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Gli Emirati Arabi escono dalla black list UE

Gli Emirati Arabi Uniti sono stati rimossi dalla black list della Ue. Per l’Unione europea, quindi, resteranno paradisi fiscali solo nove Paesi, tra i quali merita di essere ricordato l’Oman.

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Gli Emirati Arabi escono dalla Black List UE
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Gli Emirati Arabi Uniti sono stati rimossi dalla black list della UE. L’aggiornamento della “lista nera” è quindi stato approvato, senza discussione, il 10 ottobre 2019 all’Ecofin, alla riunione dei ministri dell’Economia e delle finanze degli Stati membri dell’Unione Europea.

Per la UE, quindi, resteranno paradisi fiscali solo nove Paesi, tra i quali merita di essere ricordato l’Oman. La giurisdizione degli Emirati è quindi ora ritenuta compatibile con tutti gli impegni presi nel campo della cooperazione fiscale, avendo anche adottato nuove regole sulle strutture offshore in essa collocate. La decisione – sostenuta dall’Italia – è stata oggetto di svariate critiche in quanto gli Emirati – a differenza della Svizzera – non hanno prodotto normative significativamente dirette alla trasparenza in materia fiscale.

Cos’è la Black List e qual è la sua corretta definizione dal punto di vista fiscale ed economico? La Black List Italiana dell’Agenzia delle Entrate è l’elenco degli Stati che hanno adottato regimi fiscali agevolati che non hanno aderito al sistema di scambio dei dati fiscali con le altre Nazioni. Prevedono tasse molto basse, per questo sono conosciuti con il termine di paradisi fiscali.

Questa lista identifica anzitutto le giurisdizioni che non collaborano fiscalmente, ossia che, neppure a fronte di motivate richieste, forniscono dati su persone e ditte straniere residenti fuori dagli Emirati, che ivi invece operano: ad esempio italiani residenti in Italia, che hanno degli interessi, dei conti correnti, o sono titolari di asset collocati negli Emirati.

In secondo luogo, cosa si intende per paradiso fiscale? Di regola lo è quel Paese in cui il “livello nominale di tassazione risulti inferiore al 50%” di quello applicabile in Italia. L’introduzione di questo criterio discende dal recepimento delle indicazioni provenienti dall’OCSE e contenute nel progetto BEPS.

Senza voler entrare nel tecnico, ricordiamo che il livello nominale di tassazione italiano per le imprese è pari al 27,9%. Dunque l’aliquota estera, affinché il paese straniero non sia considerato a fiscalità privilegiata, è pari al 13,95%. Ne consegue che tutti gli Stati con una tassazione inferiore, sono considerati dall’Agenzia delle Entrate dei “paradisi fiscali”. Certamente lo sono Dubai ed i vicini Emirati, nonché la maggior parte degli stati della GCC area.

Il tema della black list è da sempre frutto di molta confusione. E se ciò non bastasse, va anche ricordato che esiste una black list “italiana” che, ovviamente, non coincide con la analoga lista europea. Seppure in Italia, a partire dal 2017, sia stato abolito l’obbligo di comunicazione per le operazioni aziendali compiute da imprese con i Paesi inseriti nella lista nera (il che comportava l’indeducibilità dei relativi costi; ma anche problemi più pratici: fare un bonifico dall’Italia ad esempio era fonte di problemi, per cui occorreva giustificare e documentare al proprio sportello la natura e la ragione del trasferimento di fondi), l’elenco dell’Agenzia delle Entrate resta comunque formalmente in vigore.

Volendo semplificare, nel nostro paese la black list (aggiornata annualmente dall’Agenzia delle Entrate) è utilizzata per tassare il 95% dei dividendi da società nei Paesi che ne fanno parte; diversamente dalla tassazione applicata alle aziende ordinarie.

La black list di rango europeo è stata approvata nel 2017 e mira a superare la frammentazione dei vari elenchi nazionali. La nuova classifica dei Paesi etichettabili come paradisi fiscali è stata predisposta sulla base di tre criteri: trasparenza fiscale, tassazione equilibrata e applicazione delle norme dell’Ocse sul trasferimento dei profitti da un paese all’altro.

Diversa è invece la “white list” che si differenzia dalla black list in quanto comprende Paesi che, pur avendo un regime fiscale privilegiato, consentono lo scambio di informazioni con gli altri Paesi tramite convenzioni o accordi internazionali.

