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Quarantine Stories: l’arte dello Storytelling contro la solitudine

Il progetto si propone di combattere la negatività emotiva di questo periodo, tenendo compagnia alle persone con i racconti della tradizione orale da tutto il mondo: sul Web

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Quarantine Stories: ascoltare storie contro la solitudine
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Lo diceva già Boccaccio, nel Decameron: ai tempi bui delle peste, più ancora che la malattia, il danno maggiore sulle persone fu quello emotivo e psicologico. E se l’ascolto di storie fu di grande sollievo per l’anima e il morale di tanti, perché non potrebbe esserlo anche oggi, durante l’isolamento sociale che stiamo tutti vivendo?

Nasce così Quarantine stories, come ci spiega Paola Balbi, storyteller professionista e ideatrice del progetto: “un’azione di arte per la collettività” e di resilienza, anche, dei tanti artisti che in un momento difficile come questo si sono trovati improvvisamente senza lavoro.

Paola, che cosa è Quarantine Stories
Quarantine stories è la risposta della Compagnia di Storytelling Raccontamiunastoria di Roma e della sua branch The Storytelling Company di Dubai alla situazione presente. E’ un’azione di arte per la collettività e di resilienza da parte di artisti professionisti, che in questo momento difficile vogliono restare vicini al loro pubblico e diffondere un messaggio di positività e di speranza. Raccontamiunastoria e The Storytelling Company sono organizzazioni che promuovono l’arte dello Storytelling e il patrimonio della tradizione orale tramite il lavoro di storytellers (ovvero cantastorie) professionisti. Come ogni anno avevamo organizzato il nostro Tale son the Island- International Storytelling Festival per i mesi di febbraio e marzo, e numerosi eventi collaterali in tutti gli Emirati, ma nel giro di una notte, in seguito alle restrizioni per il contenimento della pandemia del Covid-19, abbiamo dovuto annullare tutto. Per noi è stato un danno gravissimo, che ha portato tutti gli artisti coinvolti a ritrovarsi improvvisamente senza lavoro e le nostre organizzazioni con tante spese da pagare: considerate che tutti gli storytellers erano già arrivati a Dubai al momento della cancellazione degli eventi, e la nostra programmazione era iniziata da appena due giorni.

Come avete reagito? 
Abbiamo deciso immediatamente di cercare di raggiungere il nostro pubblico attraverso il Web, laddove non potevamo farlo fisicamente. Abbiamo iniziato a registrare le nostre storie con telecamere e telefonini, nei luoghi che avrebbero dovuto ospitarle, anche se il pubblico non c’era. Abbiamo cominciato a far abitare i luoghi dalle storie e a trasmetterle online. Abbiamo registrato e continuiamo a registrare in teatri, spazi aperti, luoghi iconici, persino nel deserto. Cerchiamo di unire sempre arte e luoghi, bellezza e contenuti per ricreare l’esperienza di chi ci viene a trovare dal vivo, un’esperienza in cui ambiente, luogo e storia creino insieme sensazioni nello spettatore. Molto spesso i messaggi sui social sono solo “volti che parlano”, noi invece vogliamo che per chi ci segue i protagonisti siano sempre le storie e le suggestioni che creano.

Quarantine stories

“Combatti la paura con la cultura” è il vostro motto, che cosa significa?
Nel 1348 la peste flagellò l’intera Europa, e anche allora come oggi, l’Italia non venne risparmiata dall’epidemia. Ma lo Storytelling giocò nel nostro Paese un ruolo cruciale per risollevare il morale delle persone, come riportato in quella che forse è la più grande collezione di storie della nostra cultura: il Decameron. Nella sua opera, che raccoglie cento storie di tradizione orale, che sono un vero e proprio inno alla vita, Giovanni Boccaccio descrive nel prologo gli effetti che l’epidemia ha sulle persone e sottolinea come, a parer suo, pur in uno scenario apocalittico, i danni maggiori siano in realtà quelli riportati dalle persone a livello emotivo e psicologico prima che fisico. Descrive come la paura e  l’ossessione del contagio cambino in peggio la società, di come trasformino le persone da amichevoli in diffidenti, sospettose ed egoiste, e propone l’ascolto di storie con un antidoto contro questi effetti. Noi ci proponiamo di seguire il suo esempio, con questo progetto.

