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Homo homini virus

Fondato o meno che sia il rischio, prematura o meno che sia la preoccupazione, in questi momenti si manifesta regolarmente il lato più buio dell’essere umano: la mancanza di umanità.

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Homo homini virus
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Ci risiamo.

Dalla grande paura dell’AIDS a Chernobyl, dal “terribile pericolo arabo” alla SARS, quanti déjà vu hanno avuto quelli della mia generazione in questi giorni di vera e propria psicosi da Novel-Coronavirus?

I segnali sono sempre gli stessi: la corsa sfrenata alle provviste e tanti saluti alla vecchia regola di educazione e buon senso che detta di lasciar sempre qualcosa per chi viene dopo di noi; l’identificazione di una categoria di persone come nemico pubblico da ghettizzare; i gesti sconsiderati e meschini scaturiti dal panico inconsulto che, guarda caso, si focalizzano sempre sui più deboli e indifesi; i soliti profeti di sventura che, a seconda dell’epoca e del mezzo a disposizione, approfittano dell’occasione per fare qualche gettone di presenza in veste di esperti, prima di tornare nel dimenticatoio; il cicaleccio della gente comune che ripete e ingigantisce quello che sente senza nemmeno capire, distorcendolo e alterandolo in un inesorabile fiume in piena di insulsaggini.

Fondato o meno che sia il rischio, prematura o meno che sia la preoccupazione (di una malattia, di un attentato, di una contaminazione, del proverbiale vaso che ci cade in testa dal balcone mentre camminiamo per strada) in questi momenti si manifesta regolarmente il lato più buio dell’essere umano: la mancanza di umanità. Non importa quanto ammiriamo (a distanza, beninteso!) coloro che si mettono in gioco recandosi in prima linea per offrire una mano concreta a chi è obiettivamente in reale pericolo. Dagli schermi dei nostri televisori o dai monitor dei nostri dispositivi mobili, al sicuro nelle nostre case, scegliamo di concentrarci sul rumore. Gli “eroi”, gli “angeli”, o comunque si decida di etichettarli, ci servono solo per sentirci meglio senza muovere un dito continuando a crogiolarci nella paura che giustifica tutto. Anzi, spesso questi “eroi” ci sembrano anche un po’ matti e se qualcosa di brutto succede loro, diciamocelo, se la sono andata a cercare. Noi, quelli saggi, siamo ben più preziosi degli anonimi lontani in difficoltà. Noi teniamo famiglia, perbacco!

C’è qualcosa che affascina nell’abbandonarci alla paura. Paura di cosa non ha realmente importanza. Paura di morire? Paura degli altri? O di noi stessi? Paura di vivere? Paura di attraversare questa fase terrena senza lasciare realmente un segno? Al minimo campanello di allarme, incuranti dei numeri e dei (rari) richiami alla razionalità, scatta ogni volta la corsa alla ricerca della protezione totale… come se questa fosse realmente ottenibile e controllabile, oltretutto. Certo, c’è una differenza fra l’incoscienza assoluta e l’accettazione dei rischi come parte integrante del nostro essere umani, fra l’istinto naturale di prenderci cura dei nostri cari e l’avversione cieca verso l’untore. Comunque, una vita asettica spesa alla ricerca ossessiva dell’illusione di essere al sicuro da tutto, a costo della propria umanità, è una non-vita. È anche poco dignitosa, a dirla tutta.

Oggi tocca al Novel-Coronavirus, domani chissà, ma il copione è sempre lo stesso. Ogni momento di diffidenza, ogni ripetizione di notizie esageratamente amplificate, ogni atto di razzismo più o meno velato, ogni gesto di egoismo o di crudeltà verso i più deboli (inclusi gli animali come si è visto in questi giorni), sono responsabilità di tutti. Siamo noi il peggior virus dell’umanità quando scegliamo di comportarci così.

Il resto sono scuse.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati quattro dei sei gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

2 commenti

2 Commenti

  1. Liz

    9 Febbraio, 2020 a 17:51

    Un pezzo molto interessante scritto con tanta sensibilità e umanità

    • Marilena

      10 Febbraio, 2020 a 19:38

      Grazie di cuore Liz

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Arts & Culture

Women Heritage Walk 2020: cinque donne italiane nel deserto

Per la prima volta hanno partecipato cinque Sand Sisters di nazionalità italiana, riunite nel deserto degli Emirati Arabi da tutto il mondo.

