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Arts & Culture

Italian Vanity Art Exhibition: artisti italiani in mostra a Dubai

Venti artisti italiani emergenti espongono le loro opere, in un ponte tra Italia ed Emirati Arabi

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Italian Vanity Art Exibition: artisti italiani in mostra a Dubai
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Il 20 febbraio, presso la Cartoon Art Gallery, è stata inaugurata la sesta edizione dell’Italian Vanity Art Exibition, in cui sono presenti quest’anno venti artisti italiani coi loro lavori di pittura, scultura, fotografia e installazioni.

La curatrice e organizzatrice della mostra, Gina Affinito, che in passato ha vissuto anche a Dubai, ma che ora coordina e cura “Antica Saliera” uno spazio espositivo in un magnifico palazzo del 1200 nel centro storico di Lecce, ha costruito negli anni un ponte tra la cultura artistica degli Emirati Arabi e quella dell’Italia, per far sì che artisti emergenti italiani possano far conoscere la loro creatività e i loro lavori.

All’apertura dell’esposizione erano presenti alcuni artisti che hanno voluto accompagnare le loro opere, tra cui Lory Marrancone e Fabrizia Folchitto, e alcuni artisti locali, fra cui Ahmed Al Awadhi, che hanno omaggiato con la loro presenza l’esposizione spinti dalla curiosità e dall’amore verso l’arte. L’emittente televisiva “Zee TV” ha ripreso l’avvenimento ed effettuato interviste alla curatrice, agli artisti e ad alcuni visitatori.

Volgendo lo sguardo qua e là mentre gironzolo nella sala, ho colto diversi stili espressivi: dipinti appartenenti alla corrente figurativa, altri a quella astratto/informale, bellissimi lavori in White Painting, Astrattismo, sculture in legno di melo levigate, una bizzarra installazione dall’impatto visivo notevole “Big CyberFish” assemblata con l’uso di parti dei primordiali mitici Commodore 64, un angolo “FoulArt, che ci mostra foulard creati con sete delle Antiche Seterie di San Leucio raffiguranti con vividi colori le Piazze nel Mondo, e tanti altri lavori interessanti.

Mi chiedo: “Sono qui e guardo, ammiro, mi lascio attrarre e stupire, ma quale è il fil rouge che tiene uniti tutti questi elementi così diversi fra loro?”. Apparentemente non c’è. Ma la sensazione di sentirmi avvolta da un qualcosa che ogni opera emana mi dà la risposta: è semplicemente quella passione che l’artista impiega durante il processo creativo che lo porta ad aprire e riversare il suo mondo interiore al mondo là fuori. È un lavoro difficile questo, indipendentemente dal valore commerciale del risultato. Ogni espressione è degna di rispetto, va osservata, sarebbe meglio dire “guardata” come si guarda qualcosa che incuriosisce, come si guarda e si riguarda un film che si ama, o un libro che si legge, che incuriosisce ma ci costringe anche a pensare che cosa possa portare l’artista a comunicarci i suoi sogni, i suoi incubi, i suoi pensieri, a mettere a nudo il proprio IO interiore rendendocene partecipi.

Per cinque giorni, fino al 25 febbraio, in quella sala il Tempo è come se si fermasse, noi spettatori stiamo fuori dalla nostra vita quotidiana e assistiamo a questo unico magico organismo che pulsa di vita altrui.

E come diceva James Joyce: “Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’Arte”.

Nata e vissuta in Sardegna per gran parte della mia vita, poi in Francia per qualche anno, faccio base tra Ravenna e Dubai, quest’ultima ormai chiamata “casa”. Madre di un figlio che adoro e che ha già preso il volo, seguo mio marito nei suoi viaggi di lavoro, che ci portano ad unire l’utile al dilettevole, con la valigia sempre a portata di mano finalmente appagata del sogno di bambina di andarmene in giro per il mondo. La mia vita a Dubai, città sorprendente e viva, mi regala tanto tempo libero da dedicare alle cose che amo, come l’Arte in tutte le sue forme, e altri passatempi grazie ai quali ho incontrato altre expat come me, e con le quali ho instaurato delle buone affettuose amicizie. Di Dubai, paese giovane e pieno di giovani di tutte le etnie, mi rimane la sensazione che sia forse una delle città che meglio rappresenta il fermento, la crescita, il costruire, il proiettarsi verso un futuro- incrociando le dita, si spera.