Dal vostro punto di vista, quali sono le conseguenze dell’isolamento?
L’isolamento sociale che questo momento impone, sebbene salvaguardi la salute delle persone, le priva di un bisogno primario dell’essere umano, ovvero il contatto e la compagnia dei suoi simili. L’essere umano è un “animale sociale” e lo “stare insieme” è una necessità, così come lo sono bere, mangiare e respirare. E raccontare storie è il primo prodotto di questo stare insieme, fin dai tempi più antichi. Allontanarsi dagli altri, per molti può significare perdere sé stessi, perché negli altri ci rispecchiamo, ne abbiamo bisogno per definirci, abbiamo bisogno di raccontare per agire. Ecco perché in questo ultimo periodo abbiamo assistito nella società ad un aumento di ansia e paura. Come i medici combattono il virus, il progetto Quarantine stories- fight fear with culture si propone di combattere la negatività emotiva, “tenendo compagnia” alle persone con i racconti tradizionali. Il Web è invaso di notizie, spesso allarmanti e contraddittorie tra loro e molte persone passano freneticamente le giornate a controllarle sul telefonino. Noi vogliamo fornire un’alternativa: offrire alle persone la possibilità di staccare e viaggiare con la mente nei mondi meravigliosi delle storie.

Quarantine stories

I video che condividete online sono tutti registrati in questi giorni?
Non mandiamo online pezzi di archivio, tutte le storie sono registrate adesso, anche con mezzi di fortuna, per mostrare come noi artisti vogliamo essere con il nostro pubblico. Gli artisti possono aiutare le persone restando con il proprio pubblico e continuando a produrre arte. Come dicevo sopra, secondo me è importante in questo momento che l’arte sia “live”, prodotta proprio mentre siamo in difficoltà, per dare un segno concreto e tangibile della nostra presenza. Il mondo della cultura è particolarmente colpito dalla situazione presente, gli artisti dipendono anche economicamente dalla presenza del pubblico e dalla possibilità di creare eventi e lo stare insieme è uno dei valori principali di tutte le arti performative teatrali e in maniera particolare dello Storytelling, arte tradizionale. Come artista, anche io ho perso tanto in questo momento, ma insieme ai miei colleghi che lavorano al progetto ho deciso di reagire con le uniche armi che ora abbiamo a disposizione: la creatività e il coraggio. E’ difficile, ma andiamo avanti e siamo convinti che continuare a seminare positività porterà del bene a tutti e anche a noi, alla fine. Ci auguriamo di trovare anche persone e organizzazioni che possano sostenere e sponsorizzare questo progetto, la cui fruizione vogliamo che resti per tutti gratuita.

In che lingua sono le storie che avete raccolto? Da quale repertorio provengono?
Stiamo cercando di registrare in diverse lingue, per raggiungere il più variegate bacino di utenza possibile, come sempre facciamo con le attività del nostro Festival. Per ora sono disponibili storie in italiano, inglese, francese e tedesco.  Abbiamo anche registrato alcune rare storie della tradizione orale degli Emirati Arabi Uniti, raccolte con paziente ricerca nei nostri anni di permanenza e attività qui. Accanto ad esse abbiamo racconti popolari della tradizione europea, araba, celtica e anche mitologia nativa americana. Ci sono racconti per tutte le età, e diverse storie si rivolgono ad un pubblico di adulti. Ci sono storie da ascoltare in famiglia ed alter per rilassarsi la sera, quando i bambini sono a dormire. Ci sono storie su cui intavolare una conversazione e storie da godere con danza e musica.

Che cosa ci insegnano il passato e la tradizione orale per affrontare e sopportare momenti difficili, come questo?
Nei racconti tradizionali molto spesso i personaggi si trovano a dover affrontare difficoltà. Esse spesso si presentano come un ostacolo sul cammino, a volte qualcosa che spaventa: un drago, un mostro,  una strega, qualcuno di “cattivo”. Mettersi in ascolto e in sintonia con le storie ci permette di capire il messaggio degli antenati: quando c’è un ostacolo sul cammino, c’è sempre un modo per aggirarlo, trovare una via alternativa, riuscire a sconfiggerlo o superarlo. Le antiche storie insegnano che la vera magia è quella che viene da dentro, dalle risorse nascoste di ognuno. Curiosamente non esistono storie nelle quali il protagonista si scoraggi o fugga: maschio o femmina, giovane o vecchio, ricco o povero, il o la protagonista dei racconti tradizionali persevera sempre nel fare tutto ciò che è in suo potere per continuare il cammino. Questo è un tempo speciale…siamo nel “c’era una volta” di una storia che un giorno racconteranno. Adesso il nostro compito è “compiere la magia” per andare verso il “felici e contenti”.

