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Cloud seeding: il prossimo passo? Le nuvole artificiali

Ogni anno, già dal 2015, il Governo emiratino stanzia 5 milioni di dollari per la ricerca, con lo UAE Research Programme for Rain Enhancement Science, bando internazionale aperto a scienziati e meteorologi di tutto il mondo

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Cloud seeding: il prossimo passo? Le nuvole artificiali
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Pioggia naturale o pioggia artificiale? Ogni volta che piove, qui negli Emirati Arabi, ci chiediamo, guardando il cielo un po’ stupiti e un po’ spaventati, se l’acqua che cade sia frutto del lancio dei razzi che “inseminano” le nubi oppure no.

La domanda non è così scontata, visto che anche gli esperti, riuniti nei giorni scorsi ad Ab Dhabi in occasione di un forum dedicato interamente alla pioggia (l’International Rain Enhancement Forum), organizzato all’interno della Abu Dhabi Sustainable Week, non sanno dare un risposta precisa. L’unica certezza, hanno confermato, è che senza le nuvole non si possono fare partire i razzi per il cloud seeding e che questa pratica può aumentare del 30-35% l’intensità delle piogge. Sarebbe dunque piovuto comunque nei giorni scorsi? Sicuramente sì, ma probabilmente non così tanto.

Per questo, il prossimo passo, al quale qui negli Emirati Arabi si sta già lavorando, è quello di trovare un sistema per creare maggiori perturbazioni, ovvero più nuvole. Come? Intervenendo sulle correnti di aria calda. Omar Al Yazeedi, uno dei principali meteorologi del Paese, ha affermato che sono attualmente in corso ricerche per dare vita a nuvole artificiali, riscaldando strati di aria con l’energia solare. Quando una corrente calda raggiunge il punto di condensazione, ha spiegato in parole molto semplici Al Yazeedi al quotidiano The National, potrebbe infatti formarsi una nuova nuvola.

Questo non è l’unico progetto allo studio per generare più pioggia. Ogni anno, già dal 2015, il Governo emiratino stanzia 5 milioni di dollari per la ricerca in questo campo – UAE Research Programme for Rain Enhancement Science – con un bando aperto a tutti gli scienziati e meteorologi del mondo. Ad oggi, il Programma ha ricevuto 370 proposte da 647 istituti in 68 Paesi differenti.

Ma diamo una occhiata ai numeri: nel 2017 il National Center of Meteorology ha registrato negli Emirati Arabi una piovosità media annua di 107 mm, che è scesa di 47 mm nel 2018 e aumentata a 101 mm nel 2019. Lo scorso anno sono state effettuate 247 operazioni di cloud seeding, mentre in questo primo mese del 2020 le operazioni sono state 17. La maggior parte delle precipitazioni, nel Paese, si verifica generalmente da novembre ad aprile, più raramente da maggio a settembre.

Intanto, tutti noi cittadini, osservando il cielo che si sta di nuovo rannuvolando, ci auguriamo che il sistema di drenaggio sotterraneo di Dubai, progetto in via di costruzione da 2,5 miliardi di dirhams, possa mitigare gli effetti di quelle che a tutti gli effetti, qui nel deserto, risultano vere e proprie alluvioni, con danni non indifferenti (qui potete vedere di che cosa si tratta in un breve video reso pubblico dalla Dubai Municipality nei giorni scorsi).

E poiché nessuno può prevedere le conseguenze degli interventi in un campo delicato e mutevole come la meteorologia, questa volta si è ben pensato di mettere le mani avanti: sono stati stanziati altri 500 milioni di dirhams per “salvaguardarsi dalle inondazioni”, ha dichiarato il Ministero delle Infrastrutture proprio ieri, dopo aver ammesso che le autorità hanno “imparato una nuova lezione dalle violente tempeste che hanno causato gravi disagi in tutto il Paese”.

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda Dubaitaly.

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Arts & Culture

Women Heritage Walk 2020: cinque donne italiane nel deserto

Per la prima volta hanno partecipato cinque Sand Sisters di nazionalità italiana, riunite nel deserto degli Emirati Arabi da tutto il mondo.

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Women Heritage Walk 2020: cinque donne italiane nel deserto
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* di Adriana Ranalli e Giacinta Acerbi

Si è da poco conclusa la Women Heritage Walk, quest’anno alla sua sesta edizione. Cinque giorni di cammino nel deserto alla scoperta delle più profonde tradizioni emiratine, insieme a donne da tutto il mondo. L’iniziativa è nata nel 2015, grazie a Jody Ballard, americana, e Asma Sedeeq Al Mutawa, emiratina. Ringraziamo Adriana Ranalli e Giacinta Acerbi per avere condiviso con noi la loro esperienza e per avere scritto questo articolo.