Nella nuova era di collaborazione e interscambio di informazioni non vi è più spazio per manovre di pianificazione fiscale aggressiva. Con il passare del tempo le relazioni tra stati diventeranno sempre più strette. L’amministrazione finanziaria avrà sempre più informazioni per andare ad individuare le movimentazioni finanziarie dei contribuenti.

Avvocato Italiano, opera da oltre 20 anni nel campo del diritto commerciale internazionale e del diritto industriale dei marchi e brevetti. È trustee in una trust company italiana; master in diritto patrimoniale e diritto sportivo. Dal 2016 ha attivato un proprio recapito a Dubai per fornire assistenza nell’ambito dei processi di internazionalizzazione delle imprese Italiane.

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Accordo Eni-Adnoc: verso giacimenti più green

Firmato un memorandum di intesa per portare avanti progetti dedicati alla gestione delle emissioni di CO2 nei giacimenti petroliferi. Per un futuro più sostenibile.

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Accordo Eni-Adnoc: verso giacimenti più green
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Un memorandum di intesa per portare avanti due progetti dedicati alla gestione delle emissioni di CO2 nei giacimenti petroliferi. Lo hanno firmato ieri, ad Abu Dhabi, l’Adonc, la società petrolifera emiratina, e l’italiana Eni. Si tratta di uno sviluppo congiunto, si legge in una nota rilasciata da Eni, “di iniziative di ricerca mirate alla realizzazione di soluzioni tecnologiche avanzate per la riduzione, cattura, utilizzo o confinamento in giacimenti delle emissioni di CO2”.

Più nel dettaglio, sono state già individuate due iniziative per migliorare la gestione dell’anidride carbonica iniettata nei giacimenti, con il duplice obiettivo di aumentarne il fattore di recupero e successivamente per il suo stoccaggio permanente. Eni e Adnoc potranno dunque estendere la loro collaborazione in aree di ricerca di interesse comune, che saranno valutate in base alle strategie di business dei partner e al loro impegno di lungo termine per un futuro a basse emissioni.

“Siamo lieti di firmare questo accordo strategico – ha sottolineato Sultan Ahmed Al Jaber, Ministro di Stato degli Emirati Arabi Uniti e amministratore delegato della Adnoc – che consolida le nostre partnership di successo con Eni lungo tutta la catena del valore. È importante evidenziare che l’accordo sottolinea l’approccio mirato di Adnoc verso le partnership ad alto valore aggiunto, che ci permettono di valorizzare al massimo le risorse petrolifere di Abu Dhabi, coerentemente con la nostra strategia di smart growth per il 2030. Siamo davvero impazienti di realizzare questo accordo che porterà notevoli benefici sia a Eni sia ad Adnoc, poiché offrirà a entrambi svariate opportunità di crescita sostenibile”.

“Questo memorandum – ha invece sottolineato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi – dimostra il forte impegno di Eni nel rafforzare la partnership con un importante player come Adnoc, così da creare un notevole impatto positivo lungo tutta la nostra catena di valore. Le società collaboreranno per conseguire nuove soluzioni a medio termine con lo scopo di guidare la transizione energetica in linea con la strategia di decarbonizzazione di Eni, che mira al raggiungimento di zero emissioni nette nel settore upstream entro il 2030, e con gli obiettivi di sostenibilità recentemente annunciati da Adnoc. Una collaborazione a tutto campo che rinsalderà ulteriormente l’alleanza tra le due società disegnando traiettorie tecnologiche per l’evoluzione e la trasformazione dei business, upstream e downstream”.

Ricordiamo che Eni opera ad Abu Dhabi dal 2018 con cinque concessioni offshore, tre per ricerca e produzione, e due esplorative. La produzione attuale di Eni nell’area è di circa 50.000 bbl/giorno. La società italiana detiene inoltre una quota del 25% in Adnoc Refining ed è presente negli Emirati Arabi anche a Sharjah e Ras Al Khaimah, mentre in Medio Oriente opera in Bahrain, Oman, Libano e Iraq.

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Piccola guida: aziende italiane in volo a Dubai

Come dare avvio al proprio sviluppo commerciale negli Emirati Arabi senza uno sponsor locale? Regole, rischi e cautele spiegate dall’avvocato Davide Parolin

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Piccola guida: aziende italiane in volo a Dubai
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Come dare avvio al proprio sviluppo commerciale negli Emirati Arabi senza uno sponsor locale: panoramica su regole, rischi e cautele.

