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Made in Expo: l’Italia è ancora in grado di esportare Bellezza?

È bello essere italiani? Forse, ma a volte non basta. Martin prova a dare un punto di vista diverso sul perchè Expo è una grande opportunità per l’Italia e il mondo occidentale.

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Made in Expo: l'Italia è ancora in grado di esportare Bellezza?
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A settembre sono stato invitato come startupper alla conferenza del Farete di Bologna, convenzione annuale di Confindustria, promossa dal CODER (Coordinamento Ordine dei Dottori commercialisti ed Esperti Contabili) dell’Emilia Romagna.

Il mio intervento, durato pochi minuti, è servito a scambiare con gli altri speaker opinioni su come viene percepito il prodotto Italiano negli Emirati Arabi e nel resto del mondo. Il punto della conversazione riguardava nello specifico il perché il Made In Italy viene apprezzato cosí tanto. Dopo l’evento sono state più le domande su Dubai che non su come approcciarsi. Trascorsi due mesi, ho deciso di tirare le somme su quello che ho appreso.

Made in Italy?

Sono effettivamente poche le parole negative associate al Made in Italy. Sarà per via del gusto nel vestire, sarà perchè una buona cena fa dimenticare anche le giornate più tristi o stressanti, ma ho un’opinione diversa al riguardo. Forse più cinica, ma che diventa sempre più evidente col passare del tempo.

Il primo impatto è certamente quello che colpisce di più. Lo sanno bene le multinazionali di successo basate sul Made in Italy. Trasmettere la creatività e l’innovazione, la sensazione di accoglienza (almeno dal lato turistico), il design funzionale, il senso intrinseco di qualità, lusso e bellezza è certamente tra le doti degli esportatori di quello che è diventato un vero e proprio marchio riconosciuto dal mondo intero.

Ed è proprio qui che l’Italia continua ad offrire quel qualcosa in più degli altri. Quella pignoleria sui dettagli, la voglia di lasciarsi coinvolgere emozionalmente nelle attività, la ricerca dell’estetica in ogni settore. Purtroppo, a volte ci si porta dietro anche la cosiddetta arte di arrangiarsi, quello che secondo me abbassa la percezione di professionalità e fa sprofondare la qualità in abissi oscuri. Non v’è dubbio che questa attitudine aiuta spesso a risolvere non pochi problemi. Per come la penso io, nel lavoro bisognerebbe trovare le soluzioni, non creare problemi e possibilmente evitare di vivere sotto costante stress.

Durante la fiera ha riecheggiato il piano dell’Italia per Expo Dubai 2020, presentato dal Commissario Generale, Paolo Glisenti. Il Commissario ha spiegato come la bellezza unisce tutte le caratteristiche italiane in un concept che viene e verrà ricordato nello spazio e nel tempo, dalla cultura, all’arte ma anche come sinonimo di salute e prosperità.

Dubai ne ha colto in pieno il valore e vede il padiglione del Bel Paese come una vetrina permanente di Design e Bellezza. Infatti, non solo il padiglione Italiano non verrà smantellato dopo Expo, rimanendo a simboleggiare il design e il Made in Italy. In un paese che ci ha abituato a stupire propone il tema di Connettere le Menti per Creare il Futuro, il motto italiano è: La Bellezza Unisce le Persone. Ma gli Italiani sono pronti per il Medio Oriente?

Chi è pronto ad innovare?

La bellezza che si imprime al colpo d’occhio, quella che lusinga lo sguardo, che fa scaturire la passione. Proprio quello che percepisco ogni volta che visito il Paese che mi ha dato il passaporto. La stessa sensazione che ho quando qualcuno mette il discutibile valore di essere Italiano davanti all’operato o, ancor peggio, alla qualità di un lavoro: una facciata. Per quanto bella, tale rimane.

Anche alla luce di Expo Milano, è davvero ora che anche l’Italia si rimetta al passo e provi ancora una volta che è capace di mostrare la sua Bellezza al mondo. Anche le piramidi erano splendide, seimila anni fa.

Quello che sembra mancare all’Italiano in Italia è la voglia di pestare strade scomode, cambiare amici, abbandonare la dieta mediterranea, accettare il fatto che le fettuccine Alfredo vendono più del cacio e pepe, lontano da Roma. Tutte cose difficili, soprattutto l’ultima. Ma solo rimettendosi in discussione si riesce ad innovare.

