forse è giunto il momento di prendere atto del fatto che siamo e saremo a lungo tutti in una sorta di stress post-traumatico (aggravato dal caldo e dall’umidità che sono già qui, senza pudore proprio!).

Almeno in questa fase cerchiamo di evitare gli errori dei mesi scorsi, cerchiamo di tollerarci e comprenderci di più a vicenda, cerchiamo di capire che ciascuno di noi, senza eccezioni, sta affrontando materialmente e psicologicamente una difficile ricostruzione personale e collettiva senza avere ancora molto chiaro il traguardo finale.

Se, come scriveva Cesare Pavese, l’unica gioia al mondo è cominciare, cerchiamo di ricominciare insieme.

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