Un viaggio sulle orme degli antenati degli Emirati Arabi
La Women Heritage Walk è un trekking culturale annuale di cinque giorni, da Abu Dhabi ad Al Ain, negli Emirati Arabi Uniti. La camminata, di 125 km, ricrea il viaggio stagionale fatto dagli antenati: dalla costa all’oasi nell’entroterra, dove le famiglie si univano tradizionalmente alla raccolta dei datteri e godevano del clima più fresco di Al Ain, durante i mesi più caldi dell’anno. Istituita nel 2015, la Women’s Heritage Walk è un’esperienza di vita che accompagna le partecipanti in un viaggio attraverso la storia, le collega al patrimonio e alla cultura degli Emirati Arabi e le aiuta a stringere legami più profondi con sé stesse e con gli altri, attraverso lo sviluppo fisico, mentale ed emotivo.

Per la prima volta un gruppo italiano
Per la prima volta quest’anno, la Women Heritage Walk ha visto il coinvolgimento di cinque Sand Sisters di nazionalità italiana. Vivono all’estero e hanno scelto di ritrovarsi negli Emirati Arabi per condividere una once in a lifetime experience. Adriana arriva da Baku (Azerbaijan), ma ha vissuto per alcuni anni a Dubai come Giacinta, ora rientrata a Milano. Cristiana ha raggiunto il gruppo da Dallas (Texas) mentre Milena da Phuket (Tailandia). Unica presenza ancora “locale” è Marta, che vive con la famiglia a Dubai. Ancora una volta gli Emirati Arabi si confermano un hub internazionale in cui è naturale darsi appuntamento per vivere esperienze uniche in contesti multiculturali, sempre pronti all’accoglienza.

L’esperienza di Adriana e Giacinta
Abbiamo partecipato alla recente edizione di Women Heritage Walk 2020 perché abbiamo amato il deserto sin dal primo camping fatto con famiglia e amici, anni fa. Poter ripetere l’esperienza prolungata per cinque giorni, con una forte componente culturale, ci è sembrata un’occasione da non perdere. Con altre tre italiane abbiamo arricchito il team delle sessanta Sand Sisters, di varie nazionalità: da emiratine, a siriane, palestinesi, libanesi, svedesi, australiane, canadesi, svizzere, francesi, belghe e molte altre ancora. 125 km in cinque giorni per raggiungere le oasi di Al Ain, partendo da Abu Dhabi. Circa 25/30 km giornalieri di cammino tra le dune, percorrendo una traccia segnata dalle bandiere degli Emirati Arabi per conquistare, prima del tramonto, il campo preparato per la notte. La sfida è stata fisica e mentale, in una cornice magica di solidarietà femminile e di rievocazione delle tradizioni nomadi emiratine. Dal rituale del tè alla preparazione del caffè, all’ascolto delle testimonianze di meravigliose donne che oggi arricchiscono il panorama culturale e lavorativo degli Emirati Arabi. Poi l’osservazione delle stelle, guidata dagli astronomi del centro astronomico di Al Ain, e ancora la sensibilizzazione per il recupero e il salvataggio dei cani Saluki, razza autoctona del deserto. Ai tanti cammelli e gazzelle che incontravamo nel nostro cammino. La componente culturale ha giocato un ruolo molto forte a nostro parere, perché oltre a distrarci dalla fatica, ci ha permesso di conoscere e approfondire aspetti legati alla vita del deserto che per tanti turisti o residenti nei Paesi del Golfo sono poco conosciuti. E poi lo spirito di squadra, la voglia di raggiungere la meta insieme alle tue Sand Sisters, o anche la discussione preliminare su quale strategia adoperare per affrontare meglio questa o quella duna, per alleggerire il cammino o semplicemente per alleviare il dolore ai piedi. Momenti di goliardia misti a tanta tenacia. La condivisione dei gesti quotidiani con donne di molteplici culture e religioni ha rappresentato per noi un altissimo valore aggiunto di questa marcia. La consigliamo vivamente a chi avesse la possibilità di staccare la spina per qualche giorno e volesse entrare in simbiosi con il deserto, tanto inospitale all’apparenza, ma così ricco di storie e di vita.