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Women Heritage Walk 2020: cinque donne italiane nel deserto
Tempo di lettura stimato: 6 minuti

* di Adriana Ranalli e Giacinta Acerbi

Si è da poco conclusa la Women Heritage Walk, quest’anno alla sua sesta edizione. Cinque giorni di cammino nel deserto alla scoperta delle più profonde tradizioni emiratine, insieme a donne da tutto il mondo. L’iniziativa è nata nel 2015, grazie a Jody Ballard, americana, e Asma Sedeeq Al Mutawa, emiratina. Ringraziamo Adriana Ranalli e Giacinta Acerbi per avere condiviso con noi la loro esperienza e per avere scritto questo articolo.

Un viaggio sulle orme degli antenati degli Emirati Arabi
La Women Heritage Walk è un trekking culturale annuale di cinque giorni, da Abu Dhabi ad Al Ain, negli Emirati Arabi Uniti. La camminata, di 125 km, ricrea il viaggio stagionale fatto dagli antenati: dalla costa all’oasi nell’entroterra, dove le famiglie si univano tradizionalmente alla raccolta dei datteri e godevano del clima più fresco di Al Ain, durante i mesi più caldi dell’anno. Istituita nel 2015, la Women’s Heritage Walk è un’esperienza di vita che accompagna le partecipanti in un viaggio attraverso la storia, le collega al patrimonio e alla cultura degli Emirati Arabi e le aiuta a stringere legami più profondi con sé stesse e con gli altri, attraverso lo sviluppo fisico, mentale ed emotivo.

Per la prima volta un gruppo italiano
Per la prima volta quest’anno, la Women Heritage Walk ha visto il coinvolgimento di cinque Sand Sisters di nazionalità italiana. Vivono all’estero e hanno scelto di ritrovarsi negli Emirati Arabi per condividere una once in a lifetime experience. Adriana arriva da Baku (Azerbaijan), ma ha vissuto per alcuni anni a Dubai come Giacinta, ora rientrata a Milano. Cristiana ha raggiunto il gruppo da Dallas (Texas) mentre Milena da Phuket (Tailandia). Unica presenza ancora “locale” è Marta, che vive con la famiglia a Dubai. Ancora una volta gli Emirati Arabi si confermano un hub internazionale in cui è naturale darsi appuntamento per vivere esperienze uniche in contesti multiculturali, sempre pronti all’accoglienza.

L’esperienza di Adriana e Giacinta
Abbiamo partecipato alla recente edizione di Women Heritage Walk 2020 perché abbiamo amato il deserto sin dal primo camping fatto con famiglia e amici, anni fa. Poter ripetere l’esperienza prolungata per cinque giorni, con una forte componente culturale, ci è sembrata un’occasione da non perdere. Con altre tre italiane abbiamo arricchito il team delle sessanta Sand Sisters, di varie nazionalità: da emiratine, a siriane, palestinesi, libanesi, svedesi, australiane, canadesi, svizzere, francesi, belghe e molte altre ancora. 125 km in cinque giorni per raggiungere le oasi di Al Ain, partendo da Abu Dhabi. Circa 25/30 km giornalieri di cammino tra le dune, percorrendo una traccia segnata dalle bandiere degli Emirati Arabi per conquistare, prima del tramonto, il campo preparato per la notte. La sfida è stata fisica e mentale, in una cornice magica di solidarietà femminile e di rievocazione delle tradizioni nomadi emiratine. Dal rituale del tè alla preparazione del caffè, all’ascolto delle testimonianze di meravigliose donne che oggi arricchiscono il panorama culturale e lavorativo degli Emirati Arabi. Poi l’osservazione delle stelle, guidata dagli astronomi del centro astronomico di Al Ain, e ancora la sensibilizzazione per il recupero e il salvataggio dei cani Saluki, razza autoctona del deserto. Ai tanti cammelli e gazzelle che incontravamo nel nostro cammino. La componente culturale ha giocato un ruolo molto forte a nostro parere, perché oltre a distrarci dalla fatica, ci ha permesso di conoscere e approfondire aspetti legati alla vita del deserto che per tanti turisti o residenti nei Paesi del Golfo sono poco conosciuti. E poi lo spirito di squadra, la voglia di raggiungere la meta insieme alle tue Sand Sisters, o anche la discussione preliminare su quale strategia adoperare per affrontare meglio questa o quella duna, per alleggerire il cammino o semplicemente per alleviare il dolore ai piedi. Momenti di goliardia misti a tanta tenacia. La condivisione dei gesti quotidiani con donne di molteplici culture e religioni ha rappresentato per noi un altissimo valore aggiunto di questa marcia. La consigliamo vivamente a chi avesse la possibilità di staccare la spina per qualche giorno e volesse entrare in simbiosi con il deserto, tanto inospitale all’apparenza, ma così ricco di storie e di vita.