Quello che invece manca all’Italiano all’estero è certamente la consapevolezza e la sicurezza dei propri mezzi. Se il Made in Italy è percepito in maniera positiva oggi, non è di sicuro merito di nessuno di quelli che lo esportano o lo professano. Nè tantomeno di quelli che si forgiano di italianità in segmenti o operazioni che con il Made in Italy non centrano alcunché. Bisogna sempre provare il proprio valore, per migliorarsi e impadronirsi dell’arte del lavoro.

Per ora l’Italia può ancora cavalcare la fama dei successi, nascondendo sotto al tappeto vergogne e fallimenti. Si può ritenere un pregio anche quello di riuscire ad esportare il meglio e far dimenticare il peggio che spesso rallenta il progresso o ci adombra. Non bisogna però dimenticare, o peggio, perdonare chi si appropria di un brand che non gli appartiene, esclusivamente per la casualità di esser nato in un luogo anziché altrove.

Dubai guarda al futuro e l’Italia partecipa in prima fila alla sua creazione. Se riuscirà a trasformare la bellezza in qualcosa di sostenibile, avranno ragione tutti quelli che credono nel Made in Italy come sinonimo di qualità e pregio . E per dimostrarlo, c’è bisogno di qualcosa di più che una stretta di mano e una pizza.

Nato nell'anno 10 a.G. (avanti Google) a Bolzano, cresce tra la cultura italiana e quella austriaca; spirito di osservazione delle regole e la puntualità da una parte, l’apertura mentale ed i caratteri accoglienti dall'altra. Passando da Bologna a Monaco di Baviera, scopre che le regole sono meglio applicabili alle idee creative che alla routine, e atterra infine a Dubai. Tra startups, proprietà intellettuali e la passione per la gestione sportiva, diventa esperto nello sviluppo di prodotti e progetti digitali. Si destreggia tra WiFi, droni e app per cercare gratificazione.

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Quarantine Stories: l’arte dello Storytelling contro la solitudine

Il progetto si propone di combattere la negatività emotiva di questo periodo, tenendo compagnia alle persone con i racconti della tradizione orale da tutto il mondo: sul Web

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Quarantine Stories: ascoltare storie contro la solitudine
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Lo diceva già Boccaccio, nel Decameron: ai tempi bui delle peste, più ancora che la malattia, il danno maggiore sulle persone fu quello emotivo e psicologico. E se l’ascolto di storie fu di grande sollievo per l’anima e il morale di tanti, perché non potrebbe esserlo anche oggi, durante l’isolamento sociale che stiamo tutti vivendo?

Nasce così Quarantine stories, come ci spiega Paola Balbi, storyteller professionista e ideatrice del progetto: “un’azione di arte per la collettività” e di resilienza, anche, dei tanti artisti che in un momento difficile come questo si sono trovati improvvisamente senza lavoro.

Paola, che cosa è Quarantine Stories
Quarantine stories è la risposta della Compagnia di Storytelling Raccontamiunastoria di Roma e della sua branch The Storytelling Company di Dubai alla situazione presente. E’ un’azione di arte per la collettività e di resilienza da parte di artisti professionisti, che in questo momento difficile vogliono restare vicini al loro pubblico e diffondere un messaggio di positività e di speranza. Raccontamiunastoria e The Storytelling Company sono organizzazioni che promuovono l’arte dello Storytelling e il patrimonio della tradizione orale tramite il lavoro di storytellers (ovvero cantastorie) professionisti. Come ogni anno avevamo organizzato il nostro Tale son the Island- International Storytelling Festival per i mesi di febbraio e marzo, e numerosi eventi collaterali in tutti gli Emirati, ma nel giro di una notte, in seguito alle restrizioni per il contenimento della pandemia del Covid-19, abbiamo dovuto annullare tutto. Per noi è stato un danno gravissimo, che ha portato tutti gli artisti coinvolti a ritrovarsi improvvisamente senza lavoro e le nostre organizzazioni con tante spese da pagare: considerate che tutti gli storytellers erano già arrivati a Dubai al momento della cancellazione degli eventi, e la nostra programmazione era iniziata da appena due giorni.

