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Kobe

È morto ieri uno dei più grandi sportivi di sempre. Legato all’Italia da lontano, un simbolo per milioni di persone. Mi ha insegnato che sono la dedizione e la cura dei dettagli che fanno la differenza. Ciao Kobe.

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Si avvicina la mezzanotte, sto ancora lavorando al computer. Whatsapp è  aperto sul desktop. Ogni tanto arriva qualche notifica. Mi perdo nel codice e nelle ricerche abbastanza spesso, la sera. Non si finisce mai di lavorare. Sono appena rientrato dalla palestra e cerco di portare avanti qualche progetto prima di mettermi a dormire. 

Ad un tratto leggo il nome di Kobe nell’angolo in alto a destra dello schermo e vengo catapultato bruscamente al presente. Non tanto per il nome in sé: di tanto in tanto fa ancora cose che finiscono sui giornali, come vincere un oscar, fare qualche apparizione in programmi TV importanti o fondare un’accademia di basket. Da quando si è ritirato dall’NBA ho smesso praticamente di seguire qualsiasi cosa riguardante il basket. Guardo giusto qualche resoconto delle partite e, a parte qualche parentesi su Istanbul, leggo solo ogni tanto le statistiche. 

Sono le parole successive che per un secondo mi fanno gelare il sangue. “…died in helicopter crash”. A breve altri 4 gruppi cominciano a parlarne e condividono la stessa notizia, presa da un magazine scandalistico di Los Angeles. Non mi allarmo più di tanto. Sembra che sia una fake news. I link arrivano con quella forma da URL inutilmente allungato, che fanno presagire le classiche gag di whatsapp. Poi cominciano ad arrivarmi messaggi diretti. Qualcosa non va.

Twitter non mente.

Apro Twitter, nostra unica fonte di salvezza in questi casi. TMZ riporta la notizia nel tweet di qualche minuto fa, ma è  già partito un trend. 14 minuti e siamo già sopra all’argomento più caldo del giorno, il coronavirus. Comincio a sentire i brividi. CNN arriva come un macigno sul cuore, conferma la morte di Kobe. L’elicottero sembra fosse proprio quello con cui andava anche alle partite. Non ci voglio credere. Continuo a scorrere la timeline di Twitter che ha già perso il filo e scorre all’infinito. 

Partono anche le notizie da amici dagli Stati Uniti. Mentre qui è ormai tardi e l’ora di dormire è bella che superata, riapro il video di “Dear Basketball”. Non riesco a farlo partire e mi guardo la live di BBC su YouTube. Confermano la morte di Gigi, la figlia di Kobe, assime ad altre 7 persone. Diventa tutto vero. La sua pagina su Wikipedia si aggiorna, il peggior necrologio della nostra era. Mi chiedo come sia possible che una notizia tale venga rivelata su qualsiasi social in cosí breve tempo. Mi sento un po’ triste, un po’ perso. È diverso dal sapere che non vedrò più giocare uno dei miei idoli d’infanzia, di cui avevo il poster appeso alla parete da che ho memoria. Rendersi conto che non lo vedrò nè sentirò più mi ricorda di quanto sia fragile la nostra stessa esistenza.


Aveva 41 anni. Era legato all’Italia in qualche modo ed è stato il motivo per cui intere generazioni si sono riavvicinate al basket dopo Micheal Jordan. È stato anche l’ispirazione per tante cose al di fuori del campo da basket, per la sua professionalità, solidità mentale, per la sua correttezza, grinta e passione. Ci sono certamente notizie più sconvolgenti, ne sono al corrente, ma 40 anni con 20 anni di record e livelli di competizione come questi, ne abbiamo visti davvero pochi.

È stato cosi significante a livello cestistico che non ricordo nessuno capace di non nominarlo quando si tirava la carta nel cestino dell’ufficio, o si lanciava la maglietta da lavare nel cesto dei panni sporchi. “Kobe!
O quando si parlava di record sportivi, olimpiadi, sbruffoni, scandali… era dappertutto e lasciava un segno profondo ovunque. Per me è stata la persona che più ha incarnato il senso di sacrificio e costanza nell’allenamento, insegnandomi che la prova del tempo valuta allo stesso livello le sconfitte come le vittorie e che sono la dedizione e la cura dei dettagli che fanno la differenza.