La parola alle fondatrici della Women Heritage Walk
“Sono arrivata ad Abu Dhabi nel 2010 – ci ha spiegato Jody Ballard – e mi sono resa conto che sapevo molto poco di questa regione, della sua cultura e del suo patrimonio. Ho iniziato a leggere tutto ciò che ho potuto sulla storia e ho scoperto questo ‘spostamento’ stagionale ad Al Ain, che veniva fatto dalla popolazione locale durante il periodo più caldo dell’anno. L’ho trovato intrigante. Poi, nell’ottobre 2011, ho letto un articolo sulla prima pagina del The National che parlava di un avventuriero, Adrian Hayes, il quale aveva appena seguito le orme di Wilfred Thesiger. Ho studiato questo articolo e ho pensato: dov’erano le donne? Come era per loro percorrere questa distanza in stato di gravidanza o con bambini e anziani? Io mi occupo di programmi per il benessere delle donne sin dai primi anni Novanta e sapevo che sperimentare la difficoltà di camminare nel deserto avrebbe giovato le donne, permettendo di conoscere molte usanze e abitudini beduine e di creare un legame, una piccola comunità femminile. I primi anni siamo state io e Brenda O’Regan a imparare questa lezione di perseveranza. Ci siamo poi avvicinate alla Salama Bint Hamdan Al Nahyan Foundation, alla DCA e siamo state premiate con il loro sostegno, che continua ancora oggi”.

Asma Sedeeq Al Mutawa ci tiene a ricordare, prima di tutto, le parole dello Sceicco Zayed Bin Sultan Al Nahyan, fondatore degli Emirati Arabi Uniti: “Chi non conosce il proprio passato – diceva lo Sceicco – non può trarre il meglio dal presente e dal futuro, perché è dal passato che impariamo”.

“Io credo che vivere la propria verità significhi viverla in ogni luce​​ – ci spiega invece Asma Sedeeq Al Mutawa -. Leggere della propria storia o sentirne parlare è molto diverso dallo sperimentarla fisicamente sulle stesse orme di coloro che erano qui prima di noi. Coloro che ci hanno dato gli strumenti per arrivare dove siamo oggi. Camminare nei deserti degli Emirati Arabi, da Abu Dhabi ad Al Ain, mi ha insegnato la pazienza con me stessa e con le mie sorelle di cammino, al mio fianco, la perseveranza mentale e fisica, un profondo apprezzamento e gratitudine per la mia cultura e la mia identità che si basano sull’ospitalità e che permettono a tutti di sentirsi i benvenuti, come in una famiglia. Quando si percorre una stessa strada con un obiettivo collettivo, lo si fa armoniosamente, proteggendosi e aiutandosi a vicenda, liberandosi dei propri averi, perché tutto appartiene a tutti. Alla fine, si raggiunge la meta con un solo cuore e le mani unite. Che risultato, la Women Heritage Walk è più che una camminata, è il senso più profondo della vera appartenenza”.


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Dubaistart

Un quarto di secolo negli Emirati Arabi: intervista a Piero Ricotti

Da profondo conoscitore di questa regione del mondo, lo abbiamo incontrato per capire meglio in quale direzione stia andando il Paese, con l’Expo alle porte e una situazione geopolitica in Medio Oriente particolarmente delicata.