Come avete reagito? 
Abbiamo deciso immediatamente di cercare di raggiungere il nostro pubblico attraverso il Web, laddove non potevamo farlo fisicamente. Abbiamo iniziato a registrare le nostre storie con telecamere e telefonini, nei luoghi che avrebbero dovuto ospitarle, anche se il pubblico non c’era. Abbiamo cominciato a far abitare i luoghi dalle storie e a trasmetterle online. Abbiamo registrato e continuiamo a registrare in teatri, spazi aperti, luoghi iconici, persino nel deserto. Cerchiamo di unire sempre arte e luoghi, bellezza e contenuti per ricreare l’esperienza di chi ci viene a trovare dal vivo, un’esperienza in cui ambiente, luogo e storia creino insieme sensazioni nello spettatore. Molto spesso i messaggi sui social sono solo “volti che parlano”, noi invece vogliamo che per chi ci segue i protagonisti siano sempre le storie e le suggestioni che creano.

Quarantine stories

“Combatti la paura con la cultura” è il vostro motto, che cosa significa?
Nel 1348 la peste flagellò l’intera Europa, e anche allora come oggi, l’Italia non venne risparmiata dall’epidemia. Ma lo Storytelling giocò nel nostro Paese un ruolo cruciale per risollevare il morale delle persone, come riportato in quella che forse è la più grande collezione di storie della nostra cultura: il Decameron. Nella sua opera, che raccoglie cento storie di tradizione orale, che sono un vero e proprio inno alla vita, Giovanni Boccaccio descrive nel prologo gli effetti che l’epidemia ha sulle persone e sottolinea come, a parer suo, pur in uno scenario apocalittico, i danni maggiori siano in realtà quelli riportati dalle persone a livello emotivo e psicologico prima che fisico. Descrive come la paura e  l’ossessione del contagio cambino in peggio la società, di come trasformino le persone da amichevoli in diffidenti, sospettose ed egoiste, e propone l’ascolto di storie con un antidoto contro questi effetti. Noi ci proponiamo di seguire il suo esempio, con questo progetto.

Dal vostro punto di vista, quali sono le conseguenze dell’isolamento?
L’isolamento sociale che questo momento impone, sebbene salvaguardi la salute delle persone, le priva di un bisogno primario dell’essere umano, ovvero il contatto e la compagnia dei suoi simili. L’essere umano è un “animale sociale” e lo “stare insieme” è una necessità, così come lo sono bere, mangiare e respirare. E raccontare storie è il primo prodotto di questo stare insieme, fin dai tempi più antichi. Allontanarsi dagli altri, per molti può significare perdere sé stessi, perché negli altri ci rispecchiamo, ne abbiamo bisogno per definirci, abbiamo bisogno di raccontare per agire. Ecco perché in questo ultimo periodo abbiamo assistito nella società ad un aumento di ansia e paura. Come i medici combattono il virus, il progetto Quarantine stories- fight fear with culture si propone di combattere la negatività emotiva, “tenendo compagnia” alle persone con i racconti tradizionali. Il Web è invaso di notizie, spesso allarmanti e contraddittorie tra loro e molte persone passano freneticamente le giornate a controllarle sul telefonino. Noi vogliamo fornire un’alternativa: offrire alle persone la possibilità di staccare e viaggiare con la mente nei mondi meravigliosi delle storie.

Quarantine stories

I video che condividete online sono tutti registrati in questi giorni?
Non mandiamo online pezzi di archivio, tutte le storie sono registrate adesso, anche con mezzi di fortuna, per mostrare come noi artisti vogliamo essere con il nostro pubblico. Gli artisti possono aiutare le persone restando con il proprio pubblico e continuando a produrre arte. Come dicevo sopra, secondo me è importante in questo momento che l’arte sia “live”, prodotta proprio mentre siamo in difficoltà, per dare un segno concreto e tangibile della nostra presenza. Il mondo della cultura è particolarmente colpito dalla situazione presente, gli artisti dipendono anche economicamente dalla presenza del pubblico e dalla possibilità di creare eventi e lo stare insieme è uno dei valori principali di tutte le arti performative teatrali e in maniera particolare dello Storytelling, arte tradizionale. Come artista, anche io ho perso tanto in questo momento, ma insieme ai miei colleghi che lavorano al progetto ho deciso di reagire con le uniche armi che ora abbiamo a disposizione: la creatività e il coraggio. E’ difficile, ma andiamo avanti e siamo convinti che continuare a seminare positività porterà del bene a tutti e anche a noi, alla fine. Ci auguriamo di trovare anche persone e organizzazioni che possano sostenere e sponsorizzare questo progetto, la cui fruizione vogliamo che resti per tutti gratuita.