Per ricordarti, non voglio mettere una tua maglia (non ne ho mai comprata una, di nessun giocatore) ma prendere spunto dalla lettera di addio al basket e scrivere qualcosa anche io. Posso raccontarvi le 8 cose che, soprattutto chi non segue il basket, probabilmente non sapeva di lui, ma che lo definiscono come sportivo e come persona.
8, come la maglia d’esordio in NBA; 8, come i secondi che ci separano dalla zona d’attacco per giocarci la nostra azione; tutto il sudore, i sacrifici, gli sforzi, la paura e lo stress, che precedono quegli 8 secondi; e tutto quello che viene dopo, le gioie, i dolori, la memoria muscolare, il tempismo o un semplice colpo di fortuna. Cosí, vorrei ringraziarti per quello che ci hai lasciato nella tua prematura dipartita.


1
Era figlio di Joe, detto Jellybean, Bryant e Pamela Cox. Il padre ha giocato in Italia a Rieti, Reggio Calabria e Reggio Emilia. Parlava fluentemente italiano. Le influenze del bel paese si notano anche nei nomi delle figlie (Gianna Maria-Onore – RIP, Natalia Diamante, Bianka Bella e Capri Kobe).

2
Ha cominciato a giocare a basket a soli 3 anni. Ha esordito in NBA all’età di 17 anni, dopo aver finito le scuole superiori a Philadelphia, nella Lower Merion High School. Si è dato un soprannome da solo: “Black Mamba”.

3
Ha giocato per un unica squadra, i Los Angeles Lakers, con i quali ha vinto 5 anelli NBA e un premio MVP stagionale. Ha cambiato il numero di maglia nel 2006 indossando la 24 come ai tempi di Philadelphia. È ancora il giocatore con più stagioni giocate in una singola franchigia (20 stagioni, assieme a Dirk Nowitzki).

4
È stato selezionato per l’All Star Game, gara di esibizione a metà campionato dei migliori giocatori della lega, per 18 volte consecutive ed è stato nominato più volte come miglior giocatore durante questa esibizione (4 premi MVP totali). Ha vinto due ori alle olimpiadi, rispettivamente 2008 e 2012, con la nazionale degli Stati Uniti.

5
È il secondo giocatore di sempre ad aver segnato più punti in una partita regolamentare, con 81 punti segnati nel 2006. Ha anche una serie di record per partite consecutive con 50 o più punti, oltre ad una miriade di altri record tra cui 2 premi MVP nelle finali NBA.

6
Ha concluso la sua carriera con una partita da 60 punti, un punteggio che rimane un record per pochissimi altri giocatori a livelli fisici ben più prestanti della condizione in cui era lui durante quella partita, a 36 anni suonati.

7
Fuori dal campo, seguiva diverse società come investitore in prodotti sportivi e partecipava finanziariamente a due fondazioni senza scopo di lucro in Cina e in 13 città americane per sostenere servizi post-scolastici nelle comunità bisognose. Ha fondato la Mamba Academy, scuola cestistica per ragazzi e ragazze, a Los Angeles.

8
Da giovane cantava in un gruppo rap e ha vinto un oscar nel 2017, dopo essersi ritirato dall’NBA, con il film da lui scritto e prodotto “Dear Basketball”.

Grazie Kobe.

Nato nell'anno 10 a.G. (avanti Google) a Bolzano, cresce tra la cultura italiana e quella austriaca; spirito di osservazione delle regole e la puntualità da una parte, l’apertura mentale ed i caratteri accoglienti dall'altra. Passando da Bologna a Monaco di Baviera, scopre che le regole sono meglio applicabili alle idee creative che alla routine, e atterra infine a Dubai. Tra startups, proprietà intellettuali e la passione per la gestione sportiva, diventa esperto nello sviluppo di prodotti e progetti digitali. Si destreggia tra WiFi, droni e app per cercare gratificazione.

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Lifestyle

Covid-19 negli Emirati: cosa c’è da sapere

Quali sono le principali restrizioni introdotte nel Paese per contrastare l’epidemia? Quali le multe per chi non le segue?

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Covid-19 negli Emirati: cosa c'è da sapere
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Negli ultimi giorni il Governo emiratino ha ancora implementato le misure per contenere la diffusione del Coronavirus e ha reso noto che sta lavorando su due fronti, seguendo la strada di quanto fatto, efficacemente, in Corea del Sud, a Singapore o ad Hong Kong: tracciare con precisione i contatti di ogni singolo paziente malato e aumentare il numero di tamponi; nelle prossime settimane verrà introdotta una nuova tecnologia che potrà verificare, in soli 20 minuti, la positività o meno al coronavirus e ad Abu Dhabi ha aperto un laboratorio in grado di testare decine di migliaia di campioni al giorno.