La parola alle fondatrici della Women Heritage Walk
“Sono arrivata ad Abu Dhabi nel 2010 – ci ha spiegato Jody Ballard – e mi sono resa conto che sapevo molto poco di questa regione, della sua cultura e del suo patrimonio. Ho iniziato a leggere tutto ciò che ho potuto sulla storia e ho scoperto questo ‘spostamento’ stagionale ad Al Ain, che veniva fatto dalla popolazione locale durante il periodo più caldo dell’anno. L’ho trovato intrigante. Poi, nell’ottobre 2011, ho letto un articolo sulla prima pagina del The National che parlava di un avventuriero, Adrian Hayes, il quale aveva appena seguito le orme di Wilfred Thesiger. Ho studiato questo articolo e ho pensato: dov’erano le donne? Come era per loro percorrere questa distanza in stato di gravidanza o con bambini e anziani? Io mi occupo di programmi per il benessere delle donne sin dai primi anni Novanta e sapevo che sperimentare la difficoltà di camminare nel deserto avrebbe giovato le donne, permettendo di conoscere molte usanze e abitudini beduine e di creare un legame, una piccola comunità femminile. I primi anni siamo state io e Brenda O’Regan a imparare questa lezione di perseveranza. Ci siamo poi avvicinate alla Salama Bint Hamdan Al Nahyan Foundation, alla DCA e siamo state premiate con il loro sostegno, che continua ancora oggi”.

Asma Sedeeq Al Mutawa ci tiene a ricordare, prima di tutto, le parole dello Sceicco Zayed Bin Sultan Al Nahyan, fondatore degli Emirati Arabi Uniti: “Chi non conosce il proprio passato – diceva lo Sceicco – non può trarre il meglio dal presente e dal futuro, perché è dal passato che impariamo”.

“Io credo che vivere la propria verità significhi viverla in ogni luce​​ – ci spiega invece Asma Sedeeq Al Mutawa -. Leggere della propria storia o sentirne parlare è molto diverso dallo sperimentarla fisicamente sulle stesse orme di coloro che erano qui prima di noi. Coloro che ci hanno dato gli strumenti per arrivare dove siamo oggi. Camminare nei deserti degli Emirati Arabi, da Abu Dhabi ad Al Ain, mi ha insegnato la pazienza con me stessa e con le mie sorelle di cammino, al mio fianco, la perseveranza mentale e fisica, un profondo apprezzamento e gratitudine per la mia cultura e la mia identità che si basano sull’ospitalità e che permettono a tutti di sentirsi i benvenuti, come in una famiglia. Quando si percorre una stessa strada con un obiettivo collettivo, lo si fa armoniosamente, proteggendosi e aiutandosi a vicenda, liberandosi dei propri averi, perché tutto appartiene a tutti. Alla fine, si raggiunge la meta con un solo cuore e le mani unite. Che risultato, la Women Heritage Walk è più che una camminata, è il senso più profondo della vera appartenenza”.


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Dubaistart

Abu Dhabi: la centrale nucleare è pronta a partire

La centrale nucleare di Barakah, prima nella regione del Golfo, è pronta a partire. Nei prossimi mesi verrà attivato il primo dei quattro reattori che, tutti insieme, soddisferanno il 25% del fabbisogno di energia del Paese.

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Abu Dhabi: al vi ala centrale nucleare
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Con il rilascio della licenza per operare, la centrale nucleare di Barakah, prima nei Paesi del Golfo, è pronta a partire. Nei prossimi mesi verrà attivato infatti il primo dei quattro reattori che, tutti insieme, avranno una capacità di 5.600 megawatt e soddisferanno il 25% del fabbisogno di energia degli Emirati Arabi.

Grazie all’impianto, che sarà gestito dalla Nawah Energy Company, consociata dell’Emirates Nuclear Energy Corporation (ENEC), “si segna un nuovo capitolo del nostro viaggio per lo sviluppo di energia nucleare pacifica”, ha affermato lo sceicco Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi.

Una volta pienamente operative, le quattro unità della centrale di Barakah eviteranno il rilascio di 21 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio ogni anno, equivalenti alla rimozione di 3,2 milioni di automobili dalle strade del Paese su base annuale.

Gli Emirati Arabi si sono infatti prefissati l’obiettivo di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi al 76% nel 2021 (era al 98% nel 2012). Il Paese, terzo produttore di greggio all’interno dell’Opec, con circa il 4% della produzione globale di petrolio, prevede di aumentare il contributo di energia pulita al 44% entro il 2050.

Non solo, secondo l’ENEC la centrale porterà opportunità di lavoro di alto livello nel Paese, oltre a dare il via alla crescita di un nuovo settore industriale. Gli Emirati sono il primo Paese del Golfo ad attivare una centrale nucleare (il progetto complessivo vale 20 miliardi di dollari), secondo la strategia di diversificazione energetica perseguita da anni, che prevede anche ingenti investimenti nelle energie rinnovabili.

