Connettiti con noi

Dubaistart

L’azienda che guadagna di più al mondo? La saudita Aramco

Pubblicato

su

L'azienda che guadagna di più al mondo? La saudita Aramco
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Apple, Google, Exxon? Briciole in confronto alla saudita Aramco che fa utili come tutte queste tre aziende messe assieme. La compagnia petrolifera di proprietà del governo saudita ha dichiarato – per la prima volta nella sua storia – i suoi numeri di bilancio: nel 2018 ha guadagnato 111 milardi di dollari, circa 300 milioni al giorno.

La notizia ha fatto il giro del mondo (qui trovate un approfondito articolo pubblicato dal New York Times) ed è stata ripresa anche da tutti i media emiratini. I numeri, finora segreti, dalla nazionalizzazione di Aramco avvenuta alla fine degli anni ’70, arrivano dalle agenzie di rating Fitch e Moody’s, in seguito alla richiesta dell’Aramco di un bond per finanziare l’acquisizione della società di raffinazione Sabic, a controllo statale, per 69 miliardi di dollari.

Nonostante il prezzo del barile non sia più quello di qualche anno fa, l’Arabia Saudita continua a pompare petrolio e ad avere gli occhi dei mercati puntati addosso. La domanda di tutti? Quali siano le riserve del Paese, che dovranno essere svelate se come annunciato, entro il 2021, l’Aramco dovesse essere quotata in borsa secondo il piano voluto dal principe ereditario Bin Salman nel suo programma per attrarre capitali internazionali nel regno e diversificare una economia troppo dipendente dal petrolio.

Le stime parlano di riserve provate di petrolio a 227 miliardi di barili e di riserve totali di idrocarburi a 257 miliardi di barili di petrolio equivalente, che implicano una vita di riserva di 52 anni: secondo le agenzie di rating “un livello confortevole per gli standard internazionali”.

Ma come ha sottolineato Fitch, l’Aramco paga il prezzo di un pesante fardello sui suoi flussi di cassa: i finanziamenti alla spesa sociale e militare del Paese, oltre ai sontuosi stili di vita dei principi sauditi, con un prelievo fiscale che prevede una aliquota del 50% alla quale si aggiunge il pagamento al governo di royalities del 20% su ogni barile estratto.

E qui, nei vicini Emirati? Nonostante gli sforzi per diversificare l’economia, il petrolio e il gas continuano a guidare le ambizioni socio-economiche del Paese, secondo quanto emerso  dall’ultima edizione della Adipec oil and gas conference, fiera biennale tra gli appuntamenti più importati al mondo per il settore energetico.

Il Governo emiratino, forte della recente scoperta di nuovi grandi giacimenti di idrocarburi, principalmente gas naturale, al largo di Abu Dhabi, ha annunciato il piano futuro dell’Adnoc, la società petrolifera nazionale: si è impegnata ad aumentare la capacità di produzione di petrolio dagli attuali 2,9 milioni di barili al giorno, a 4 milioni entro il 2020 e 5 entro il 2030, oltre a far crescere la produzione di gas per raggiungere prima l’autosufficienza e quindi diventare per la prima volta anche esportatori. Per raggiungere i suoi obiettivi, anche in termini di sostenibilità, l’industria petrolifera emiratina lavorerà fianco a fianco con la tecnologia e l’intelligenza artificiale, tanto che si è parlato di una nuova era Oil & Gas 4.0, dove l’innovazione digitale catalizzerà il progresso economico.

Membro dell’OPEC dal 1967, gli Emirati Arabi, settimo produttore mondiale di oro nero, detengono riserve tra le più grandi del mondo, circa 98 miliardi di barili di petrolio, e 209,7 trilioni di metri cubi di gas calcolati alla fine del 2017.

L’esperienza maturata in anni di collaborazione con società multinazionali e un team di professionisti affermati nel campo della consulenza aziendale, ha creato Dubai Start. Siamo il punto di riferimento per chi vuole esplorare, conoscere e iniziare business in una delle più importanti capitali della finanza mondiale. La nostra offerta è strutturata in pacchetti con servizi trasparenti e prezzi competitivi, per le esigenze di ogni genere di business e attività.