Quarantine stories

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda Dubaitaly.

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Passione Cinema: “Dogman” di Matteo Garrone

Interpretato da attori non famosi, e neanche belli da vedere, Dogman è la perfetta rappresentazione di un certo tipo di male.

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Passione Cinema: "Dogman" di Matteo Garrone
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Questa rubrica di approfondimento, consigli e curiosità legate al mondo del cinema (e magari anche di qualche serie TV), nasce da una necessità. Quella che mi è venuta quando, trasferitomi a Dubai nel 2015, mi sono ritrovato in un luogo dove la cultura cinematografica era totalmente asservita alle americanate o a film in hindi, hurdu o tagalog. E’ quel senso di mancanza di poter vedere e parlare di cinema di qualità, che mi ha spinto a voler aprire un dialogo con altre persone, spero non poche, amanti della settima arte. Attenzione, questo non vuol essere un discorso solo per fondamentalisti cinefili un po’ spocchiosi che sanno tutto di Truffaut o Kubrik, ma non hanno mai visto un film di Zalone. Questa rubrica sarà un punto di ritrovo per chi ama lasciarsi sorprendere, per chi, senza pregiudizi, passa da Roma Città aperta ad Avengers Infinity War (che ho amato tanto, ma non si può campare di soli blockbuster), sapendo trovare il giusto godimento in entrambi. Volta per volta cercherò quindi di consigliare, raccontare e recensire film da non perdere, a prescindere dal genere, anno di distribuzione e Paese di provenienza.

Dogman” di Matteo Garrone, 2018

Matteo Garrone è un regista fra i più importanti nell’attuale panorama italiano. Aveva già mostrato le sue doti nei primi lungometraggi, come L’Imbalsamatore, arrivando poi al successo internazionale con l’adattamento del libro di Roberto Saviano Gomorra.

E’ stato da poco nelle sale con la sua versione di Pinocchio, rilasciata nei cinema italiani nel periodo Natalizio dell’anno passato, e in streaming su varie piattaforme si può trovare facilmente (costo medio 4 euro) il suo lavoro precedente, Dogman. Ed e’ proprio di questo piccolo gioiellino che vi voglio parlare e consigliarne la visione.

Interpretato da attori non famosi, e neanche belli da vedere, Dogman è la perfetta rappresentazione di un certo tipo di male. Non quello pomposo delle americanate, ma quello tutto nostro, di periferia, del bullo di quartiere, della gente che sopporta in silenzio non avendo fiducia nello Stato.

Ambientato in un paesino sul mare, una fotografia che ne esalta il grigiore e la mediocrità, il film segue le vicende di questo uomo piccolo, gracile che pare buono, ma che rivela subito il suo far parte di un tessuto sociale parallelo a quello dello Stato, in cui anche un uomo con un lavoro, prendersi cura dei cani, non disdegna ogni tanto di spacciare qualche grammo di cocaina qua e là.

Una manciata di attori rappresenta tutto il mondo attorno al quale gira la vita di questa periferia così italiana, così lontana ora, per noi che siamo emigrati, eppure così conosciuta.

Il punto di vista rigoroso e mai invadente del regista, trova i tempi perfetti per raccontare una storia che è fatta per rimanere nella memoria, e la quantità di premi vinti fra Cannes, European Film Awards e Ciak d’oro ne è la dimostrazione. Se vi piacerà, non perdetevi nemmeno Reality, sempre di Garrone, film di altrettanta altissima qualità.


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Italian Vanity Art Exhibition: artisti italiani in mostra a Dubai

Venti artisti italiani emergenti espongono le loro opere, in un ponte tra Italia ed Emirati Arabi

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Italian Vanity Art Exibition: artisti italiani in mostra a Dubai
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Il 20 febbraio, presso la Cartoon Art Gallery, è stata inaugurata la sesta edizione dell’Italian Vanity Art Exibition, in cui sono presenti quest’anno venti artisti italiani coi loro lavori di pittura, scultura, fotografia e installazioni.

La curatrice e organizzatrice della mostra, Gina Affinito, che in passato ha vissuto anche a Dubai, ma che ora coordina e cura “Antica Saliera” uno spazio espositivo in un magnifico palazzo del 1200 nel centro storico di Lecce, ha costruito negli anni un ponte tra la cultura artistica degli Emirati Arabi e quella dell’Italia, per far sì che artisti emergenti italiani possano far conoscere la loro creatività e i loro lavori.