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Un quarto di secolo negli Emirati Arabi: intervista a Piero Ricotti
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Ajman era un nome sconosciuto, che aveva letto su alcuni francobolli della sua collezione, quando era un bambino, e che non sapeva proprio dove collocare sul mappamondo. Ripensandoci oggi, dopo venticinque anni di vita negli Emirati Arabi Uniti, sembra quasi un segno del destino. Piero Ricotti, Managing Director della società Tecnosistemi e Presidente della Camera di Commercio Italiana negli Emirati Arabi per dieci anni, dopo un quarto di secolo qui nel deserto ha visto Dubai e gli altri emirati crescere e trasformarsi.

Nato in un piccolo Paese delle Alpi piemontesi, alle pendici del Monte Rosa, in provincia di Vercelli, Piero Ricotti ha iniziato a viaggiare negli Emirati Arabi nel 1994, quando spostarsi tra Deira e Jebel Ali, i due estremi della città, era quasi un viaggio, con tanta sabbia e pochissime costruzioni.

Da profondo conoscitore di questa regione del mondo, lo abbiamo incontrato per capire meglio in quale direzione stia andando il Paese, con l’Expo alle porte e una situazione geopolitica in Medio Oriente particolarmente delicata.

Come è arrivato a Dubai?
Il mio è stato veramente un caso di “serendipity”. Lavoravo a Milano all’Italtel, grande azienda nel settore delle telecomunicazioni, soprattuto a quel tempo, e partecipammo quasi per caso ad una gara per Etisalat, l’operatore delle telecomunicazioni degli Emirati. Venimmo selezionati tra 27 partecipanti da tutto il mondo e, per farla breve, quella che avrebbe dovuto essere una permanenza di tre mesi, solo per l’avvio dei lavori, è una presenza che dura ancora adesso, seppur con diversi cambi a livello societario. Una esperienza molto importante per me, non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano.

Ha visto Dubai nascere, trasformarsi, crescere: che cosa l’ha impressionata di più in questi anni?
Quello che mi ha colpito di più è sicuramente, in un semplice binomio, il “plan and execute”, ovvero la capacità che esiste negli Emirati di pianificare ed eseguire i lavori nei modi e nei tempi. La leadership e le organizzazioni governative sono notevolmente performanti nel Project Management. La seconda cosa che mi ha sorpreso, diciamo maggiormente in questa ultima decade, è che la parte visibile del Paese, i beni materiali, sono eccezionali, sotto gli occhi di tutti, come la torre più alta del mondo e gli altri primati di questa città, ma è la parte immateriale che colpisce ancora di più. Il fatto cioè che ci siano una sinagoga e una chiesa in costruzione, una accanto all’altra, insieme ad una moschea, il fatto che ci sia un Ministro della felicità o ancora un Ministero per l’Intelligenza Artificiale. L’attenzione profonda verso tutti gli aspetti diciamo della crescita immateriale, che poi diventa anche materiale chiaramente, mi hanno colpito profondamente. Questa tolleranza, il rispetto per tutte le persone, per tutte le religioni, è davvero un insegnamento. Io aggiungo sempre come nella storia del mondo, in diversi momenti storici, i baricentri cambino: pensiamo ad esempio alla famosa Casa della conoscenza di Baghdad, o all’Impero romano, ma anche alla Cina o al Rinascimento italiano. Ecco sono convinto che tra venti, trenta o quaranta anni, sui libri di scuola dei nostri figli si leggerà di Dubai e degli Emirati Arabi Uniti. E’ veramente fantastico quello che stiamo osservando qui in questo preciso momento storico: la capacità di immaginare e creare il futuro.

