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Arts & Culture

La palma da dattero nel Patrimonio Unesco

Il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco ha aggiunto una nuova ricchezza alla sua Lista: le conoscenze, abilità, tradizioni e pratiche legate alla palma da dattero.

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La palma da dattero nel Patrimonio Unesco
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Quando si parla di “patrimonio culturale” non ci si riferisce solamente ad opere d’arte o monumenti storici, ma anche a tutte quelle tradizioni antiche, fatte di abilità e saperi, tramandate nei secoli e vive ancora oggi. Un patrimonio immateriale, ma preziosissimo per non fare morire la diversità culturale nel nostro mondo globalizzato e omologato.

Per questo, il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, che si è riunito proprio nei giorni scorsi a Bogotà, in Colombia, ha aggiunto una nuova ricchezza alla sua Lista dei Patrimoni culturali immateriali dell’Umanità: le conoscenze, abilità, tradizioni e pratiche legate alla palma da dattero. E il riconoscimento è andato a ben 14 Paesi arabi, tra i quali anche gli Emirati Arabi Uniti, oltre a Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Mauritania, Marocco, Oman, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Tunisia e Yemen.

“La palma da dattero è stata legata per secoli alla popolazione regionale degli Stati candidati – precisa l’Unesco sulle pagine del suo sito Web -, servendo sia come base di numerosi mestieri, professioni e tradizioni sociali e culturali, costumi e pratiche associati, sia come fonti di nutrizione”.

“La palma da dattero, le conoscenze, le abilità, le tradizioni e le relativa pratiche – aggiunge l’Unesco – hanno svolto un ruolo fondamentale nel rafforzare la connessione tra le persone e la terra nella regione araba, aiutandole ad affrontare le sfide del duro ambiente desertico. Questa relazione storica tra la palma da dattero e gli individui dell’area interessata ha prodotto un ricco patrimonio culturale di pratiche correlate tra le persone, conoscenze e capacità mantenute fino ai giorni nostri. La rilevanza culturale e la proliferazione dell’elemento nel corso dei secoli dimostrano quanto siano impegnate le comunità locali a sostenerlo”.

Solo negli Emirati Arabi, anche se il Quarto vuoto, il deserto di questa area del mondo, è tra gli ambienti più inospitali della terra, crescono oltre 44 milioni di palme e 199 specie di datteri differenti, per una produzione di circa 76mila tonnellate di frutti all’anno.

Qui i datteri non sono solo una fonte di preziosi nutrienti, ma quasi un simbolo di identità. Non molto tempo fa erano la base dell’alimentazione. Ora non mancano mai sulle tavole degli emiratini ed è la prima cosa che si mangia dopo il digiuno giornaliero durante il Ramadan, insieme ad una tazza di caffè, per riaprire lo stomaco e poter poi ingerire, e digerire, la cena dell’Iftar.

In più della palma non si butta via nulla e per questo motivo le professioni legate alla piante sono moltissime: i tronchi servono, ancora oggi, per reggere le tende, le foglie per i pavimenti e per il tetto (legate con corde ricavate dal tronco degli alberi), oltre che per oggetti come ceste, stuoie, ventagli. Dal tronco si ricava inoltre uno sciroppo dolce, dai semi del dattero una sorta di caffè e anche la polvere nera, il kajal, che si usa per truccare gli occhi.

Il dattero era il frutto preferito di Maometto e nel Corano è citato 26 volte come “dono di Dio”. Chi coltiva datteri considera addirittura le palme parte della propria famiglia perché hanno sostentato generazioni di antenati. Oggi i datteri si trovano ovunque, nei supermercati, nei mercati, al suq e, ovviamente, ce n’è una versione raffinatissima ricoperta di cioccolato o ripiena di mandorle e scorza di arancia (quelli di Bateel), in negozi che sembrano gioiellerie.

Se siete appassionati di datteri oppure volete semplicemente conoscere le tradizioni locali, non potete mancare il Liwa Date Festival e l’Abu Dhabi Date Palm Exibition.

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda Dubaitaly.

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Arts & Culture

Passione Cinema: l’horror è un sottogenere?

Quanti di voi non leggono neanche la trama di un film se sanno che è un horror? Eppure, malgrado questo stereotipo che vale tanto da noi quanto negli altri Paesi, questo genere riesce ancora a partorire film di qualità.

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Passione Cinema: l'horror è un sottogenere?
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Come accade per altre forme d’arte, il cinema viene, per comodità di fruizione e catalogazione, diviso in generi. Dai western ai noir, dai drammi alla fantascienza. Tutti dignitosi, perché in fin dei conti quello che fa la differenza è sempre la qualità della regia, degli attori, della sceneggiatura più che il contesto.