In che lingua sono le storie che avete raccolto? Da quale repertorio provengono?
Stiamo cercando di registrare in diverse lingue, per raggiungere il più variegate bacino di utenza possibile, come sempre facciamo con le attività del nostro Festival. Per ora sono disponibili storie in italiano, inglese, francese e tedesco.  Abbiamo anche registrato alcune rare storie della tradizione orale degli Emirati Arabi Uniti, raccolte con paziente ricerca nei nostri anni di permanenza e attività qui. Accanto ad esse abbiamo racconti popolari della tradizione europea, araba, celtica e anche mitologia nativa americana. Ci sono racconti per tutte le età, e diverse storie si rivolgono ad un pubblico di adulti. Ci sono storie da ascoltare in famiglia ed alter per rilassarsi la sera, quando i bambini sono a dormire. Ci sono storie su cui intavolare una conversazione e storie da godere con danza e musica.

Che cosa ci insegnano il passato e la tradizione orale per affrontare e sopportare momenti difficili, come questo?
Nei racconti tradizionali molto spesso i personaggi si trovano a dover affrontare difficoltà. Esse spesso si presentano come un ostacolo sul cammino, a volte qualcosa che spaventa: un drago, un mostro,  una strega, qualcuno di “cattivo”. Mettersi in ascolto e in sintonia con le storie ci permette di capire il messaggio degli antenati: quando c’è un ostacolo sul cammino, c’è sempre un modo per aggirarlo, trovare una via alternativa, riuscire a sconfiggerlo o superarlo. Le antiche storie insegnano che la vera magia è quella che viene da dentro, dalle risorse nascoste di ognuno. Curiosamente non esistono storie nelle quali il protagonista si scoraggi o fugga: maschio o femmina, giovane o vecchio, ricco o povero, il o la protagonista dei racconti tradizionali persevera sempre nel fare tutto ciò che è in suo potere per continuare il cammino. Questo è un tempo speciale…siamo nel “c’era una volta” di una storia che un giorno racconteranno. Adesso il nostro compito è “compiere la magia” per andare verso il “felici e contenti”.

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Passione Cinema: “Dogman” di Matteo Garrone

Interpretato da attori non famosi, e neanche belli da vedere, Dogman è la perfetta rappresentazione di un certo tipo di male.

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Passione Cinema: "Dogman" di Matteo Garrone
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Questa rubrica di approfondimento, consigli e curiosità legate al mondo del cinema (e magari anche di qualche serie TV), nasce da una necessità. Quella che mi è venuta quando, trasferitomi a Dubai nel 2015, mi sono ritrovato in un luogo dove la cultura cinematografica era totalmente asservita alle americanate o a film in hindi, hurdu o tagalog. E’ quel senso di mancanza di poter vedere e parlare di cinema di qualità, che mi ha spinto a voler aprire un dialogo con altre persone, spero non poche, amanti della settima arte. Attenzione, questo non vuol essere un discorso solo per fondamentalisti cinefili un po’ spocchiosi che sanno tutto di Truffaut o Kubrik, ma non hanno mai visto un film di Zalone. Questa rubrica sarà un punto di ritrovo per chi ama lasciarsi sorprendere, per chi, senza pregiudizi, passa da Roma Città aperta ad Avengers Infinity War (che ho amato tanto, ma non si può campare di soli blockbuster), sapendo trovare il giusto godimento in entrambi. Volta per volta cercherò quindi di consigliare, raccontare e recensire film da non perdere, a prescindere dal genere, anno di distribuzione e Paese di provenienza.

Dogman” di Matteo Garrone, 2018

Matteo Garrone è un regista fra i più importanti nell’attuale panorama italiano. Aveva già mostrato le sue doti nei primi lungometraggi, come L’Imbalsamatore, arrivando poi al successo internazionale con l’adattamento del libro di Roberto Saviano Gomorra.

E’ stato da poco nelle sale con la sua versione di Pinocchio, rilasciata nei cinema italiani nel periodo Natalizio dell’anno passato, e in streaming su varie piattaforme si può trovare facilmente (costo medio 4 euro) il suo lavoro precedente, Dogman. Ed e’ proprio di questo piccolo gioiellino che vi voglio parlare e consigliarne la visione.

Interpretato da attori non famosi, e neanche belli da vedere, Dogman è la perfetta rappresentazione di un certo tipo di male. Non quello pomposo delle americanate, ma quello tutto nostro, di periferia, del bullo di quartiere, della gente che sopporta in silenzio non avendo fiducia nello Stato.