Ci sono molti pregiudizi sulla cultura araba e sulla religione islamica e, forse mai come in questo momento storico, c’è una divisione tanto netta tra Occidente e Oriente. Che cosa ha imparato da questa città e da questa cultura?
I pregiudizi nascono dall’assenza di conoscenza. Islam vuole dire “submission to God” ed è una religione assolutamente pacifica e anche con forti radici scientifiche. Per me, vivere qui, ha significato certamente conoscere e vedere che l’Islam è una religione di grandissima tolleranza e di grande umanità. Non ho mai trovato difficoltà e ho avuto un senso di accoglienza profondo, al quale noi in Europa e in Occidente non siamo abituati. Non solo: io credo che qui abbiamo una guida, persone che vogliono fare il bene di un Paese, che riflettono, che pensano, mentre purtroppo in Europa siamo spesso senza guida e l’obiettivo di chi fa politica è più egoistico. Tanti anni fa avevo letto un libro di un cardinale spagnolo che citava il concetto di autorità come servizio. Ecco questo è importante, riconoscere, quando si raggiunge una posizione di leadership, che bisogna fare di più per gli altri e non di meno. Purtroppo nei nostri modelli occidentali, spesso il bene comune, il bene del Paese è dimenticato o passa in secondo piano.

La prossima sfida sarà l’Expo e, soprattutto, il dopo Expo. Secondo lei in quale direzione sta andando e andrà Dubai?
Qui a Dubai abbiamo avuto quattro economie: quella delle perle e della pastorizia, quindi da illo tempore fino ad arrivare circa agli anni Trenta del secolo scorso; poi abbiamo avuto la Oil Economy che ha dato un impulso anche all’organizzazione più strutturata dello Stato; a seguire la Knowledge Economy, di cui anche l’edificio dove si trova il mio ufficio, e nel quale ci troviamo in questo momento ne è un frutto: Dubai Internet City, Media City, Knowledge Village sono state costruite in 365 giorni. E infine abbiamo avuto il lancio dell’economia dell’innovazione, nella quale si inseriscono l’intelligenza artificiale e il futuro. Io rilevo che i tempi di passaggio da una economia all’altra si accorciano, e che la capacità di Dubai in particolare, e degli Emirati in generale, di essere sempre più avanti e di raggiungere l’eccellenza, rimane costante. Su questa base, quindi, io credo che Expo sia solo un nodo della crescita, un trampolino, un punto visibile, ma di per sé la crescita sarebbe venuta comunque. Certo, Expo 2020 Dubai sarà d’aiuto, amplificherà ulteriormente il nome di Dubai in ogni angolo del mondo.

In molti sostengono che il modello Dubai “costruisco e poi riempio” non funzioni più. Lei cosa ne pensa?
Qui provo a risponderle con un aneddoto. Quando Sheikh Rashid bin Saeed Al Maktoum, quindi il padre dell’attuale Sceicco di Dubai, decise di mettere mano a Port Rashid, le navi che arrivavano erano davvero poche e i consulenti inglesi gli suggerivano che il porto fosse già grande abbastanza. Lui decise di raddoppiare, eppure le navi non c’erano. Non solo, fece aprire anche un altro porto, quello di Jebel Ali, lontanissimo dalla città: oggi è uno dei porti più importanti del mondo. E ancora, quando io guidavo nel 1995-1996 e abitavo a Deira, arrivare a Jebel Ali e poi ad Abu Dhabi era un viaggio. A Ghantoot c’era un controllo di polizia in quanto si cambiava emirato, a Jebel Ali un albergo solo; era impensabile immaginare che un giorno sarebbe stato tutto costruito. Non vorrei trovarmi come quei signori al tempo di Sheik Rashid che dicevano che stava costruendo troppo e poi la sua visione era corretta. Quindi ho un giudizio sospeso, ma di grande fiducia.

Da donna le voglio fare una domanda sulle donne emiratine: secondo lei come è cambiata la condizione femminile nel Paese in questi anni?
Parto da una storia che riguarda la mia famiglia. Mia nonna, nata nel 1895, portava il velo nero, sempre; ho visto i suoi capelli la prima volta quando avevo 14 anni. Mia mamma, classe 1932, lo portava per andare in chiesa; mia sorella, classe 1957, adesso mai, da bimba qualche volta per imitazione. E se io faccio un parallelo rispetto al Piemonte orientale, posso dire che 25 anni fa, qui negli Emirati, la prevalenza delle donne portava la maschera oltre al velo, poi un po’ di meno, e oggi le ragazze portano le abaya aperte e i ciuffi che escono dai loro copricapo. Oserei dire che si può fare un parallelo mamma-nonna-sorella quasi perfetto; poi ovviamente ciascun Paese ha le proprie specificità ed è bello che sia così. Questo per dire che anche qui le donne stanno facendo un percorso. Oggi rappresentano il 50% dei membri nel National Federal Council e il loro ruolo è effettivo nella società, ci sono tante donne manager davvero molto preparate, forse più che nel nostro Paese.