Dubaistart

Abu Dhabi: la centrale nucleare è pronta a partire

La centrale nucleare di Barakah, prima nella regione del Golfo, è pronta a partire. Nei prossimi mesi verrà attivato il primo dei quattro reattori che, tutti insieme, soddisferanno il 25% del fabbisogno di energia del Paese.

Pubblicato

su

Abu Dhabi: al vi ala centrale nucleare
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Con il rilascio della licenza per operare, la centrale nucleare di Barakah, prima nei Paesi del Golfo, è pronta a partire. Nei prossimi mesi verrà attivato infatti il primo dei quattro reattori che, tutti insieme, avranno una capacità di 5.600 megawatt e soddisferanno il 25% del fabbisogno di energia degli Emirati Arabi.

Grazie all’impianto, che sarà gestito dalla Nawah Energy Company, consociata dell’Emirates Nuclear Energy Corporation (ENEC), “si segna un nuovo capitolo del nostro viaggio per lo sviluppo di energia nucleare pacifica”, ha affermato lo sceicco Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi.

Una volta pienamente operative, le quattro unità della centrale di Barakah eviteranno il rilascio di 21 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio ogni anno, equivalenti alla rimozione di 3,2 milioni di automobili dalle strade del Paese su base annuale.

Gli Emirati Arabi si sono infatti prefissati l’obiettivo di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi al 76% nel 2021 (era al 98% nel 2012). Il Paese, terzo produttore di greggio all’interno dell’Opec, con circa il 4% della produzione globale di petrolio, prevede di aumentare il contributo di energia pulita al 44% entro il 2050.

Non solo, secondo l’ENEC la centrale porterà opportunità di lavoro di alto livello nel Paese, oltre a dare il via alla crescita di un nuovo settore industriale. Gli Emirati sono il primo Paese del Golfo ad attivare una centrale nucleare (il progetto complessivo vale 20 miliardi di dollari), secondo la strategia di diversificazione energetica perseguita da anni, che prevede anche ingenti investimenti nelle energie rinnovabili.

L’impianto, situato vicino alla città di Ruwais, ad ovest di Abu Dhabi, vicino al confine con l’Arabia Saudita, ha richiesto 12 anni per essere realizzato e ha visto lavorare 18.000 persone al progetto durante la fase di costruzione.

Nel 2009, la Korea Electric Power Corporation (KEPCO), la più grande società di energia nucleare della Corea del Sud, è stata selezionata come Prime Contractor dall’ENEC, per lo sviluppo della centrale. Nell’ottobre 2016, ENEC e KEPCO hanno poi firmato un accordo di joint venture per una cooperazione a lungo termine al programma di energia nucleare pacifica degli Emirati Arabi. Attraverso la joint venture, è stata quindi fondata la Nawah Energy Company per la gestione e la manutenzione dell’Impianto di Barakah.

Continua a leggere

Dubaistart

Un quarto di secolo negli Emirati Arabi: intervista a Piero Ricotti

Da profondo conoscitore di questa regione del mondo, lo abbiamo incontrato per capire meglio in quale direzione stia andando il Paese, con l’Expo alle porte e una situazione geopolitica in Medio Oriente particolarmente delicata.

Pubblicato

su

Un quarto di secolo negli Emirati Arabi: intervista a Piero Ricotti
Tempo di lettura stimato: 6 minuti

Ajman era un nome sconosciuto, che aveva letto su alcuni francobolli della sua collezione, quando era un bambino, e che non sapeva proprio dove collocare sul mappamondo. Ripensandoci oggi, dopo venticinque anni di vita negli Emirati Arabi Uniti, sembra quasi un segno del destino. Piero Ricotti, Managing Director della società Tecnosistemi e Presidente della Camera di Commercio Italiana negli Emirati Arabi per dieci anni, dopo un quarto di secolo qui nel deserto ha visto Dubai e gli altri emirati crescere e trasformarsi.