Uno solo di questi generi, però, gode da sempre di un trattamento speciale: l’horror, considerato da molti un genere di serie B, da ragazzini, da evitare direttamente. Quanti di voi non leggono neanche la trama di un film se sanno che è un film “di paura”? Eppure, malgrado questo stereotipo che vale tanto da noi quanto negli altri Paesi, il genere horror riesce ancora a partorire film di qualità, film che molte volte hanno molto retropensiero e ben poco sangue.

Vi vado pertanto, se avete voglia di una nottata in compagnia di film non scontati, ma di sicuro elettrizzanti, ad elencare qualche ottima pellicola uscita negli ultimi anni che vi farà, nel caso foste fra gli scettici, rivedere i vostri pregiudizi sul genere.

Partiamo dal più recente, un’operazione nostalgia decisamente riuscita, Dr. Sleep (2019). Preso dall’omonimo libro di Steven King, trattasi nientepopodimeno che del sequel di Shining. Ebbene si lor signori, il bambino di Shining, Danny Torrance, è diventato adulto e deve ancora lottare coi ricordi terribili della sua infanzia oltre che con nuovi e agguerritissmi nemici.

Non stiamo parlando di un capolavoro assoluto che entrerà nei libri di storia del cinema come il suo precedessore, l’inarrivabile Shining di Stanley Kubrik, ma siamo comunque davanti ad un ottimo prodotto, ben girato, ben curato in ogni dettaglio e che vi metterà subito nel giusto stato mentale fin dal primo minuto, quando già dalle prime inquadrature sentirete suonare le stesse musiche che hanno fatto da colonna sonora al primo film.

Il mio secondo consiglio è l’ottimo Get Out, di Jordan Peel. Uscito nel 2017 ha conquistato pubblico e critica con un film a basso budget ma tante idee, giusto ritmo e recitazione di attori poco conosciuti ma assolutamente efficaci. Una storia che può sembrare quasi comica all’inizio: una coppia interraziale, lui afroamericano e lei caucasica, si sta preparando per passare il fine settimana dai genitori di lei. Che neanche a dirlo sono ricchissimi e vivono in quella provincia del Sud americano dove ancora si sente forte il fetore del razzismo.

Quando stanno per partire, a lei sfugge la confessione di non aver neanche pensato di informare i genitori del colore della pelle del ragazzo perché tanto in casa sono tutti progressisti e grandi stimatori di Obama. Sarà proprio così? A voi scoprirlo.

Terzo e ultimo consiglio sempre dello stesso regista: due anni dopo, nel 2019, esce US. Jordan Peele nuovamente si dedica all’horror, ma sempre col piglio della critica sociale. Una famiglia benestante afroamericana si ritrova barricata in casa mentre delle persone fuori stanno cercando di entrare per far loro del male. D’un tratto scopriranno che queste persone sono identiche a loro, cosa vuol dire? Cosa vogliono veramente? Altro film di grandissimo successo, ad un budget di 20 milioni di dollari, che in America è medio basso, e che ha fatto un incasso di 255 milioni.

Buona visione a tutti!

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Cinema

Beautiful life of women: in arrivo un documentario sulle donne del Golfo

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The Beautiful life of women: in arrivo un documentario sulle donne del Golfo
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Ivana Romanello intervista Nicole Purin, avvocatessa e produttrice cinematografica, che ci presenta Beautiful life of women, documentario sulla vita delle donne nei Paesi del Golfo e sui grandi cambiamenti che sta vivendo la società, soprattutto saudita, in questi ultimi anni.

Il documentario, che uscirà nel corso del 2020, accompagna lo spettatore in un viaggio in Medio Oriente, esaminando l’evoluzione del percorso delle donne principalmente a Dubai e in Arabia Saudita, e come si è sviluppata nel tempo la settimane della moda (l’Arabia Saudita ha avuto la sua prima settimana della moda nella storia solo nel 2018). I settori creativi hanno agito infatti da catalizzatore per il progresso delle donne in questa parte del mondo.

La seconda parte del film, invece, ci porta in Occidente e negli Stati Uniti, sulla scia del movimento “me too”.

Due culture a confronto, dunque, per un messaggio globale: le donne, in qualsiasi parte del mondo si trovino, stanno continuando a portare avanti le proprie battaglie, con successo.