Quando una ditta italiana rivolge il suo sguardo verso questa area geografica, inevitabilmente sorgono alcune questioni di fondo, riguardanti il modo con cui dare attuazione alla propria “internazionalizzazione”, che sia rispettosa delle normative e regole locali. Si tratta di un quesito tipico, che è corretto porsi ogniqualvolta la propria attività esca dai confini nazionali ed europei.

Non disponendo ancora di una propria organizzazione di vendita, la ditta italiana dovrà decidere come sostenere il proprio sviluppo commerciale nella regione. Nulla le vieta di vendere direttamente i propri prodotti dall’Italia ai propri clienti stabiliti negli Emirati, tramite normali contratti di vendita e fornitura internazionale.

Facile a dirsi, ma spesso rischioso in considerazione del fatto che i prodotti stranieri possono essere importati negli EAU solo da soggetti ivi stabiliti, già muniti di apposite licenze di importazione e capaci di completare le relative pratiche doganali (non alla portata di tutti, quindi). In ogni caso questa soluzione non risponde all’esigenza di dare impulso alle vendite, promuovere i prodotti, e cercare i clienti; svolgere insomma delle chiare iniziative di “business development”. L’alternativa tipica è di affidarsi a delle figure di intermediari (agenti, distributori).

Quindi, per le aziende che desiderano accedere al mercato degli Emirati Arabi Uniti la prima decisione importante è se utilizzare un intermediario (Commercial Agent e/o Distributor) o creare un ufficio (rep. Office, Branch) o costituire una società commerciale locale (UAE Trading company).

Gli accordi di agenzia commerciale e di distribuzione negli Emirati Arabi Uniti sono regolati dalla Legge Federale 18 del 1981, e successive modifiche. L’utilizzo di un agente è per certi aspetti la via più semplice ed economica nel breve termine, in quanto non comporta alcun costo o investimento iniziale (diversamente dal costituire una società ad hoc) e significherà dare inizio alla propria attività in modo pressoché immediato. L’azienda italiana si appoggerà alla società ed alla licenza dell’agente, che proporrà e venderà il prodotto italiano; l’agente addebita in genere una percentuale sulle vendite procacciate, oltre – in vari casi – ad un corrispettivo fisso mensile (operare negli Emirati solo “a risultato”, spesso non è sostenibile, stante gli alti costi di vita e di sviluppo commerciale in genere).

Tuttavia, l’utilizzo di un agente significa anche dover rinunciare al proprio controllo sulle iniziative e relazioni commerciali, poiché attuerà una forte azione di monopolio sul brand e sui prodotti italiani importati negli Emirati Arabi. Come in ogni sistema normativo, anche qui esiste una normativa posta a tutela dell’agente locale, che rende spesso di difficile gestione la fine del rapporto contrattuale, con l’esigenza di dovere adire una corte locale (dove evidentemente la ditta italiana gioca “fuori casa”) che sia chiamata a sancire al fine del rapporto d’agenzia.

Va ricordato che la legge sull’agenzia si applica solo se l’accordo è “registrato” presso il Ministero dell’Economia degli Emirati Arabi Uniti. Gli accordi non registrati non vengono sottoposto alla protezione della legge sull’agenzia. Poi esiste una vasta tipologia di accordi di agenzia pur registrati ma “fittizi”, con l’interposizione di agenti emiratini a supporto di developer stranieri (da cui derivano varie implicazioni e conseguenze).

Affinché un agente possa beneficiare della protezione garantita dalla legge sull’agenzia, devono essere soddisfatti i seguenti criteri:

  • l’agente deve essere un cittadino Emiratino o una società interamente di proprietà di cittadini Emiratini;
  • l’incarico prevede l’esclusiva a favore dell’agente;
    deve riguardare un territorio definito (che può essere anche per solo alcuni gli Emirati;
  • l’accordo di agenzia commerciale deve essere registrato presso il Ministero dell’Economia.

Una volta registrato il contratto di agenzia, da questo scaturiscono importanti effetti ed anche vincoli particolarmente gravosi per la ditta italiana committente:

  • il diritto alla provvigione su tutte le vendite effettuate negli EAU indipendentemente dal fatto che l’agente effettui o contribuisca a tali vendite;
  • il diritto di impedire alla azienda italiana di nominare un nuovo agente;
  • il diritto al risarcimento in caso di revoca dell’incarico;
  • il diritto di impedire l’importazione dei prodotti dell’azienda italiana, svolta da altri soggetti;
  • protezione contro la risoluzione o il mancato rinnovo dell’accordo (anche se l’accordo è a tempo determinato, ed il termine è scaduto).