Vediamo quali sono le principali norme restrittive introdotte nel Paese per contrastare l’epidemia:

  • dalle 20 alle 6 di mattina, per permettere la disinfezione della città, non si può uscire di casa, a meno di non avere un urgente e valido motivo (lavoro di vitale importanza, necessità di recarsi in ospedale o di acquistare medicinali). Il Governo ha fatto sapere che non è più necessario, come invece richiesto in un primo momento, registrarsi sul sito Web che aveva dedicato per avere il permesso di muoversi.
  • durante il giorno, tutti i cittadini sono invitati a non uscire di casa se non in caso di reale necessità, come per fare la spesa, andare in farmacia o per prestazioni lavorative “essenziali”. Chi viene fermato in giro per la città senza un buon motivo, può essere sanzionato con una multa di 2000 aed.
  • dal 25 marzo gli Emirati Arabi hanno deciso di chiudere tutti i centri commerciali, i mercati del pesce, della carne e della verdura per un periodo rinnovabile di due settimane. Sono escluse dalle limitazioni le farmacie e i punti vendita al dettaglio di generi alimentari, comprese le società cooperative, i negozi di alimentari e i supermercati, insieme ai mercati del pesce, della carne e della verdura che trattano con i grossisti.
  • il Governo ha invitato le famiglie ad andare a fare la spesa nei supermercati uno alla volta, per ridurre il numero di persone all’interno dei negozi ed evitare code alle casse.
  • il Ministero degli Interni e della National Emergency Crisis and Disasters Management Authority (NCEMA) invita a limitare i contatti sociali, evitare assembramenti e mantenere il distanziamento sociale (1,5 metri).
  • in ogni automobile possono viaggiare massimo 3 persone. Anche in questo caso le sanzioni sono di 2000 aed.
  • la raccomandazione è di non andare in ospedale, se non per situazioni di reale emergenza (multa di 1000 aed se si richiedono prestazioni sanitarie non necessarie e non urgenti).
  • i trasporti pubblici sono attivi, tranne che dalle 20 alle 6 di mattina, durante la sanificazione della città. Alcune stazioni della metropolitana sono al momento chiuse poiché un intero quartiere della città, Al Ras (a Deira, intorno al mercato delle spezie e dell’oro) è stato chiuso (una sorta di “zona rossa”). Gli orari degli autobus sono cambiati, occorre dunque controllare le corse sul sito della RTA.
  • chi soffre di malattie croniche oppure mostra sintomi di raffreddore o tosse, deve obbligatoriamente indossare la mascherina. Altrimenti potrebbe ricevere una multa di 1000 aed. Per tutti gli altri, a meno che non sia espressamente richiesto ad esempio in qualche supermercato (come avviene all’Union Coop), non è necessario indossarla.
  • i ristoranti sono chiusi al pubblico, funzionano solo attraverso il servizio di home delivery.
  • è vietato organizzare feste o invitare amici a casa. La multa è di 10.000 aed per il padrone di casa e di 5000 per ogni ospite presente.
  • per chi viola la quarantena la multa è di 50.000 aed.
  • le multe vengono raddoppiate per chi ripete le violazioni, dopodiché viene aperto un procedimento.
  • la National Emergency Crisis and Disasters Management Authority (NCEMA) e la General Civil Aviation Authority (GCAA) hanno deciso di sospendere tutti i voli passeggeri in entrata e in uscita e il transito dei passeggeri delle compagnie aeree negli Emirati Arabi per almeno due settimane a partire dal 25 marzo. Il GCAA ha dichiarato che i voli cargo e i voli di evacuazione d’emergenza, sono esenti da tale provvedimento.
  • per tre mesi, il Governo ha deciso di sospendere le multe per overstay nel caso il proprio visto sia scaduta (valido per tutti i tipi di visti, anche per chi si trova fuori dal Paese per oltre 180 giorni)
  • il Ministero della Salute ha ricordato che diffondere notizie non ufficiali sul Covid-19, in particolare sui Social Media, è reato, punibile anche con un anno di carcere.