All’apertura dell’esposizione erano presenti alcuni artisti che hanno voluto accompagnare le loro opere, tra cui Lory Marrancone e Fabrizia Folchitto, e alcuni artisti locali, fra cui Ahmed Al Awadhi, che hanno omaggiato con la loro presenza l’esposizione spinti dalla curiosità e dall’amore verso l’arte. L’emittente televisiva “Zee TV” ha ripreso l’avvenimento ed effettuato interviste alla curatrice, agli artisti e ad alcuni visitatori.

Volgendo lo sguardo qua e là mentre gironzolo nella sala, ho colto diversi stili espressivi: dipinti appartenenti alla corrente figurativa, altri a quella astratto/informale, bellissimi lavori in White Painting, Astrattismo, sculture in legno di melo levigate, una bizzarra installazione dall’impatto visivo notevole “Big CyberFish” assemblata con l’uso di parti dei primordiali mitici Commodore 64, un angolo “FoulArt, che ci mostra foulard creati con sete delle Antiche Seterie di San Leucio raffiguranti con vividi colori le Piazze nel Mondo, e tanti altri lavori interessanti.

Mi chiedo: “Sono qui e guardo, ammiro, mi lascio attrarre e stupire, ma quale è il fil rouge che tiene uniti tutti questi elementi così diversi fra loro?”. Apparentemente non c’è. Ma la sensazione di sentirmi avvolta da un qualcosa che ogni opera emana mi dà la risposta: è semplicemente quella passione che l’artista impiega durante il processo creativo che lo porta ad aprire e riversare il suo mondo interiore al mondo là fuori. È un lavoro difficile questo, indipendentemente dal valore commerciale del risultato. Ogni espressione è degna di rispetto, va osservata, sarebbe meglio dire “guardata” come si guarda qualcosa che incuriosisce, come si guarda e si riguarda un film che si ama, o un libro che si legge, che incuriosisce ma ci costringe anche a pensare che cosa possa portare l’artista a comunicarci i suoi sogni, i suoi incubi, i suoi pensieri, a mettere a nudo il proprio IO interiore rendendocene partecipi.

Per cinque giorni, fino al 25 febbraio, in quella sala il Tempo è come se si fermasse, noi spettatori stiamo fuori dalla nostra vita quotidiana e assistiamo a questo unico magico organismo che pulsa di vita altrui.

E come diceva James Joyce: “Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’Arte”.

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100per100 Italian Talks Dubai

A Dubai la conference sul Made in Italy per analizzare come migliorare l’export italiano nel Golfo in occasione di Expo 2020

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100per100 Italian Talks Dubai
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Opportunità, crescita, connessione. Sono questi i tre concetti chiave emersi durante l’appuntamento emiratino dei 100per100 Italian Talks, la conference internazionale organizzata da I Love Italian Food, in occasione della 24esima edizione di Gulfood, e realizzata il 20 febbraio presso Roberto’s, una delle icone della ristorazione italiana a Dubai.

“Il 2020 è l’anno di Expo a Dubai e siamo tutti fiduciosi che questa esposizione rappresenti per l’Italia un’occasione di crescita e visibilità del nostro saper fare. Abbiamo deciso di realizzare un Talks a Dubai per capire come possiamo sfruttare questa opportunità e per farlo abbiamo coinvolto cinque opinion leader, che a Dubai vivono e lavorano, conoscono quindi il mercato e possono darne una visione analitica e approfondita”, commenta Alessandro Schiatti, socio fondatore di I Love Italian Food, progetto internazionale impegnato nella promozione e difesa dell’autentica cultura enogastronomica italiana nel mondo.

Si sono susseguiti così sul palco gli interventi degli esperti e opinion leader coinvolti sui 100per100 Italian Talks tra contributi di imprenditori, chef, distributori, ristoratori e istituzioni.

Amedeo Scarpa, Direttore dell’ufficio ICE di Dubai, che ha patrocinato l’iniziativa, dopo aver fatto una fotografia del mercato locale e delle cifre legate all’export F&B italiano, ha affermato che Expo non può che rappresentare un’opportunità win-win, per tutti gli attori coinvolti che, facendo squadra, possono far emergere il valore del nostro Made in Italy. Ha poi citato il motto del Padiglione Italiano ad Expo 2020: “Beauty connects people”, dove la bellezza è intesa come una risorsa strategica per costruire un futuro basato sul dialogo e sulla collaborazione tra persone e nazione, nel rispetto dei valori, della concorrenza, dei diritti, dell’innovazione e dello sviluppo sostenibile.