Quest’ultima circostanza, in particolare, dovrà essere sempre valutata con molta attenzione. La cessazione dell’incarico con l’agente è consentita solo per specifici motivi (peraltro non definiti dalla legge). Ecco quali “ragioni” per chiudere il rapporto si potrebbero contemplare:

  • le inadempienze dell’agente (ad es. il mancato rispetto da parte dell’agente degli obiettivi di vendita o dei minimi di acquisto);
  • qualsiasi violazione della legge dell’agenzia da parte dell’agente;
    l’agente che intraprende attività in concorrenza con i prodotti o servizi della società estera;
  • l’agente che non riesce a tutelare l’immagine della società straniera o agisce in modo tale da danneggiare la reputazione della società straniera o dei suoi prodotti o servizi.

Si capisce quindi come questa soluzione (l’assunzione di un Agente locale), in apparenza la più semplice ed economica, presenti dei risvolti assolutamente critici che non vanno mai trascurati, pena l’impossibilità di svincolarsi poi dalla relazione con l‘agente medesimo, che potrebbe così attuare una condotta tale da impedire ogni altra successiva azione commerciale della ditta Italiana, fino ad impedire l’accesso dei prodotti Italiani all’interno del territorio Emiratino.

Quali tipi di intermediari esistono?

COMMERCIAL AGENT – Agente commerciale
Un contratto di agenzia commerciale negli Emirati Arabi è normalmente un contratto esclusivo tra la parte straniera e un’agenzia commerciale di proprietà di emiratini. L’agente commerciale avrà il controllo della commercializzazione e delle vendite del prodotto o servizio negli Emirati Arabi. Se il partner straniero vuole riprendersi il pieno controllo in futuro, ciò – come appena visto – potrebbe essere relativamente complesso da ottenere, in quanto l’agente commerciale registrato dovrebbe accettare il cambio di scenario propostogli.

DISTRIBUTION AGENT – Agente di distribuzione
Un contratto con un agente di distribuzione è un contratto non necessariamente esclusivo con un partner locale emiratino, il quale assume il diritto di commercializzare e rivendere i prodotti e i servizi della società italiana. La Parte straniera può entrare in relazione con più agenti di distribuzione. Se l’accordo non è ben redatto, il distributore potrebbe sostenere che la sostanza dell’accordo stipulato sia qualificabile come un’agenzia commerciale, con le problematiche sopra evidenziate. Si noti peraltro che alcuni prodotti richiedono comunque l’intermediazione di un agente commerciale registrato per vendere questo tipo di prodotti negli Emirati Arabi (ad esempio i farmaci).

NATIONAL SERVICE AGENT/LOCAL SERVICE AGENT – Agente locale
Se ad esempio l’azienda italiana costituisce una propria filiale estera, un ufficio di rappresentanza o simili entità (Foreign Branch, Sole Establishment, Rep. Office), questa dovrà essere “sponsorizzata” da un partner locale emiratino (o società emiratina) che diventerà il suo agente di servizio nazionale. La cosa interessante è che la ditta italiana potrà comunque detenere al 100% la proprietà sull’entità locale costituita negli Emirati; ma in questo caso dovrà fruire comunque del supporto sotto forma di “local agent”. L’ agente di servizio locale (da notare è che un agente di servizio locale – LSA – e un agente di servizio nazionale – NSA – sono la stessa cosa) non assume alcuna responsabilità né alcun impegno finanziario nei confronti della società italiana. La sua responsabilità è garantire che la filiale possa svolgere la propria attività a Dubai, e non avrà quindi alcun interesse legale nell’amministrazione (governance) nella proprietà società, negli utili (profits) o nei beni (assets) della sede locale della ditta Italiana. L’agente locale svolge un ruolo di firmatario per l’adempimento dei vari oneri imposti dalla normativa, prestando in merito un evidente supporto innanzi all’autorità locale. Ad esempio potrà curare gli aspetti autorizzativi e di certificazione dei prodotti.

Queste in sintesi sono le regole applicabili laddove la ditta italiana operi normalmente nel territorio emiratino (cosidetto “Mainland”), senza la necessità di dover condividere alcuna proprietà delle proprie entità con sponsor o partner locali. Altre e ben diverse le regole applicabili all’interno delle tante e ben organizzate zone franche (“Free Trade Zone”), che magari analizzeremo in seguito.