Per chi rientra in Italia

Il Ministro della Salute italiano obbliga all’autoisolamento, per i 14 giorni successivi al ritorno. E’ necessario presentare una dichiarazione nella quale si attesti di rientrare presso il proprio domicilio, abitazione o residenza per comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità, oppure per motivi di salute. È obbligatorio comunicare al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria locale il proprio ingresso in Italia per avviare la sorveglianza sanitaria. Infine, per chi va in autoisolamento e accusa sintomi Covid-19, c’è l’obbligo di segnalare la situazione con tempestività all’autorità sanitaria. Qui potete trovare le principali FAQ se dovete rientrare in Italia.

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Arts & Culture

Quarantine Stories: l’arte dello Storytelling contro la solitudine

Il progetto si propone di combattere la negatività emotiva di questo periodo, tenendo compagnia alle persone con i racconti della tradizione orale da tutto il mondo: sul Web

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Quarantine Stories: ascoltare storie contro la solitudine
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Lo diceva già Boccaccio, nel Decameron: ai tempi bui delle peste, più ancora che la malattia, il danno maggiore sulle persone fu quello emotivo e psicologico. E se l’ascolto di storie fu di grande sollievo per l’anima e il morale di tanti, perché non potrebbe esserlo anche oggi, durante l’isolamento sociale che stiamo tutti vivendo?

Nasce così Quarantine stories, come ci spiega Paola Balbi, storyteller professionista e ideatrice del progetto: “un’azione di arte per la collettività” e di resilienza, anche, dei tanti artisti che in un momento difficile come questo si sono trovati improvvisamente senza lavoro.

Paola, che cosa è Quarantine Stories
Quarantine stories è la risposta della Compagnia di Storytelling Raccontamiunastoria di Roma e della sua branch The Storytelling Company di Dubai alla situazione presente. E’ un’azione di arte per la collettività e di resilienza da parte di artisti professionisti, che in questo momento difficile vogliono restare vicini al loro pubblico e diffondere un messaggio di positività e di speranza. Raccontamiunastoria e The Storytelling Company sono organizzazioni che promuovono l’arte dello Storytelling e il patrimonio della tradizione orale tramite il lavoro di storytellers (ovvero cantastorie) professionisti. Come ogni anno avevamo organizzato il nostro Tale son the Island- International Storytelling Festival per i mesi di febbraio e marzo, e numerosi eventi collaterali in tutti gli Emirati, ma nel giro di una notte, in seguito alle restrizioni per il contenimento della pandemia del Covid-19, abbiamo dovuto annullare tutto. Per noi è stato un danno gravissimo, che ha portato tutti gli artisti coinvolti a ritrovarsi improvvisamente senza lavoro e le nostre organizzazioni con tante spese da pagare: considerate che tutti gli storytellers erano già arrivati a Dubai al momento della cancellazione degli eventi, e la nostra programmazione era iniziata da appena due giorni.

Come avete reagito? 
Abbiamo deciso immediatamente di cercare di raggiungere il nostro pubblico attraverso il Web, laddove non potevamo farlo fisicamente. Abbiamo iniziato a registrare le nostre storie con telecamere e telefonini, nei luoghi che avrebbero dovuto ospitarle, anche se il pubblico non c’era. Abbiamo cominciato a far abitare i luoghi dalle storie e a trasmetterle online. Abbiamo registrato e continuiamo a registrare in teatri, spazi aperti, luoghi iconici, persino nel deserto. Cerchiamo di unire sempre arte e luoghi, bellezza e contenuti per ricreare l’esperienza di chi ci viene a trovare dal vivo, un’esperienza in cui ambiente, luogo e storia creino insieme sensazioni nello spettatore. Molto spesso i messaggi sui social sono solo “volti che parlano”, noi invece vogliamo che per chi ci segue i protagonisti siano sempre le storie e le suggestioni che creano.

Quarantine stories

“Combatti la paura con la cultura” è il vostro motto, che cosa significa?
Nel 1348 la peste flagellò l’intera Europa, e anche allora come oggi, l’Italia non venne risparmiata dall’epidemia. Ma lo Storytelling giocò nel nostro Paese un ruolo cruciale per risollevare il morale delle persone, come riportato in quella che forse è la più grande collezione di storie della nostra cultura: il Decameron. Nella sua opera, che raccoglie cento storie di tradizione orale, che sono un vero e proprio inno alla vita, Giovanni Boccaccio descrive nel prologo gli effetti che l’epidemia ha sulle persone e sottolinea come, a parer suo, pur in uno scenario apocalittico, i danni maggiori siano in realtà quelli riportati dalle persone a livello emotivo e psicologico prima che fisico. Descrive come la paura e  l’ossessione del contagio cambino in peggio la società, di come trasformino le persone da amichevoli in diffidenti, sospettose ed egoiste, e propone l’ascolto di storie con un antidoto contro questi effetti. Noi ci proponiamo di seguire il suo esempio, con questo progetto.