Ambientato in un paesino sul mare, una fotografia che ne esalta il grigiore e la mediocrità, il film segue le vicende di questo uomo piccolo, gracile che pare buono, ma che rivela subito il suo far parte di un tessuto sociale parallelo a quello dello Stato, in cui anche un uomo con un lavoro, prendersi cura dei cani, non disdegna ogni tanto di spacciare qualche grammo di cocaina qua e là.

Una manciata di attori rappresenta tutto il mondo attorno al quale gira la vita di questa periferia così italiana, così lontana ora, per noi che siamo emigrati, eppure così conosciuta.

Il punto di vista rigoroso e mai invadente del regista, trova i tempi perfetti per raccontare una storia che è fatta per rimanere nella memoria, e la quantità di premi vinti fra Cannes, European Film Awards e Ciak d’oro ne è la dimostrazione. Se vi piacerà, non perdetevi nemmeno Reality, sempre di Garrone, film di altrettanta altissima qualità.


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Italian Vanity Art Exhibition: artisti italiani in mostra a Dubai

Venti artisti italiani emergenti espongono le loro opere, in un ponte tra Italia ed Emirati Arabi

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Italian Vanity Art Exibition: artisti italiani in mostra a Dubai
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Il 20 febbraio, presso la Cartoon Art Gallery, è stata inaugurata la sesta edizione dell’Italian Vanity Art Exibition, in cui sono presenti quest’anno venti artisti italiani coi loro lavori di pittura, scultura, fotografia e installazioni.

La curatrice e organizzatrice della mostra, Gina Affinito, che in passato ha vissuto anche a Dubai, ma che ora coordina e cura “Antica Saliera” uno spazio espositivo in un magnifico palazzo del 1200 nel centro storico di Lecce, ha costruito negli anni un ponte tra la cultura artistica degli Emirati Arabi e quella dell’Italia, per far sì che artisti emergenti italiani possano far conoscere la loro creatività e i loro lavori.

All’apertura dell’esposizione erano presenti alcuni artisti che hanno voluto accompagnare le loro opere, tra cui Lory Marrancone e Fabrizia Folchitto, e alcuni artisti locali, fra cui Ahmed Al Awadhi, che hanno omaggiato con la loro presenza l’esposizione spinti dalla curiosità e dall’amore verso l’arte. L’emittente televisiva “Zee TV” ha ripreso l’avvenimento ed effettuato interviste alla curatrice, agli artisti e ad alcuni visitatori.

Volgendo lo sguardo qua e là mentre gironzolo nella sala, ho colto diversi stili espressivi: dipinti appartenenti alla corrente figurativa, altri a quella astratto/informale, bellissimi lavori in White Painting, Astrattismo, sculture in legno di melo levigate, una bizzarra installazione dall’impatto visivo notevole “Big CyberFish” assemblata con l’uso di parti dei primordiali mitici Commodore 64, un angolo “FoulArt, che ci mostra foulard creati con sete delle Antiche Seterie di San Leucio raffiguranti con vividi colori le Piazze nel Mondo, e tanti altri lavori interessanti.

Mi chiedo: “Sono qui e guardo, ammiro, mi lascio attrarre e stupire, ma quale è il fil rouge che tiene uniti tutti questi elementi così diversi fra loro?”. Apparentemente non c’è. Ma la sensazione di sentirmi avvolta da un qualcosa che ogni opera emana mi dà la risposta: è semplicemente quella passione che l’artista impiega durante il processo creativo che lo porta ad aprire e riversare il suo mondo interiore al mondo là fuori. È un lavoro difficile questo, indipendentemente dal valore commerciale del risultato. Ogni espressione è degna di rispetto, va osservata, sarebbe meglio dire “guardata” come si guarda qualcosa che incuriosisce, come si guarda e si riguarda un film che si ama, o un libro che si legge, che incuriosisce ma ci costringe anche a pensare che cosa possa portare l’artista a comunicarci i suoi sogni, i suoi incubi, i suoi pensieri, a mettere a nudo il proprio IO interiore rendendocene partecipi.

Per cinque giorni, fino al 25 febbraio, in quella sala il Tempo è come se si fermasse, noi spettatori stiamo fuori dalla nostra vita quotidiana e assistiamo a questo unico magico organismo che pulsa di vita altrui.

E come diceva James Joyce: “Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’Arte”.

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