L’impianto, situato vicino alla città di Ruwais, ad ovest di Abu Dhabi, vicino al confine con l’Arabia Saudita, ha richiesto 12 anni per essere realizzato e ha visto lavorare 18.000 persone al progetto durante la fase di costruzione.

Nel 2009, la Korea Electric Power Corporation (KEPCO), la più grande società di energia nucleare della Corea del Sud, è stata selezionata come Prime Contractor dall’ENEC, per lo sviluppo della centrale. Nell’ottobre 2016, ENEC e KEPCO hanno poi firmato un accordo di joint venture per una cooperazione a lungo termine al programma di energia nucleare pacifica degli Emirati Arabi. Attraverso la joint venture, è stata quindi fondata la Nawah Energy Company per la gestione e la manutenzione dell’Impianto di Barakah.

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Lifestyle

Homo homini virus

Fondato o meno che sia il rischio, prematura o meno che sia la preoccupazione, in questi momenti si manifesta regolarmente il lato più buio dell’essere umano: la mancanza di umanità.

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Homo homini virus
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Ci risiamo.

Dalla grande paura dell’AIDS a Chernobyl, dal “terribile pericolo arabo” alla SARS, quanti déjà vu hanno avuto quelli della mia generazione in questi giorni di vera e propria psicosi da Novel-Coronavirus?

I segnali sono sempre gli stessi: la corsa sfrenata alle provviste e tanti saluti alla vecchia regola di educazione e buon senso che detta di lasciar sempre qualcosa per chi viene dopo di noi; l’identificazione di una categoria di persone come nemico pubblico da ghettizzare; i gesti sconsiderati e meschini scaturiti dal panico inconsulto che, guarda caso, si focalizzano sempre sui più deboli e indifesi; i soliti profeti di sventura che, a seconda dell’epoca e del mezzo a disposizione, approfittano dell’occasione per fare qualche gettone di presenza in veste di esperti, prima di tornare nel dimenticatoio; il cicaleccio della gente comune che ripete e ingigantisce quello che sente senza nemmeno capire, distorcendolo e alterandolo in un inesorabile fiume in piena di insulsaggini.

Fondato o meno che sia il rischio, prematura o meno che sia la preoccupazione (di una malattia, di un attentato, di una contaminazione, del proverbiale vaso che ci cade in testa dal balcone mentre camminiamo per strada) in questi momenti si manifesta regolarmente il lato più buio dell’essere umano: la mancanza di umanità. Non importa quanto ammiriamo (a distanza, beninteso!) coloro che si mettono in gioco recandosi in prima linea per offrire una mano concreta a chi è obiettivamente in reale pericolo. Dagli schermi dei nostri televisori o dai monitor dei nostri dispositivi mobili, al sicuro nelle nostre case, scegliamo di concentrarci sul rumore. Gli “eroi”, gli “angeli”, o comunque si decida di etichettarli, ci servono solo per sentirci meglio senza muovere un dito continuando a crogiolarci nella paura che giustifica tutto. Anzi, spesso questi “eroi” ci sembrano anche un po’ matti e se qualcosa di brutto succede loro, diciamocelo, se la sono andata a cercare. Noi, quelli saggi, siamo ben più preziosi degli anonimi lontani in difficoltà. Noi teniamo famiglia, perbacco!

C’è qualcosa che affascina nell’abbandonarci alla paura. Paura di cosa non ha realmente importanza. Paura di morire? Paura degli altri? O di noi stessi? Paura di vivere? Paura di attraversare questa fase terrena senza lasciare realmente un segno? Al minimo campanello di allarme, incuranti dei numeri e dei (rari) richiami alla razionalità, scatta ogni volta la corsa alla ricerca della protezione totale… come se questa fosse realmente ottenibile e controllabile, oltretutto. Certo, c’è una differenza fra l’incoscienza assoluta e l’accettazione dei rischi come parte integrante del nostro essere umani, fra l’istinto naturale di prenderci cura dei nostri cari e l’avversione cieca verso l’untore. Comunque, una vita asettica spesa alla ricerca ossessiva dell’illusione di essere al sicuro da tutto, a costo della propria umanità, è una non-vita. È anche poco dignitosa, a dirla tutta.

Oggi tocca al Novel-Coronavirus, domani chissà, ma il copione è sempre lo stesso. Ogni momento di diffidenza, ogni ripetizione di notizie esageratamente amplificate, ogni atto di razzismo più o meno velato, ogni gesto di egoismo o di crudeltà verso i più deboli (inclusi gli animali come si è visto in questi giorni), sono responsabilità di tutti. Siamo noi il peggior virus dell’umanità quando scegliamo di comportarci così.

Il resto sono scuse.

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