Nato in un piccolo Paese delle Alpi piemontesi, alle pendici del Monte Rosa, in provincia di Vercelli, Piero Ricotti ha iniziato a viaggiare negli Emirati Arabi nel 1994, quando spostarsi tra Deira e Jebel Ali, i due estremi della città, era quasi un viaggio, con tanta sabbia e pochissime costruzioni.

Da profondo conoscitore di questa regione del mondo, lo abbiamo incontrato per capire meglio in quale direzione stia andando il Paese, con l’Expo alle porte e una situazione geopolitica in Medio Oriente particolarmente delicata.

Come è arrivato a Dubai?
Il mio è stato veramente un caso di “serendipity”. Lavoravo a Milano all’Italtel, grande azienda nel settore delle telecomunicazioni, soprattuto a quel tempo, e partecipammo quasi per caso ad una gara per Etisalat, l’operatore delle telecomunicazioni degli Emirati. Venimmo selezionati tra 27 partecipanti da tutto il mondo e, per farla breve, quella che avrebbe dovuto essere una permanenza di tre mesi, solo per l’avvio dei lavori, è una presenza che dura ancora adesso, seppur con diversi cambi a livello societario. Una esperienza molto importante per me, non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano.

Ha visto Dubai nascere, trasformarsi, crescere: che cosa l’ha impressionata di più in questi anni?
Quello che mi ha colpito di più è sicuramente, in un semplice binomio, il “plan and execute”, ovvero la capacità che esiste negli Emirati di pianificare ed eseguire i lavori nei modi e nei tempi. La leadership e le organizzazioni governative sono notevolmente performanti nel Project Management. La seconda cosa che mi ha sorpreso, diciamo maggiormente in questa ultima decade, è che la parte visibile del Paese, i beni materiali, sono eccezionali, sotto gli occhi di tutti, come la torre più alta del mondo e gli altri primati di questa città, ma è la parte immateriale che colpisce ancora di più. Il fatto cioè che ci siano una sinagoga e una chiesa in costruzione, una accanto all’altra, insieme ad una moschea, il fatto che ci sia un Ministro della felicità o ancora un Ministero per l’Intelligenza Artificiale. L’attenzione profonda verso tutti gli aspetti diciamo della crescita immateriale, che poi diventa anche materiale chiaramente, mi hanno colpito profondamente. Questa tolleranza, il rispetto per tutte le persone, per tutte le religioni, è davvero un insegnamento. Io aggiungo sempre come nella storia del mondo, in diversi momenti storici, i baricentri cambino: pensiamo ad esempio alla famosa Casa della conoscenza di Baghdad, o all’Impero romano, ma anche alla Cina o al Rinascimento italiano. Ecco sono convinto che tra venti, trenta o quaranta anni, sui libri di scuola dei nostri figli si leggerà di Dubai e degli Emirati Arabi Uniti. E’ veramente fantastico quello che stiamo osservando qui in questo preciso momento storico: la capacità di immaginare e creare il futuro.

Ci sono molti pregiudizi sulla cultura araba e sulla religione islamica e, forse mai come in questo momento storico, c’è una divisione tanto netta tra Occidente e Oriente. Che cosa ha imparato da questa città e da questa cultura?
I pregiudizi nascono dall’assenza di conoscenza. Islam vuole dire “submission to God” ed è una religione assolutamente pacifica e anche con forti radici scientifiche. Per me, vivere qui, ha significato certamente conoscere e vedere che l’Islam è una religione di grandissima tolleranza e di grande umanità. Non ho mai trovato difficoltà e ho avuto un senso di accoglienza profondo, al quale noi in Europa e in Occidente non siamo abituati. Non solo: io credo che qui abbiamo una guida, persone che vogliono fare il bene di un Paese, che riflettono, che pensano, mentre purtroppo in Europa siamo spesso senza guida e l’obiettivo di chi fa politica è più egoistico. Tanti anni fa avevo letto un libro di un cardinale spagnolo che citava il concetto di autorità come servizio. Ecco questo è importante, riconoscere, quando si raggiunge una posizione di leadership, che bisogna fare di più per gli altri e non di meno. Purtroppo nei nostri modelli occidentali, spesso il bene comune, il bene del Paese è dimenticato o passa in secondo piano.