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Come sopravvivere alla pandemia guardando le serie sud-coreane

Ne emerge una società complessa e sfaccettata, che per certi versi trova riscontro in quel poco che ho potuto capire frequentando qualche esponente della comunità sud coreana qui a Dubai.

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Come sopravvivere alla pandemia guardando le serie sud-coreane
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Leggere World War Z (il libro di Max Brooks) non è stata la migliore delle pensate per rilassarmi e addormentarmi serenamente durante questi mesi di allarme pandemia. Dopo il primo mese di angoscia e insonnia però, ho creduto di aver trovato la soluzione: ammazzarmi di serie sud-coreane su Netflix, che le distribuisce sul territorio emiratino con successo crescente anche fra la popolazione non coreana. Alla fine di un episodio in lingua originale e sottotitoli in inglese lo stordimento sarà assicurato e dormirò, pensavo.

Eh, mica tanto.

È vero che la lingua alle nostre orecchie sembra quasi una cantilena, ma a ben ascoltare è molto modulata e l’intonazione della voce fa molto nel convogliare questo o quel messaggio. Inoltre, il contrasto fra sottotitolo inglese a volte brevissimo, monosillabico, e attore che va avanti a lungo a dire qualcosa non invita al sonno. Almeno, non me, che su dettagli di questo tipo mi fisso fino alla decodifica (ancora non avvenuta, in questo caso).

Le storie, quasi sempre suddivise in 16 episodi di 70 minuti l’uno, sono variegate e raccontate con una serie di flashback, flashforward, te lo rifaccio se vuoi, adesso ti ripeto la scena di tre puntate fa da una prospettiva diversa magari pure al rallentatore che non si sa mai: il che a volte è divertente e a volte annoia, ma non si può scorrere veloce in avanti perché a ogni ripetizione viene fornito un dettaglio chiave e quello no, non verrà mai più ripetuto.

Si va dall’avventura al fantasy, dal futuristico allo storico, dalla ricostruzione d’epoca alla storia d’amore più impossibile e contrastata. Anzi, l’aspetto della coppia di innamorati che prima si odiano e poi si amano in un gioco di tensione crescente contro il destino cinico e baro è ricorrente. Sono storie sentimentali sempre molto lente nella costruzione, raccontate con delicati dettagli adolescenziali per certi versi (credo sia per questo che riscuotono tanto successo e sono tanto apprezzate dalla popolazione locale qui).

Sembra che non succeda mai nulla tranne una sequenza di primi piani sugli occhi e di fermi-immagine con effetto seppia anticato dei due protagonisti, immancabilmente in piedi ritti come fusi l’uno di fronte all’altra in silenzio con sottofondo di musica romanticissima. Il tanto atteso bacio, quando arriva, è a fior di labbra, salvo a volte continuare nella puntata successiva con qualcosa di un po’ più accalorato (poco), reso sempre, e giuro sempre, dal primo piano sulla mano di lui che arriccia la stoffa sulla schiena del vestito griffatissimo e inamidatissimo di lei.

Il “taffettà, amore, taffettà” di Frankenstein Junior qui raggiunge nuove vette. In effetti il look degli attori è sempre molto curato e azzimato, da rivista di moda, e le attrici e gli attori stessi sembrano bambole levigate e perfette nei lineamenti, soprattutto quelli di nuova generazione. Eppure riescono a convogliare sentimenti ed emozioni molto profondi, con scene e picchi di bravura tanto più sorprendenti quanto infantile e fastidiosa può essere in altri momenti la recitazione quasi macchiettistica, soprattutto nei battibecchi e nelle schermaglie e dispettucci che vorrebbero essere comici ma che a me non fanno ridere. Però, inutile negarlo, mi immedesimo e alla fine piango sempre tanto (in genere a partire dalla dodicesima puntata fino alla fine).

Sorprendente è anche l’introduzione di episodi più crudi emotivamente, senza sconti nel raccontare situazioni difficili o dolorose soprattutto riguardo i bambini, e, almeno per me, sorprendente pure la bellezza decisa della natura e di alcune delle città rappresentate.