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Arts & Culture

Passione Cinema: film d’autore per la vostra quarantena

Tre film, pietre miliari, che appartengono a tre periodi differenti: L’uomo, la bestia e la virtù, The Good Fellas e The Revenant

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Passione Cinema: film d'autore per la vostra quarantena
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A causa di quarantene e social distancing vari, non solo ci troviamo chiusi in casa, ma tutta la produzione audiovisiva che conta è ferma. E questo vuol dire che molti film che ci aspettavamo di vedere al cinema vengono rimandati a data da destinarsi e anche, sopratutto, che molte produzioni che stavano per partire sono state bloccate. Tutti i piani per la distribuzione di nuovi film nel 2021 sono dunque stati cambiati e ancora non sappiamo esattamente come e quanto.

Ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno: siamo fortunati ad essere nel 2020, abbiamo settant’anni di grande cinema alle spalle, dal dopo guerra in poi, che possiamo riscoprire con grande piacere.

Vi voglio consigliare tre film, pietre miliari, che appartengono a tre periodi differenti. Partirò dal più vecchio e forse sorprendente.

Lo sapevate che il leggendario Orson Welles aveva girato un film assieme all’immortale e altrettanto leggendario Totò? Ebbene sì, il maestro del teatro americano novecentesco per eccellenza, il sornione, eccentrico, imprevedibile Orson Welles, girò un film nel 1953 con Totò. La pellicola si intitola L’uomo, la bestia e la virtù, e se anche il titolo non vi dicesse niente, vi comunico che è tratto direttamente da una commedia in tre atti di Luigi Pirandello e la regia venne firmata nientepopodimeno che da Steno, regista e padre dei fratelli Vanzina. Direi che i quattro nomi citati sono sufficientemente da brivido da non necessitare altre informazioni, se non che il film lo potete trovare facilmente e gratuitamente su youtube nel suo formato originale. Certo, siamo ormai abituati alla maestosità dei colori HDR, i dettagli minuziosi del 4k e l’avvolgente sonoro dolby. Vedere un film in bianco e nero, su schermo quadrato, con quella colonna sonora un po’ sporcata dalla puntina che striscia sul giradischi fa strano. Ma solo all’inizio, datevi qualche minuto per abituarvi e vi assicuro che non ve ne pentirete. Ecco il link per vederlo. https://www.youtube.com/watch?v=9LySmRhaN04

Su Netflix invece potete trovare The Good Fellas (anno 1990) o come era stato intitolato nella versione italiana, Quei Bravi Ragazzi. Sì, probabilmente lo avete già visto almeno un paio di volte, come me del resto. Ma se sono passati almeno 10 anni dall’ultima visione, allora val la pena di riprenderlo anche perché ora siamo in grado di guardacelo in lingua originale cogliendo meglio ogni singola battuta e riferimento alla cultura americana. Per chi non se lo ricordasse, il film di Martin Scorsese con Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci, è un’affresco imperdibile della mafia italiana vista dal punto di vista di un ragazzo mezzo italiano e mezzo irlandese che entra in una famiglia malavitosa. Il film parte dal protagonista ragazzino a fine anni Cinquanta e ne racconta le gesta fino alla fine degli anni Ottanta. Un’epopea grandiosa e intrigante sopratutto nel suo essere tratta da una storia vera.

In ultimo vi porto ai giorni nostri con The Revenant del 2015. Regia di Iñárritu (Amores Perros, Babel, 21 grammi, Birdman) e con protagonisti/antagonisti Di Caprio e un attore che negli ultimi anni è diventato una star di primo piano, viste le sue performance sempre pazzesche, Tom Hardy. Tratto da un libro del 2002, racconta la storia (probabilmente vera, ma non si sa quanto) di un cacciatore di pelli, Hugh Glass (Di Caprio), che nel 1823 viene abbandonato durante una spedizione perché ritenuto morto. The Revenant, che pur pare un tipico racconto di vendetta, è così ben caratterizzato da non lasciar mai spazio al dubbio di trovarsi a guardare qualcosa di già visto. Il film ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo sia per la recitazione, Oscar a Di Caprio come attore protagonista e candidatura per Tom Hardy come non protagonista, che per tutti gli altri comparti. La fotografia e le scenografie sono qualcosa di grandioso, le valli innevate dell’America di frontiera in pieno inverno sono una gioia per gli occhi. La regia sublime e cruda vi immergerà da subito nell’ambiente, la scena della lotta del protagonista contro l’orso è già da cult. Anche questo film lo potete trovare su varie piattaforme, Netflix incluso. Mi raccomando, da vedere a luci basse, silenzio assoluto e cellulare spento.

Buona visione a tutti!

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