La prossima sfida sarà l’Expo e, soprattutto, il dopo Expo. Secondo lei in quale direzione sta andando e andrà Dubai?
Qui a Dubai abbiamo avuto quattro economie: quella delle perle e della pastorizia, quindi da illo tempore fino ad arrivare circa agli anni Trenta del secolo scorso; poi abbiamo avuto la Oil Economy che ha dato un impulso anche all’organizzazione più strutturata dello Stato; a seguire la Knowledge Economy, di cui anche l’edificio dove si trova il mio ufficio, e nel quale ci troviamo in questo momento ne è un frutto: Dubai Internet City, Media City, Knowledge Village sono state costruite in 365 giorni. E infine abbiamo avuto il lancio dell’economia dell’innovazione, nella quale si inseriscono l’intelligenza artificiale e il futuro. Io rilevo che i tempi di passaggio da una economia all’altra si accorciano, e che la capacità di Dubai in particolare, e degli Emirati in generale, di essere sempre più avanti e di raggiungere l’eccellenza, rimane costante. Su questa base, quindi, io credo che Expo sia solo un nodo della crescita, un trampolino, un punto visibile, ma di per sé la crescita sarebbe venuta comunque. Certo, Expo 2020 Dubai sarà d’aiuto, amplificherà ulteriormente il nome di Dubai in ogni angolo del mondo.

In molti sostengono che il modello Dubai “costruisco e poi riempio” non funzioni più. Lei cosa ne pensa?
Qui provo a risponderle con un aneddoto. Quando Sheikh Rashid bin Saeed Al Maktoum, quindi il padre dell’attuale Sceicco di Dubai, decise di mettere mano a Port Rashid, le navi che arrivavano erano davvero poche e i consulenti inglesi gli suggerivano che il porto fosse già grande abbastanza. Lui decise di raddoppiare, eppure le navi non c’erano. Non solo, fece aprire anche un altro porto, quello di Jebel Ali, lontanissimo dalla città: oggi è uno dei porti più importanti del mondo. E ancora, quando io guidavo nel 1995-1996 e abitavo a Deira, arrivare a Jebel Ali e poi ad Abu Dhabi era un viaggio. A Ghantoot c’era un controllo di polizia in quanto si cambiava emirato, a Jebel Ali un albergo solo; era impensabile immaginare che un giorno sarebbe stato tutto costruito. Non vorrei trovarmi come quei signori al tempo di Sheik Rashid che dicevano che stava costruendo troppo e poi la sua visione era corretta. Quindi ho un giudizio sospeso, ma di grande fiducia.

Da donna le voglio fare una domanda sulle donne emiratine: secondo lei come è cambiata la condizione femminile nel Paese in questi anni?
Parto da una storia che riguarda la mia famiglia. Mia nonna, nata nel 1895, portava il velo nero, sempre; ho visto i suoi capelli la prima volta quando avevo 14 anni. Mia mamma, classe 1932, lo portava per andare in chiesa; mia sorella, classe 1957, adesso mai, da bimba qualche volta per imitazione. E se io faccio un parallelo rispetto al Piemonte orientale, posso dire che 25 anni fa, qui negli Emirati, la prevalenza delle donne portava la maschera oltre al velo, poi un po’ di meno, e oggi le ragazze portano le abaya aperte e i ciuffi che escono dai loro copricapo. Oserei dire che si può fare un parallelo mamma-nonna-sorella quasi perfetto; poi ovviamente ciascun Paese ha le proprie specificità ed è bello che sia così. Questo per dire che anche qui le donne stanno facendo un percorso. Oggi rappresentano il 50% dei membri nel National Federal Council e il loro ruolo è effettivo nella società, ci sono tante donne manager davvero molto preparate, forse più che nel nostro Paese.