Ne emerge una società complessa e sfaccettata, che per certi versi trova riscontro in quel poco che ho potuto capire frequentando occasionalmente qualche esponente della comunità sud coreana qui a Dubai… poco, perché la barriera della lingua e in particolare della comprensione reciproca delle rispettive pronunce purtroppo c’è: è una società ambiziosa, molto orientata al successo e al riconoscimento personale tramite affermazione professionale ed economica (la figura del Manager è l’equivalente del Principe Azzurro, non parliamo del mito del CEO) e status symbol particolari, che vanno dal macchinone alla bigiotteria di Swarovski, apprezzatissima, seppure con improvvise contraddizioni legate alla consapevolezza degli affetti veri, al rispetto di determinate tradizioni, al legame con la famiglia, all’importanza dello studio e della cultura.

A tal proposito, mi è tornato in mente un episodio di vita vissuta. È una divagazione che merita di essere raccontata in questo contesto: mi trovavo un giorno per una serie di motivi seduta a un tavolo a far conversazione con un gruppo di tre donne di Seoul, qui a Dubai; stavo per allontanarmi con una scusa, infastidita dai luoghi comuni e dall’ossessione per l’apparire che mi sembrava di percepire in loro e che fra me e me avevo bollato come provinciale, quando una, incoraggiata dalle altre che sapevano che sono italiana, mi ha detto tutta timida che il suo sogno era visitare una città della quale ho capito solo l’iniziale, F, perché vi si svolgeva il suo libro preferito, scritto da un autore del quale ho capito solo il nome proprio un po’ deformato dalla pronuncia, Giorgio.

Insomma, com’è come non è, queste tre giovani signore, perfettamente truccate, pettinate e vestite alle 10 di mattina come per una serata a teatro, hanno tirato fuori carta e penna, hanno disegnato degli occhiali, accanto ci hanno messo una catenina dorata di una di loro… e io ho capito che si parlava de “Gli occhiali d’oro”, di Bassani. Giorgio Bassani, e Ferrara la città dei sogni da visitare, appunto.

Mi sono sentita di uno stupido e di un superficiale per essere stata sull’orlo dell’etichetta facile basata sul pregiudizio, che non so descrivere. Superato il momento, ci siamo messe a chiacchierare, continuando a non capire una parola che è una di quello che ci dicevamo, ma in uno stato di condivisione emozionale molto più efficace dello stentato formalismo di poco prima.

Ecco, le serie sono così. Bisogna arrivare fino alla fine senza giudicare in fretta, per capirle. Anche il mangiare vi è ben rappresentato, e anche su questo si possono ricavare, a fare attenzione, dettagli che corrispondono alla realtà sia come abitudini alimentari che come socialità. Non ho notato particolari aspetti discriminatori nei confronti delle donne, anzi, le protagoniste sono spesso eroine forti e indipendenti o che comunque crescono nel corso della storia. Le scene d’azione possono essere spettacolari, le trame complessissime con tantissimi colpi di scena e non si dipanano completamente se non fino all’ultimo episodio a meno di “cliffhanger” in vista della stagione successiva (e a questo punto, peggio per chi ha fatto lo scorrimento veloce durante uno dei tanti flashback e flashforward precedenti).

Insomma, non so se si è capito, ma l’effetto soporifero nel quale speravo non è arrivato.

Le mie preferite? Senza fare spoiler, sinora sono “Vagabond”: azione, spionaggio, complotti, veramente bella. Poi “Memories of the Alahamra”, anche se a tratti lenta e confusa nella narrazione, ma con effetti speciali e trama molto originali (guardando la storia del videogioco basato su intelligenza artificale che inizia a interferire con la vita umana, non facevo che pensare: chissà se ne faranno un remake hollywoodiano) e attore protagonista di bell’aspetto. È lo stesso protagonista della famosissima, anche in Italia, “Crash Landing on You”, che ho trovato meno superficiale di quanto mi aspettassi, con la contrapposizione fra le due Coree rappresentata in chiave spesso affettuosamente ironica ma non frettolosa (ho pianto tanto pure qui, soprattutto per la storia fra due personaggi secondari). Pare tuttavia che, secondo gli standard della Corea del Nord, il fascino sottolineato nella trama dell’attore protagonista non sarebbe credibile: lì in realtà piacciono uomini decisamente più corpulenti rispetto a quelli che piacciono in Corea del Sud, mi dicono. Sto seguendo con interesse anche “The Last Empress” e, sebbene smaccatamente più telenovela (gotica ma pur sempre telenovela), “Hotel del Luna”