A questo punto un’ultima domanda è d’obbligo: c’è qualcosa che non le piace di Dubai, a parte il caldo?
Così mi toglie la risposta di bocca. L’estate è davvero un momento difficile qui, uno dei miei sogni è riuscire a stare in Europa un mese in più nel periodo caldo. Devo dire che io sono veramente entusiasta di questo Paese, perché mi ha dato tantissimo dal punto di vista professionale, culturale, umano. E’ stato per me un arricchimento continuo. Qualcosa che non mi piaccia, non la trovo davvero.

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Health

Coronavirus (2019-nCoV): l’origine dell’epidemia è un “salto di specie”

Intervista al dottor Fabrizio Facchini

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Coronavirus (2019-nCoV): l’origine dell’epidemia è un “salto di specie”
Tempo di lettura stimato: 8 minuti

Il nuovo Coronavirus, l’infezione responsabile dell’epidemia di polmonite scoppiata in Cina nella città di Wuhan nella provincia di Hubei, sta tenendo alta l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.

La malattia respiratoria acuta 2019-nCoV (2019-nCoV acute respiratory disease è il nome provvisiorio dato al virus dall’Organizzazione Mondiale della Sanità dove “n” sta per nuovo e “CoV” per coronavirus, n.d.r.) oltre a provocare vittime e numerosi contagi in Cina, si sta diffondendo anche in altri Paesi del mondo, tra cui l’Italia e gli Emirati Arabi Uniti.

Per l’OMS è emergenza sanitaria internazionale e raccomanda a tutti i Paesi di rafforzare la sorveglianza in linea con i regolamenti sanitari internazionali (2005) per le infezioni respiratorie e comunicare all’Organizzazione stessa qualsiasi caso sospetto o confermato di infezione da nuovo coronavirus.

Qual è l’origine della trasmissione del virus cinese 2019-nCoV?“E’ animale e ha colpito l’uomo attraverso una mutazione genetica. Si tratta, come viene definito in virologia, di salto di specie”. Le parole del Dott. Fabrizio Facchini, specialista in pneumatologia e Direttore del Dipartimento di Pneumologia presso un ospedale poli-specialistico semi-governativo e centro di ricerca a Dubai.

“Il primo indizio sull’origine del contagio – ha spiegato – è emerso da uno studio epidemiologico, pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine, che ha rilevato che il 55% dei casi contagiati nel 2019 era in qualche modo entrato in contatto con il mercato all’ingrosso del pesce di Wuhan, città focolaio dell’epidemia, chiuso dalle autorità cinesi per disinfestazione il primo gennaio 2020. Grazie al pronto rilascio delle autorità cinesi delle sequenze genomiche del virus, liberamente disponibili anche sul sito Global Initiative on Sharing All Influenza Data (GISAID), uno studio italiano ha effettuato una valutazione genetica dell’origine del virus concludendo che si tratta di una mutazione delle glicoproteine di superficie del virus simil SARS originario dei pipistrelli (Journal of Medical Virology ). Un’altra fonte di possibile origine della infezione sono i serpenti. Anche questi animali sono presenti nei mercati cinesi, quindi anche questa ipotesi é plausibile, ma è da verificare con l’isolamento dell’infezione negli animali medesimi”.

Con il nuovo coronavirus sono cinque i virus, tre dei quali appartenenti proprio alla famiglia dei coronavirus, che in 16 anni hanno fatto il “salto di specie” da animale a animale e poi all’uomo. La prima mutazione del coronavirus che ha portato alla Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS, Severe Acute Respiratory Syndrome) è stata nel 2003, infezione trasmessa dai pipistrelli agli zibetti e poi all’uomo. Succesivamente é stata identificata un’altra epidemia di infezione respiratoria da Coronavirus, la Sindrome Respiratoria del Medio Oriente (MERS, Middle East Respiratory Syndrome) trasmessa all’uomo da dromedari e cammelli.