A questo punto un’ultima domanda è d’obbligo: c’è qualcosa che non le piace di Dubai, a parte il caldo?
Così mi toglie la risposta di bocca. L’estate è davvero un momento difficile qui, uno dei miei sogni è riuscire a stare in Europa un mese in più nel periodo caldo. Devo dire che io sono veramente entusiasta di questo Paese, perché mi ha dato tantissimo dal punto di vista professionale, culturale, umano. E’ stato per me un arricchimento continuo. Qualcosa che non mi piaccia, non la trovo davvero.

Continua a leggere

Business

Politecnico Milano: Master sul lusso Made in Italy nei Paesi del Golfo

E’ stato presentato a Dubai il Global Executive Master in Luxury Management, organizzato dal Mip Politecnico di Milano in collaborazione con l’Università australiana Wollongong

Pubblicato

su

Politecnico Milano: Master sul lusso Made in Italy nei Paesi del Golfo
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Le tradizioni italiane legate al lusso e i nuovi mercati, come quello dei Paesi del Golfo e anche dell’India. E’ stato presentato a Dubai, dal Mip Politecnico di Milano, il Global Executive Master in Luxury Management, corso post laurea dedicato appunto al settore del lusso, tradizione del nostro Paese. Realizzato in collaborazione con la University of Wollongong in Dubai, rientra nei progetti che da qui al 2020 ci accompagneranno verso Expo Dubai.

“Il Master in Luxury Management del Politecnico di Milano, che grazie alla partnership con la Wollongong University di Dubai diventa ora globale – ha sottolineato Paolo Glisenti, Commissario Generale dell’Italia a Expo 2020 Dubai – è il perfetto modello dell’offerta formativa che l’Italia porterà a Expo 2020: multidisciplinare e multisettoriale nel senso che integra competenze diverse creando opportunità in molti settori del lusso, dallo sviluppo di prodotto al branding, dalla finanza al marketing”.

Il programma prevede 18 mesi di formazione, a partire da marzo 2020, ed è rivolto ai professionisti con almeno cinque anni di esperienza, interessati ad esplorare ulteriormente il mondo del lusso. Il Master permetterà di avere un doppio diploma, riconosciuto sia in Europa che negli Emirati Arabi.

“Il lusso è uno dei settori in cui l’Italia ha una forte tradizione – ha spiegato Alessandro Brun, docente di ingegneria gestionale e direttore del Master -. Vogliamo continuare a studiare per proteggere e coltivare l’artigianato, il patrimonio e il lusso in generale”.

Alla base del corso c’è l’idea di formare professionisti in grado di sviluppare l’industria del lusso, tanto a Dubai quanto nel resto del mondo. “Ci rendiamo conto che non importa se i partecipanti lavoreranno per un marchio italiano o un altro; devono essere consapevoli di ciò che sta accadendo in questa parte del mondo”, ha aggiunto Brun in occasione della presentazione del corso.

Da 13 anni il MIP propone percorsi formativi nel luxury management, ma questa è la prima volta che si rivolge ad executive con una certa esperienza. “Il master verrà svolto a Dubai – ha spiegato ancora Brun – perché oggi è una delle principali capitali dello shopping, ma avrà importanti sessioni anche a Milano, che rimane la capitale del lusso e del design, a Ginevra e a Parigi, per visitare alcune aziende di eccellenza e parlare con il loro top management, favorendo una formazione basata sull’esperienza. Non si tratta infatti solo di moda, ma anche di orologi, gioielli, yacht, automobili, pelletteria, profumi, settori in cui esistono straordinarie competenze nella manifattura, nel design e nel marketing, ma spesso non nel management”.

Secondo la società di consulenza strategica Bain & Company, il mercato dei beni e servizi di lusso è valutato a 1,35 trilioni di dollari a livello globale ed è cresciuta nel 2019 del 4% (in leggera flessione rispetto all’anno precedente); mentre il mercato del lusso degli Emirati Arabi dovrebbe raggiungere i 14,9 miliardi di dollari entro il 2023.

Per iscriversi al Master c’è tempo fino al 20 febbraio 2020. Per maggiori informazioni Global Executive Master in Luxury Management.

Continua a leggere

WAM.AE News

Trending

Copyright © 2014-2020 Dubaitaly

it_ITIT
en_GBEN it_ITIT