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Hyperloop One: rivoluzionerà i trasporti nel Golfo?

La notizia arriva dalla Abu Dhabi Sustainability Week: tutte le città del Golfo potrebbero essere collegate tra loro e raggiungibili in massimo un’ora senza inquinare. Non è fantascienza, ma il progetto portato avanti dalla Virgin, con il suo Hyperloop One.

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Hyperloop
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La notizia arriva dalla Abu Dhabi Sustainability Week, in corso proprio in questi giorni nella capitale emiratina: tutte le città del Golfo, molto presto, potrebbero essere collegate tra loro e raggiungibili in massimo un’ora senza inquinare. Non è fantascienza, ma il progetto portato avanti dalla Virgin, con il suo Hyperloop One.

Vediamo più nel dettaglio di cosa si tratta, secondo quando dichiarato dall’azienda: trasportando fino a 45 milioni di passeggeri all’anno nella regione a velocità superiori a 1.000 km/h, l’Hyperloop potrebbe essere in grado di collegare tutte le città del Golfo entro un’ora l’una dall’altra, con zero emissioni dirette, poiché utilizzerebbe i pannelli solari posti sopra le capsule all’interno delle quali viaggiano i treni.

“Stimiamo che, per passeggero, l’Hyperloop è il 50% più efficiente dal punto di vista energetico rispetto alla ferrovia ad alta velocità e fino a 10 volte più di un volo aereo” ha sottolineato ad Abu Dhabi Jay Walder, amministratore delegato di Virgin Hyperloop One (VHO).

In questo modo, la soluzione di energia pulita di VHO andrebbe a sposarsi perfettamente con gli obiettivi della “Energy Strategy 2050” che gli Emirati Arabi si sono posti come sfida cruciale per i prossimi anni, in modo da aumentare l’apporto di energia pulita fino al 50% entro il 2050.

Quello della Virgin sembra essere più che un progetto su carta: nell’aprile dello scorso anno, infatti, l’operatore portuale di Dubai, il colosso DP World, ha siglato un accordo con VHO per creare un’azienda globale che costruirà sistemi di consegna merci ad alta velocità. La nuova società che ne è nata, DP World Cargospeed, creerà sistemi di trasporto futuristici utilizzando appunto la tecnologia basata sui “tubi” di Hyperloop per consegnare merci e collegare le infrastrutture esistenti.

Per la vicina Arabia Saudita, invece, nell’ottobre dello scorso anno VHO aveva annunciato i risultati di uno studio di fattibilità per costruire la prima rete di Hyperloop nel Paese. Se verrà approvato, potrebbe creare oltre 124.000 posti di lavoro e portare a un aumento di 4 miliardi di dollari al PIL entro il 2030.

Oltre alla Virgin, anche la Hyperloop Transportation Technology, guidata dall’italiano Bipop Gresta, sta facendo i suoi test proprio qui negli Emirati Arabi. In occasione di Expo 2020 Dubai, come annunciato lo scorso anno dallo stesso Gresta, potremmo infatti vedere un primo prototipo del treno super veloce (5 chilometri), che in futuro potrebbe poi collegare Dubai ad Abu Dhabi.

Cos’è e Hyperloop
Hyperloop è un treno a lievitazione magnetica che viaggia all’interno di un tunnel a bassa pressione, alla velocità del suono, ovvero a circa 1.200 km/h. Le capsule, simili a vagoni ferroviari, si “appoggiano” su di una struttura soprelevata. Poiché incapsulato, il treno non incontra la resistenza dell’aria, compressa e spinta dietro alla capsula. Si prevede consumerà pochissima energia elettrica, alla quale dovrebbe provvedere in via autonoma grazie ad un sistema di pannelli solari posti sulla parte superiore dei tunnel.

L’idea è nata da un progetto dell’imprenditore americano Elon Musk (il fondatore di Tesla), nel 2013, con l’intenzione di rivoluzionare completamente il settore dei trasporti su rotaia. Da allora diverse aziende hanno stretto accordi con differenti Paesi per dare inizio ai lavori di costruzione dei tunnel. Gli Emirati Arabi sono appunto tra i primi.

Il dubbio maggiore che ancora accompagna Hyperloop riguarda la fattibilità del progetto: spendere miliardi di dollari in una tecnologia della quale non si conoscono di preciso i benefici, vale l’investimento per il suo sviluppo e per la ricerca necessaria a trasformare la tecnologia in realtà?

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