Dal vostro punto di vista, quali sono le conseguenze dell’isolamento?
L’isolamento sociale che questo momento impone, sebbene salvaguardi la salute delle persone, le priva di un bisogno primario dell’essere umano, ovvero il contatto e la compagnia dei suoi simili. L’essere umano è un “animale sociale” e lo “stare insieme” è una necessità, così come lo sono bere, mangiare e respirare. E raccontare storie è il primo prodotto di questo stare insieme, fin dai tempi più antichi. Allontanarsi dagli altri, per molti può significare perdere sé stessi, perché negli altri ci rispecchiamo, ne abbiamo bisogno per definirci, abbiamo bisogno di raccontare per agire. Ecco perché in questo ultimo periodo abbiamo assistito nella società ad un aumento di ansia e paura. Come i medici combattono il virus, il progetto Quarantine stories- fight fear with culture si propone di combattere la negatività emotiva, “tenendo compagnia” alle persone con i racconti tradizionali. Il Web è invaso di notizie, spesso allarmanti e contraddittorie tra loro e molte persone passano freneticamente le giornate a controllarle sul telefonino. Noi vogliamo fornire un’alternativa: offrire alle persone la possibilità di staccare e viaggiare con la mente nei mondi meravigliosi delle storie.

Quarantine stories

I video che condividete online sono tutti registrati in questi giorni?
Non mandiamo online pezzi di archivio, tutte le storie sono registrate adesso, anche con mezzi di fortuna, per mostrare come noi artisti vogliamo essere con il nostro pubblico. Gli artisti possono aiutare le persone restando con il proprio pubblico e continuando a produrre arte. Come dicevo sopra, secondo me è importante in questo momento che l’arte sia “live”, prodotta proprio mentre siamo in difficoltà, per dare un segno concreto e tangibile della nostra presenza. Il mondo della cultura è particolarmente colpito dalla situazione presente, gli artisti dipendono anche economicamente dalla presenza del pubblico e dalla possibilità di creare eventi e lo stare insieme è uno dei valori principali di tutte le arti performative teatrali e in maniera particolare dello Storytelling, arte tradizionale. Come artista, anche io ho perso tanto in questo momento, ma insieme ai miei colleghi che lavorano al progetto ho deciso di reagire con le uniche armi che ora abbiamo a disposizione: la creatività e il coraggio. E’ difficile, ma andiamo avanti e siamo convinti che continuare a seminare positività porterà del bene a tutti e anche a noi, alla fine. Ci auguriamo di trovare anche persone e organizzazioni che possano sostenere e sponsorizzare questo progetto, la cui fruizione vogliamo che resti per tutti gratuita.

In che lingua sono le storie che avete raccolto? Da quale repertorio provengono?
Stiamo cercando di registrare in diverse lingue, per raggiungere il più variegate bacino di utenza possibile, come sempre facciamo con le attività del nostro Festival. Per ora sono disponibili storie in italiano, inglese, francese e tedesco.  Abbiamo anche registrato alcune rare storie della tradizione orale degli Emirati Arabi Uniti, raccolte con paziente ricerca nei nostri anni di permanenza e attività qui. Accanto ad esse abbiamo racconti popolari della tradizione europea, araba, celtica e anche mitologia nativa americana. Ci sono racconti per tutte le età, e diverse storie si rivolgono ad un pubblico di adulti. Ci sono storie da ascoltare in famiglia ed alter per rilassarsi la sera, quando i bambini sono a dormire. Ci sono storie su cui intavolare una conversazione e storie da godere con danza e musica.