Dott. Facchini, a cosa sono legati questi fenomeni di mutazione?

I virus mutano per loro natura, le mutazioni si verificano anche nel genoma umano, ma le mutazioni di virus e batteri si verificano con più frequenza per il loro elevato numero. E’ un fenomeno biologico assolutamente normale intrinseco nella evoluzione di tutti gli esseri viventi: microbi, piante, funghi o animali che essi siano. Rimango perplesso sul fascino che hanno su molte persone le teorie complottiste su un’origine militare o aliena di questi fenomeni naturali.

Quali sono i criteri di contenimento?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito già da tempo criteri di contenimento delle infezioni interumane da Coronavirus e ha dato indicazioni specifiche anche per questo caso di epidemia. Tuttavia, anche se la mortalità di questo nuovo Coronavirus è più bassa delle due precedenti epidemie da coronavirus da infezione interumana, la sua contagiosità sembra molto maggiore. Infatti i casi accertati di 2019-nCoV hanno già di gran lunga superato i casi di MERS e in poche settimane casi documentati di infezione da SARS.

Da cosa è dovuta la maggiore contagiosità di questa epidemia rispetto alle precedenti?

Il periodo di incubazione medio del nuovo Coronavirus è di 5,2 giorni, ma il 95 percentile, ossia il periodo entro il quale il 95% dei contagiati ha manifestato i suoi sintomi è di 12,5 giorni. Il tempo di duplicazione del contagio è stato sinora di 7,4 giorni. Considerato che la contagiosità potrebbe essere presente anche durante il periodo di incubazione, e che il periodo di incubazione senza alcun sintomo può arrivare a 2 settimane, è evidente la potenziale difficoltà di ostacolare il contagio.

Quindi il contagio può avvenire anche in assenza di sintomi?

Sì, ma non si hanno ancora dati precisi, gli epidemiologi sono al lavoro. Con ogni probabilità la contagiosità durante il periodo di incubazione é bassa o molto bassa, per poi aumentare quando si manifestano i primi sintomi.

Quali sono i sintomi?

I sintomi più comuni sono la tosse e la febbre, più precisamente: febbre nel 65%; fatica a respirare 55%; tosse 53%; dolori muscolari e/o fatica 44%; catarro 28%; cefalea/mal di testa 8%; tosse con sangue 5% e diarrea 3%. Inoltre la linfocitopenia, ossia un ridotto numero di cellule bianche linfocitarie e quindi una ridotta capacità immunitaria si é osservata in più del 60% dei pazienti. La presentazione clinica più comune é la polmonite che può successivamente aggravarsi com sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS, Acute Respiratory Distress Syndrome) e altre complicanze gravi come l’insufficienza renale o cardiaca.

Chi sono soggetti più a rischio?

Come per molte malattie infettive gravi debilitanti, il virus ha una letalità più elevata negli anziani e nei soggetti con malattie croniche. Anche se non si hanno dati rilevanti a riguardo, probabilmente anche la popolazione pediatrica deve essere considerata a rischio.

Le raccomandazioni standard dell’OMS per prevenire la diffusione dell’infezione includono il lavaggio regolare delle mani, il copertura della bocca e del naso durante la tosse e gli starnuti, la cottura accurata di carne e uova. Evitare uno stretto contatto con chiunque mostri sintomi.

Dott. Facchini, queste raccomandazioni comportamentali sono efficaci per impedire la diffusione dell’infezione?

Se applicate in modo corretto le indicazioni dell’OMS sono efficaci, tuttavia rimane il nodo della contagiosità prima della individuazione clinica e della mancata e corretta applicazione delle indicazioni. Sono state trasmesse immagini da ospedali in Cina dove il personale sanitario, pur vestito di tutto punto e con visiera, indossava mascherine completamente inadeguate per proteggersi da un’infezione respiratoria.

A propostito di mascherine, sono uno strumento di prevenzione efficace o no?