E vi dirò, a parte le attuali difficoltà a muoverci da e per gli Emirati, mi piacerebbe prima o poi riuscire a fare una vacanza in Corea del Sud, a questo punto.

Nel frattempo, continuo a guardare le serie TV e a fare le ore piccole invece di dormire.

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Cinema

Passione Cinema: grandi registi per grandi guerre

Due pellicole uscite negli ultimi anni che hanno sicuramente lasciato il segno per la qualità artistica: Dunkirk di Christopher Nolan e 1917 di Sam Mendes.

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Passione Cinema: grandi registi per grandi guerre
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Il tema della guerra nel cinema americano ha sempre suscitato grande interesse, vuoi per la loro sindrome da salvatori dell’umanità, o forse perché il tema stesso aiuta a creare storie di coraggio ed eroismo che sono fra le spezie essenziali del cinema. Fatto sta che ancora oggi la fabbrica dei sogni ci racconta storie appassionanti di cosa à stato vivere e purtroppo morire durante le due guerre mondiali.

Vi parlo oggi di due pellicole uscite negli ultimi anni che hanno sicuramente lasciato il segno per la qualità artistica che sono riuscite ad esprimere. Del resto, entrambe sono dirette da due grandissimi registi che negli anni hanno dimostrato capacità decisamente sopra la media. Sto parlando di Dunkirk (2017), di Christopher Nolan ambientato durante la Seconda guerra mondiale e 1917 (2019), di Sam Mendes.

Entrambi i film riprendono episodi realmente accaduti. Dunkirk è la storia di un gruppo di soldati che cerca di sopravvivere mentre si trovano accerchiati dall’esercito tedesco. Sono le truppe inglesi in ritirata a Dunkerque (nome francese), paesino nel Nord della Francia che si affaccia sul mare. La potenza della macchina bellica nazista è soverchiante e se l’Inghilterra non riuscirà a mandare velocemente delle navi a recuperarli, sarà un bagno di sangue senza precedenti e una tale perdita di vite umane per l’esercito di Sua Maestà la regina, che il Regno Unito dovrà prendere in considerazione l’idea di arrendersi.

Film maestoso, da godere in 4k, Nolan è maestro nel girare scene magnificenti, basti ricordare che stiamo parlando del regista di Inception e della trilogia di Batman con Christian Bale. Per godere veramente a pieno del film e della sua collocazione storica vi consiglio vivissimamente di guardare prima The Darkest Hour. Pellicola bellissima, che parla di come Churchill si sia trovato a guidare un’Inghilterra spiazzata di fronte al disastro che stava avvenendo in Germania. Nel film si vede anche tutta la storia dell’operazione Dunkirk, ma dal punto di vista di Londra, della politica e di tutti i retroscena. Film strepitoso che ha vinto tantissimi premi fra cui spicca l’Oscar per il miglior attore a Gary Oldman nei panni di Churchill.

Andando invece indietro nel tempo storico, ma avanti nel tempo cinematografico, 1917, distribuito nelle sale nel 2019, diretto da Sam Mendes, ci porta ai tempi della Prima guerra mondiale. Il regista è un altro peso massimo del panorama cinematografico americano, stiamo parlando del maestro che ha realizzato American Beauty, con l’indimenticabile Kevin Spacey che fantastica su Mena Suvari in un vasca ricoperta di petali di rose, e il grandioso 007 Skyfall, film che oltre alla trama ricca e perfettamente orchestrata, è già di per sé una gioia per gli occhi, viste le scenografie mozzafiato.

