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Kobe

È morto ieri uno dei più grandi sportivi di sempre. Legato all’Italia da lontano, un simbolo per milioni di persone. Mi ha insegnato che sono la dedizione e la cura dei dettagli che fanno la differenza. Ciao Kobe.

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Si avvicina la mezzanotte, sto ancora lavorando al computer. Whatsapp è  aperto sul desktop. Ogni tanto arriva qualche notifica. Mi perdo nel codice e nelle ricerche abbastanza spesso, la sera. Non si finisce mai di lavorare. Sono appena rientrato dalla palestra e cerco di portare avanti qualche progetto prima di mettermi a dormire. 

Ad un tratto leggo il nome di Kobe nell’angolo in alto a destra dello schermo e vengo catapultato bruscamente al presente. Non tanto per il nome in sé: di tanto in tanto fa ancora cose che finiscono sui giornali, come vincere un oscar, fare qualche apparizione in programmi TV importanti o fondare un’accademia di basket. Da quando si è ritirato dall’NBA ho smesso praticamente di seguire qualsiasi cosa riguardante il basket. Guardo giusto qualche resoconto delle partite e, a parte qualche parentesi su Istanbul, leggo solo ogni tanto le statistiche. 

Sono le parole successive che per un secondo mi fanno gelare il sangue. “…died in helicopter crash”. A breve altri 4 gruppi cominciano a parlarne e condividono la stessa notizia, presa da un magazine scandalistico di Los Angeles. Non mi allarmo più di tanto. Sembra che sia una fake news. I link arrivano con quella forma da URL inutilmente allungato, che fanno presagire le classiche gag di whatsapp. Poi cominciano ad arrivarmi messaggi diretti. Qualcosa non va.

Twitter non mente.

Apro Twitter, nostra unica fonte di salvezza in questi casi. TMZ riporta la notizia nel tweet di qualche minuto fa, ma è  già partito un trend. 14 minuti e siamo già sopra all’argomento più caldo del giorno, il coronavirus. Comincio a sentire i brividi. CNN arriva come un macigno sul cuore, conferma la morte di Kobe. L’elicottero sembra fosse proprio quello con cui andava anche alle partite. Non ci voglio credere. Continuo a scorrere la timeline di Twitter che ha già perso il filo e scorre all’infinito. 

Partono anche le notizie da amici dagli Stati Uniti. Mentre qui è ormai tardi e l’ora di dormire è bella che superata, riapro il video di “Dear Basketball”. Non riesco a farlo partire e mi guardo la live di BBC su YouTube. Confermano la morte di Gigi, la figlia di Kobe, assime ad altre 7 persone. Diventa tutto vero. La sua pagina su Wikipedia si aggiorna, il peggior necrologio della nostra era. Mi chiedo come sia possible che una notizia tale venga rivelata su qualsiasi social in cosí breve tempo. Mi sento un po’ triste, un po’ perso. È diverso dal sapere che non vedrò più giocare uno dei miei idoli d’infanzia, di cui avevo il poster appeso alla parete da che ho memoria. Rendersi conto che non lo vedrò nè sentirò più mi ricorda di quanto sia fragile la nostra stessa esistenza.


Aveva 41 anni. Era legato all’Italia in qualche modo ed è stato il motivo per cui intere generazioni si sono riavvicinate al basket dopo Micheal Jordan. È stato anche l’ispirazione per tante cose al di fuori del campo da basket, per la sua professionalità, solidità mentale, per la sua correttezza, grinta e passione. Ci sono certamente notizie più sconvolgenti, ne sono al corrente, ma 40 anni con 20 anni di record e livelli di competizione come questi, ne abbiamo visti davvero pochi.

È stato cosi significante a livello cestistico che non ricordo nessuno capace di non nominarlo quando si tirava la carta nel cestino dell’ufficio, o si lanciava la maglietta da lavare nel cesto dei panni sporchi. “Kobe!
O quando si parlava di record sportivi, olimpiadi, sbruffoni, scandali… era dappertutto e lasciava un segno profondo ovunque. Per me è stata la persona che più ha incarnato il senso di sacrificio e costanza nell’allenamento, insegnandomi che la prova del tempo valuta allo stesso livello le sconfitte come le vittorie e che sono la dedizione e la cura dei dettagli che fanno la differenza.