Che cosa ci insegnano il passato e la tradizione orale per affrontare e sopportare momenti difficili, come questo?
Nei racconti tradizionali molto spesso i personaggi si trovano a dover affrontare difficoltà. Esse spesso si presentano come un ostacolo sul cammino, a volte qualcosa che spaventa: un drago, un mostro,  una strega, qualcuno di “cattivo”. Mettersi in ascolto e in sintonia con le storie ci permette di capire il messaggio degli antenati: quando c’è un ostacolo sul cammino, c’è sempre un modo per aggirarlo, trovare una via alternativa, riuscire a sconfiggerlo o superarlo. Le antiche storie insegnano che la vera magia è quella che viene da dentro, dalle risorse nascoste di ognuno. Curiosamente non esistono storie nelle quali il protagonista si scoraggi o fugga: maschio o femmina, giovane o vecchio, ricco o povero, il o la protagonista dei racconti tradizionali persevera sempre nel fare tutto ciò che è in suo potere per continuare il cammino. Questo è un tempo speciale…siamo nel “c’era una volta” di una storia che un giorno racconteranno. Adesso il nostro compito è “compiere la magia” per andare verso il “felici e contenti”.

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Lifestyle

Coronavirus: cosa c’è da sapere negli Uae

Per chi deve uscire dall’Italia, in base al Decreto del Presidente del Consiglio, non sono in questo momento consentiti viaggi all’estero per turismo

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Coronavirus: cosa c'è da sapere negli Uae
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In questi giorni i numeri dei contagi si rincorrono anche qui negli Emirati Arabi e le informazioni sulle misure prese dal Governo, per limitare il più possibile la diffusione del Covid-19, cambiano di giorno in giorno.

Vediamo cosa c’è da sapere:

  • Giovedì 5 marzo, il Ministero della Salute degli Emirati Arabi Uniti ha chiesto a tutti i cittadini e residenti di evitare di viaggiare, se non strettamente necessario.
  • Gli aeroporti di Dubai hanno attuato misure rigorose: lo screening termico per tutti i passeggeri in arrivo e, per chi proviene da Paesi con un alto tasso di infezione (al momento 10, Cina, Hong Kong, Italia, Iran, Corea del Sud, Giappone, Germania, Singapore e Francia), il tampone è d’obbligo. Le Autorità emiratine hanno raccomandato, come ulteriore misura precauzionale, di sottoporsi alla quarantena domiciliare (in hotel o a casa) per un periodo di 14 giorni se si proviene da uno dei 10 Paesi più a rischio.
  • A seconda della storia di viaggio di ognuno, arrivati negli Emirati Arabi potrebbe anche essere richiesto esplicitamente di rimanere in quarantena domestica per un periodo di 14 giorni.
  • L’elenco dei Paesi più a rischio, come ha fatto sapere la Dubai Health Authority, potrebbe cambiare: è quindi consigliato seguire gli aggiornamenti che vengono diramati dalle Istituzioni locali. Il Governo emiratino ha messo a disposizione un sito dedicato, con aggiornamenti in tempo reale.
  • Potete rimanere aggiornati anche sulla pagina Facebook dell’Ambasciata d’Italia ad Abu Dhabi o direttamente sul sito della Farnesina Viaggiare Sicuri.
  • Per chi deve uscire dall’Italia: in base al Decreto del Presidente del Consiglio, non sono in questo momento consentiti viaggi all’estero o in Italia per turismo, ma solo per comprovate esigenze di lavoro, situazioni di necessità o motivi di salute. Sono consentiti spostamenti per raggiungere il proprio domicilio.
  • Molti voli aerei in questi giorni stanno subendo cancellazioni o modifiche di orario (Emirates ha chiuso tutti i voli da e per l’Italia). Prima di mettersi in viaggio, il consiglio è di chiamare la compagnia aerea.
  • Per gli studenti delle scuole e per tutto il personale scolastico, l’autoisolamento per 14 giorni dopo il ritorno negli Emirati Arabi è obbligatorio, indipendentemente dal Paese nel quale hanno viaggiato. Salvo ulteriori comunicazioni, la scuole rimarranno chiuse fino al 5 aprile.
  • Tutti i residenti di Dubai possono contattare i medici della Dubai Health Authority tramite videochiamate e chiamate vocali, 24 ore su 24 e tutti i giorni, per consultazioni e domande sul Covid-19. L’iniziativa, “Doctor for Every Citizen”, che inizialmente forniva consultazioni di medicina di famiglia per i soli emiratini, ora dà consulenza gratuita a tutti i residenti di Dubai sul coronavirus. Per accedere al servizio occorre scaricare l’app della Dubai Health Authority e registrarsi, quindi prenotare un appuntamento chiamando il numero verde 800 342. Medici e pazienti possono scegliere di comunicare tramite videochiamata o chiamata vocale.

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