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Quando gli expat sono gli emiratini

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Quando gli expat sono gli emiratini

*Questo articolo è stato gentilmente concesso da Sail Magazine e tradotto in italiano

Una delle tante persone che seguo su Twitter ha portato alla mia attenzione un argomento importante, incentrato sul problema degli studenti emiratini che non riescono a trarre il massimo dalle loro esperienze di studio all’estero.

Ho attinto alla mia esperienza mentre prendevo parte alla discussione che ne seguì. La discussione, in particolare, si concentrava sugli studenti che si rifiutano di integrarsi nel tessuto sociale dei loro paesi ospitanti. Il tweet che ha iniziato la discussione, ha lamentato l’incapacità di alcuni di questi ragazzi di acquisire una buona padronanza della lingua del loro nuovo paese, nonostante vivessero lì da anni.

Personalmente, credo che molti studenti emiratini (e per estensione khaleeji) non riescano a sfruttare al meglio il loro tempo all’estero a causa del modo in cui siamo stati educati; tendiamo infatti a rimanere fedeli alle persone della nostra stessa cultura e le frequentiamo la maggior parte del tempo. Mentre questo aspetto è molto comune tra le diverse comunità di espatriati in tutto il mondo, io per primo credo nell’adozione di un approccio moderato alla vita in generale. Anche se sono disposto ad ammettere che frequentare solo le persone della tua stessa cultura attenua le difficoltà di lasciare il proprio paese d’origine, di certo reca un danno agli studenti per quanto riguarda lo sviluppo personale, specialmente se gli studenti finiscono per evitare di integrarsi nelle società dei loro paesi ospitanti.

Quando ho lasciato il mio Paese, come un giovane inesperto ragazzo di 18 anni, ero in qualche modo ignaro di ciò che esisteva oltre i nostri confini in termini di sistemi di credenze e ideologie. Come risultato dell’insegnamento dei miei professori, fondamentalisti degli studi islamici, mi era stato trasmesso che il mondo intero gira intorno a noi e sono così arrivato ad avere “una mentalità d’assedio”, resistente al cambiamento. Non riuscivo a comprendere l’idea che il mondo non ruotasse davvero attorno a noi.

Ma dopo aver capito che non tutti sono là fuori per “assediarci”, ho iniziato a studiare la storia e la filosofia occidentali. Questa esperienza ha demistificato le opinioni distorte che avevo di questi Paesi e persone, e mi ha fatto capire che ad un certo punto l’Occidente ha affrontato gli stessi problemi che stiamo affrontando noi. Per esempio, ho capito molto sull’Occidente quando ho letto della Guerra dei Trent’anni, una sanguinosa guerra che è stata combattuta in Europa tra il 1618 e il 1648. Questa guerra ha avuto le sue radici nel conflitto settario tra cattolici e protestanti, nel mezzo della frammentazione del Sacro Romano Impero, e provocò la perdita di otto milioni di vite.

La conoscenza del conflitto mi ha aiutato molto a dare un senso alla società occidentale. Anche loro furono vittime dell’odio e dell’intolleranza settaria. Sono umani, proprio come noi. Questo mi ha insegnato a non trattare l’Occidente come un blocco monolitico anti-musulmano, una visione condivisa da molte persone con le quali sono venuto in contatto durante il mio soggiorno all’estero. L’immagine sfumata che ho sviluppato sull’Occidente è stata ulteriormente affinata dalle mie conversazioni con i miei compagni di classe e docenti universitari. Sinceramente mi sembra che questa esperienza mi abbia reso una persona migliore, più tollerante nel complesso.

La vita è ciò che ne fai di essa. Spero che coloro che hanno la rara opportunità di avventurarsi oltre i nostri confini, possano imparare a trarre il massimo dalle loro esperienze. Non abbiamo bisogno di cancellare le nostre identità individuali e collettive, ma piuttosto, dobbiamo essere più consapevoli ed istruiti sulle società e le comunità delle quali scegliamo di far parte.

Dottoranda alla Durham University in Inghilterra, ama scrivere di questioni sociali e che riguardano la gioventù degli Emirati Arabi. Adora viaggiare, mangiare, scrivere, leggere, il buon caffè e, ultimo ma non meno importante, le conversazione intellettualmente stimolante. Ama ripetere: "La vita è ciò che ne fai di essa".

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