Per ricordarti, non voglio mettere una tua maglia (non ne ho mai comprata una, di nessun giocatore) ma prendere spunto dalla lettera di addio al basket e scrivere qualcosa anche io. Posso raccontarvi le 8 cose che, soprattutto chi non segue il basket, probabilmente non sapeva di lui, ma che lo definiscono come sportivo e come persona.
8, come la maglia d’esordio in NBA; 8, come i secondi che ci separano dalla zona d’attacco per giocarci la nostra azione; tutto il sudore, i sacrifici, gli sforzi, la paura e lo stress, che precedono quegli 8 secondi; e tutto quello che viene dopo, le gioie, i dolori, la memoria muscolare, il tempismo o un semplice colpo di fortuna. Cosí, vorrei ringraziarti per quello che ci hai lasciato nella tua prematura dipartita.


1
Era figlio di Joe, detto Jellybean, Bryant e Pamela Cox. Il padre ha giocato in Italia a Rieti, Reggio Calabria e Reggio Emilia. Parlava fluentemente italiano. Le influenze del bel paese si notano anche nei nomi delle figlie (Gianna Maria-Onore – RIP, Natalia Diamante, Bianka Bella e Capri Kobe).

2
Ha cominciato a giocare a basket a soli 3 anni. Ha esordito in NBA all’età di 17 anni, dopo aver finito le scuole superiori a Philadelphia, nella Lower Merion High School. Si è dato un soprannome da solo: “Black Mamba”.

3
Ha giocato per un unica squadra, i Los Angeles Lakers, con i quali ha vinto 5 anelli NBA e un premio MVP stagionale. Ha cambiato il numero di maglia nel 2006 indossando la 24 come ai tempi di Philadelphia. È ancora il giocatore con più stagioni giocate in una singola franchigia (20 stagioni, assieme a Dirk Nowitzki).

4
È stato selezionato per l’All Star Game, gara di esibizione a metà campionato dei migliori giocatori della lega, per 18 volte consecutive ed è stato nominato più volte come miglior giocatore durante questa esibizione (4 premi MVP totali). Ha vinto due ori alle olimpiadi, rispettivamente 2008 e 2012, con la nazionale degli Stati Uniti.

5
È il secondo giocatore di sempre ad aver segnato più punti in una partita regolamentare, con 81 punti segnati nel 2006. Ha anche una serie di record per partite consecutive con 50 o più punti, oltre ad una miriade di altri record tra cui 2 premi MVP nelle finali NBA.

6
Ha concluso la sua carriera con una partita da 60 punti, un punteggio che rimane un record per pochissimi altri giocatori a livelli fisici ben più prestanti della condizione in cui era lui durante quella partita, a 36 anni suonati.

7
Fuori dal campo, seguiva diverse società come investitore in prodotti sportivi e partecipava finanziariamente a due fondazioni senza scopo di lucro in Cina e in 13 città americane per sostenere servizi post-scolastici nelle comunità bisognose. Ha fondato la Mamba Academy, scuola cestistica per ragazzi e ragazze, a Los Angeles.

8
Da giovane cantava in un gruppo rap e ha vinto un oscar nel 2017, dopo essersi ritirato dall’NBA, con il film da lui scritto e prodotto “Dear Basketball”.

Grazie Kobe.

Nato nell'anno 10 a.G. (avanti Google) a Bolzano, cresce tra la cultura italiana e quella austriaca; spirito di osservazione delle regole e la puntualità da una parte, l’apertura mentale ed i caratteri accoglienti dall'altra. Passando da Bologna a Monaco di Baviera, scopre che le regole sono meglio applicabili alle idee creative che alla routine, e atterra infine a Dubai. Tra startups, proprietà intellettuali e la passione per la gestione sportiva, diventa esperto nello sviluppo di prodotti e progetti digitali. Si destreggia tra WiFi, droni e app per cercare gratificazione.

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Pillole di Emirati: che cosa significa Umm Suqeim?

Tanto tempo fa nella zona che si estende lungo Jumeirah Road si era diffusa tra gli abitanti una forte febbre, che in arabo si traduce con “al-suqm”

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Pillole di Emirati: che cosa significa Umm Suqeim?
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Quante volte avete percorso Umm Suqeim Road (ام سقيم)? Vi siete mai chiesti che cosa significhi?

Tanto tempo fa nella zona che si estende lungo Jumeirah Road si era diffusa tra gli abitanti una forte febbre, che in arabo si traduce con “al-suqm” (السُقُم).

La forma “Suqeim” è un diminutivo/vezzeggiativo della parola “al-suqm. Potremmo quindi tradurla con “febbretta”, “febbriciattola”.

Molti conosceranno il termine “Umm” come la traduzione di “mamma”, in realtà insieme alla parola “Ab” (che significa padre), vengono usate entrambe anche per tradurre “quello di”, “quella di”. Ad esempio la città di Abu Dhabi diventa “il posto della Gazzella, dove Dhabi è una delle tante parole per tradurre la parola “gazzella”.