In 1917 la potenza delle immagini la fa ancora da padrone, coadiuvata da uno stile registico all’avanguardia e stiloso, come solo un vero autore può fare. Tutto il film sembra un intero piano sequenza con la telecamera che praticamente non stacca mai il suo occhio dai due giovani protagonisti. I tagli fra una scena e l’altra sono quasi invisibili e questo crea un senso della realtà e un ritmo mozzafiato. La trama, tratta da una storia vera, racconta di due adolescenti che devono portare un messaggio a una compagnia che si trova oltre le linee nemiche, per avvertirli di non avanzare perché stanno per cadere in una trappola e verranno tutti sterminati. Riusciranno nell’impresa? A voi scoprirlo.

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Passione Cinema: l’horror è un sottogenere?

Quanti di voi non leggono neanche la trama di un film se sanno che è un horror? Eppure, malgrado questo stereotipo che vale tanto da noi quanto negli altri Paesi, questo genere riesce ancora a partorire film di qualità.

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Passione Cinema: l'horror è un sottogenere?
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Come accade per altre forme d’arte, il cinema viene, per comodità di fruizione e catalogazione, diviso in generi. Dai western ai noir, dai drammi alla fantascienza. Tutti dignitosi, perché in fin dei conti quello che fa la differenza è sempre la qualità della regia, degli attori, della sceneggiatura più che il contesto.

Uno solo di questi generi, però, gode da sempre di un trattamento speciale: l’horror, considerato da molti un genere di serie B, da ragazzini, da evitare direttamente. Quanti di voi non leggono neanche la trama di un film se sanno che è un film “di paura”? Eppure, malgrado questo stereotipo che vale tanto da noi quanto negli altri Paesi, il genere horror riesce ancora a partorire film di qualità, film che molte volte hanno molto retropensiero e ben poco sangue.

Vi vado pertanto, se avete voglia di una nottata in compagnia di film non scontati, ma di sicuro elettrizzanti, ad elencare qualche ottima pellicola uscita negli ultimi anni che vi farà, nel caso foste fra gli scettici, rivedere i vostri pregiudizi sul genere.

Partiamo dal più recente, un’operazione nostalgia decisamente riuscita, Dr. Sleep (2019). Preso dall’omonimo libro di Steven King, trattasi nientepopodimeno che del sequel di Shining. Ebbene si lor signori, il bambino di Shining, Danny Torrance, è diventato adulto e deve ancora lottare coi ricordi terribili della sua infanzia oltre che con nuovi e agguerritissmi nemici.

Non stiamo parlando di un capolavoro assoluto che entrerà nei libri di storia del cinema come il suo precedessore, l’inarrivabile Shining di Stanley Kubrik, ma siamo comunque davanti ad un ottimo prodotto, ben girato, ben curato in ogni dettaglio e che vi metterà subito nel giusto stato mentale fin dal primo minuto, quando già dalle prime inquadrature sentirete suonare le stesse musiche che hanno fatto da colonna sonora al primo film.

Il mio secondo consiglio è l’ottimo Get Out, di Jordan Peel. Uscito nel 2017 ha conquistato pubblico e critica con un film a basso budget ma tante idee, giusto ritmo e recitazione di attori poco conosciuti ma assolutamente efficaci. Una storia che può sembrare quasi comica all’inizio: una coppia interraziale, lui afroamericano e lei caucasica, si sta preparando per passare il fine settimana dai genitori di lei. Che neanche a dirlo sono ricchissimi e vivono in quella provincia del Sud americano dove ancora si sente forte il fetore del razzismo.

Quando stanno per partire, a lei sfugge la confessione di non aver neanche pensato di informare i genitori del colore della pelle del ragazzo perché tanto in casa sono tutti progressisti e grandi stimatori di Obama. Sarà proprio così? A voi scoprirlo.

Terzo e ultimo consiglio sempre dello stesso regista: due anni dopo, nel 2019, esce US. Jordan Peele nuovamente si dedica all’horror, ma sempre col piglio della critica sociale. Una famiglia benestante afroamericana si ritrova barricata in casa mentre delle persone fuori stanno cercando di entrare per far loro del male. D’un tratto scopriranno che queste persone sono identiche a loro, cosa vuol dire? Cosa vogliono veramente? Altro film di grandissimo successo, ad un budget di 20 milioni di dollari, che in America è medio basso, e che ha fatto un incasso di 255 milioni.

Buona visione a tutti!

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