Dipende dalla mascherina: quella chirurgica che va per la maggiore può filtrare sino al 60% delle particelle sospese nell’aria. Pur essendo più efficace di un fazzoletto, che ne filtra dal 10 al 30%, rimane comunque inadeguata in tema di protezione. In termini di prevenzione si può certamente utilizzare una maschera con caratteristiche di filtraggio del 95% (FP2 o N95), se invece si è in contatto con persone infette o personale sanitario si devono utilizzare protezioni più elevate con capacitá di filtraggio del 98 (FP3, N98) o 100% (N100). Va detto che le mascherine devono anche essere indossate tutto il giorno e in modo corretto e quelle con fessure laterali servono a ben poco. Ma la questione è un’altra: che senso ha indossare mascherine, spesso inadeguate, se i casi nel Paese di residenza si limitano ad alcune persone arrivate dalla Cina e subito isolate?

Per combattere il conoravirus 2019-nCov, cinque aziende, tra le quali una italiana, si sono messe al lavoro per realizzare un vaccino non classico ma basato sull’informazione contenuta nel materiale genetico del virus. Anthony Fauci, direttore dell’Istituto americano per le malattie infettive (Niaid) dei National Institutes for Health (Nih) ha annunciato che “Abbiamo già cominciato, insieme con diversi nostri collaboratori. Si tratta di un processo lungo e che presenta incertezze, ma stiamo procedendo come se si dovesse produrre un vaccino”.

Secondo lei è possibile sviluppare e mettere a disposizione un vaccino in poco tempo?

Non mi risulta che siano stati sviluppati vaccini efficaci per la SARS e per la MERS. Anche se la tecnologia di sviluppo dei vaccini si sta rapidamente evolvendo e i tempi di sviluppo si stanno drasticamente riducendo non mi aspetto tempi così brevi da divenire disponibile nell’arco di mesi. Con ció non voglio dire che non debbano essere utilizzate tutte le risorse necessarie per raggiungere questo auspicabile obiettivo. I vaccini addestrano il nostro complesso sistema immunitario e se sviluppati potrebbero essere la nostra arma più efficace per difenderci dall’infezione di questi virus

Qual è attualmente il trattamento per ridurre l’impatto dell’infezione?

Non essendoci una terapia con provata efficacia, la raccomandazione è di terapia di supporto agli organi compromessi dalla infezione. Non si parte tuttavia da zero e come negli altri casi di patologia grave da coronavirus esiste un trattamento che, pur non avendo dati clinici di supporto di provata efficacia, in laboratorio hanno mostrato una azione che potrebbe ridurre l‘impatto clinico delle infezioni. La terapia che viene prescritta in questi casi è multifarmacologica e consiste in una combinazione dell’antivirale Ribavirina associata a Interferone (alfa2b o beta2) e ad un secondo antivirale come il Lopinavir o Ritonavir.

Quanto è pericoloso il nuovo Coronavirus?

La pericolosità del virus sta nel rischio potenziale di contagio universale. Se un virus letale non è capace di diffondersi i deceduti per quella determinata malattia nel mondo saranno molto pochi, ma se la pandemia, ossia rischio potenziale di contagio universale, dovesse realizzarsi anche con una mortalità non elevatissima come quella del nuovo Coronavirus provocherebbe un numero elevatissimo di morti fra la popolazione mondiale. Rischio pondemico non significa che il contagio si verificherà perché oltre alle misure di contenimento influiscono altri fattori. Tuttavia le stime statistiche danno uno scenario molto più pericoloso di quello disegnato dai casi accertati in laboratorio. Lo conferma uno studio pubblicato sul prestigioso giornale scientifico The Lancet.

In conclusione: attenzione sì, ma niente panico?

Grande attenzione, ma niente panico. La mortalità di questo virus é del 2,4%, è sicuramente inferiore a virus simili come quello della SARS 10%, MERS 35%, e di gran lunga inferiore a quella di altri virus molto più letali, anch’essi con riserva nel modo animale, come quella del virus Ebola 90% ed é paragonabile alla mortalità registrata dall’iniziale diffusione del virus dell’influenza H1N1.

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