Umm Suqeim diventa quindi “la zona della febbretta”.

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Dubai Media Office: Il piano di riapertura

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Circa un’ora fa il Dubai Media Office ha pubblicato un articolo nel quale riporta come gli aeroporti permetteranno finalmente il rientro di cittadini e residenti dal 23 di giugno e dei turisti dal 7 di luglio.

È certamente un’ottima notizia, che vede molti business tirare un sospiro di sollievo e molte persone poter riabbracciare (o meglio salutare da lontano) amici e parenti.

Under the directives of His Highness Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum, and follow-up of His Highness Sheikh Hamdan…

Posted by Government of Dubai Media Office on Sunday, June 21, 2020
Under the directives of His Highness Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum, and follow-up of His Highness Sheikh Hamdan Bin Mohammed Bin Rashid Al Maktoum | Fazza Supreme Committee of Crisis and Disaster Management announces new air travel protocols for Dubai citizens, residents and visitors.
#Dubai to welcome returning residents from tomorrow, citizens and residents permitted to travel overseas from 23 June 2020.
#Dubai to welcome tourists from 7 July 2020; tourists required to present recent COVID-19 negative certificate or undergo testing at Dubai airports.

Nell’infografica prodotta dal Dubai Media Office, si legge che è prevista la quarantena per chi entra negli UAE solo nel caso in cui i test fatti all’aeroporto risultino positivi.

Per i cittadini e i residenti che vogliono viaggiare, non ci sono restrizioni sulle destinazioni, tuttavia occorre rispettare le linee guida e i protocolli seguiti nei Paesi di destinazione. Prima di volare bisogna inoltre compilare il Health Declaration Form per confermare che non si abbiano sintomi. La compagnia aerea ha il diritto di rifiutare l’imbarco se si presentano sintomi.

Per rientrare nel Paese occorre comunque sottoporsi al tampone, o direttamente all’aeroporto oppure (per i turisti) massimo 96 ore prima della partenza ed esibire il certificato di negatività insieme ai documenti. Bisogna stare in casa o in hotel finché non si riceve il risultato del tampone.

A seguire, il link al documento completo rilasciato dal Media Office.

Per tutti i turisti, occorre avere un’adeguata assicurazione sanitaria a copertura internazionale.

Cittadini, residenti e turisti devono scaricare l’App di tracciamento COVID-19 DXB.

Vi invitiamo a leggere l’articolo ufficiale qui.

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Spiagge: il Governo ricorda le regole da seguire

In questi giorni le spiagge sono prese d’assalto, complice un clima ancora sopportabile.

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Spiagge: il Governo ricorda le regole da seguire
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Negli Emirati Arabi i casi di Covid-19 sono in diminuzione e le guarigioni superano ogni giorno i nuovi contagi. Da oggi nei centri commerciali possono entrare anche i bambini con meno di 12 anni e gli over 60, e le restrizioni vengono di giorno in giorno allentate.

La Dubai Health Authority precisa però che il Covid-19 c’è ancora, e che occorre continuare a seguire alcune misure preventive. E se in questi giorni le spiagge sono prese d’assalto – complice un clima ancora sopportabile – il Governo ricorda le norme da seguire.

  • Chi ha sintomi e non si sente bene (mal di gola, febbre lieve o sintomi respiratori superiori lievi o simil-influenzali) deve restare a casa
  • E’ obbligatoria la mascherina: si può togliere solo in acqua
  • Evitare di toccarsi il viso con le mani
  • I guanti non sono necessari in spiaggia, tuttavia devono essere indossati in parchi e aree chiuse
  • Deve essere mantenuto il distanziamento sociale di due metri anche nell’acqua
  • Non si può stare in gruppi che superino le cinque persone
  • Attenzione ai bagni pubblici e alle docce: occorre lavarsi le mani accuratamente dopo avere toccato maniglie e rubinetti
  • Non condividere oggetti personali, come stuoie, creme solari, asciugamani, occhialini, boccali e maschere
  • Tenere sempre a portata di mano un disinfettante e lavarsi frequentemente le mani
  • Lavarsi sempre le mani o disinfettarle prima di mangiare qualsiasi cibo o toccare il viso, gli occhi, il naso e la bocca
  • E’ raccomandabile portarsi il proprio cibo e le bevande da casa. Se si scegli di mangiare fuori, chiedere posate usa e getta e assicurarsi che il ristorante aderisca a tutte le misure preventive e precauzionali

Per maggiori informazioni sul Covid-19: Dubai Health Authority 800 342, Department of Health 800 1717, Ministry of Health & Prevention 800 11111.

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