È seguito poi il punto di vista proposto dal mondo degli chef, rappresentati da Francesco Guarracino, Group Executive Chef di Roberto’s e da anni tra i protagonisti della ristorazione negli Emirati. Chef Guarracino, dopo aver raccontato come sia cambiata la consapevolezza e la conoscenza delle persone sul cibo italiano, ha portato la sua visione su Expo affermando che l’esposizione universale rappresenterà una vetrina per il patrimonio culinario italiano, quello classico e non solo, che porta con sé la sensazione dell’esperienza autentica nostrana.

La stessa esperienza apprezzatissima anche da chi non ha origini italiane, ma contribuisce con il proprio lavoro allo sviluppo e alla diffusione dei nostri prodotti. È il caso di Bhushant Gandhi, General Manager di Truebell, uno dei maggiori distributori F&B del Medio Oriente. Anche da parte di un addetto ai lavori che racconta di aver sempre creduto, anche contro la volontà del padre, nel potenziale dei prodotti Made in Italy, la visione che emerge per questo Expo 2020 è quella dell’unione, di come si possa fare squadra contribuendo così allo sviluppo di produttori di piccole o medie dimensioni, che puntano ad entrare sul mercato del Golfo, non solo cibo, ma anche beverage.

Ad integrare la visione sul tema protagonista di questi Talks anche il punto di vista di un imprenditore italiano che su Dubai ha investito, portando il nostro saper fare e promuovendo ogni giorno il Made in Italy con attività di catering e ristorazione. Tra i relatori, ha preso la parola Giuseppe Esposito, Chairman di EP World, società proprietaria delle catene di ristoranti Ecco – Pizza & Pasta e Cappuccini Italiani, oltre che tra i leader nel settore del catering. L’imprenditore ha raccontato dell’esperienza di EP, che dura da oltre 45 anni, di come hanno portato da Napoli agli Emirati l’expertise della cucina italiana, mantenendo però sempre il rispetto per il gusto locale. EP è inoltre l’unica società italiana che si è aggiudicata un appalto all’interno di Expo, dove sarà presente per sei mesi con uno spazio ristorazione, naturalmente Made in Italy. Qui, ha spiegato Giuseppe Esposito, si punterà soprattutto alla cucina regionale italiana, valorizzando così la varietà della nostra tavola, senza dubbio uno dei punti di forza della nostra cultura enogastronomica.

Ma oltre ad essere varia, la dieta italiana è anche tra le più salutari. Da questo concetto di healthy Giacomo Casinetto, Managing Director di Casinetto, leader tra i distributori di prodotti Made in Italy a Dubai, ha presentato la sua visione su Expo 2020. Dal suo intervento è emerso nuovamente come Expo rappresenti non solo un’opportunità di crescita per l’economia italiana, ma anche un aumento dei consumi e un’occasione per promuovere il rinomato lifestyle italiano.

L’appuntamento è quindi al 20 ottobre 2020, giorno in cui Expo inaugurerà a Dubai presso il nuovo World Expo e per 173 giorni animerà il Golfo, promuovendo la cultura, la sostenibilità e le connessioni tra nazioni, portando, ne siamo sicuri, crescita e opportunità anche al nostro Made in Italy.

100per100 Italian Talks è un progetto realizzato grazie al supporto dei partner di I Love Italian Food: Redoro, EP World, Flavor, Authentico, Gustatus International, Roberto’s, venue partner dell’evento; Dubaitaly, media partner del progetto e ICE – Italian Trade Agency per il patrocinio concesso.

I Love Italian Food
Associazione culturale no profit e network, promuove e difende la vera cultura enogastronomica italiana nel mondo. Creata in Italia, nel cuore della Food Valley nel 2013 da un gruppo di amici appassionati di cibo italiano, oggi I Love Italian Food è una community internazionale che nel 2017 ha raggiunto più di un miliardo di contatti digitali in tutto il mondo. Con il suo network di oltre 8.000 professionisti, I Love Italian Food produce ogni giorno contenuti per la sua piattaforma digitale, organizza eventi internazionali per creare un dialogo con i professionisti del settore e supporta iniziative di ricerca e formazione.

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