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Passione Cinema: film d’autore per la vostra quarantena

Tre film, pietre miliari, che appartengono a tre periodi differenti: L’uomo, la bestia e la virtù, The Good Fellas e The Revenant

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Passione Cinema: film d'autore per la vostra quarantena
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

A causa di quarantene e social distancing vari, non solo ci troviamo chiusi in casa, ma tutta la produzione audiovisiva che conta è ferma. E questo vuol dire che molti film che ci aspettavamo di vedere al cinema vengono rimandati a data da destinarsi e anche, sopratutto, che molte produzioni che stavano per partire sono state bloccate. Tutti i piani per la distribuzione di nuovi film nel 2021 sono dunque stati cambiati e ancora non sappiamo esattamente come e quanto.

Ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno: siamo fortunati ad essere nel 2020, abbiamo settant’anni di grande cinema alle spalle, dal dopo guerra in poi, che possiamo riscoprire con grande piacere.

Vi voglio consigliare tre film, pietre miliari, che appartengono a tre periodi differenti. Partirò dal più vecchio e forse sorprendente.

Lo sapevate che il leggendario Orson Welles aveva girato un film assieme all’immortale e altrettanto leggendario Totò? Ebbene sì, il maestro del teatro americano novecentesco per eccellenza, il sornione, eccentrico, imprevedibile Orson Welles, girò un film nel 1953 con Totò. La pellicola si intitola L’uomo, la bestia e la virtù, e se anche il titolo non vi dicesse niente, vi comunico che è tratto direttamente da una commedia in tre atti di Luigi Pirandello e la regia venne firmata nientepopodimeno che da Steno, regista e padre dei fratelli Vanzina. Direi che i quattro nomi citati sono sufficientemente da brivido da non necessitare altre informazioni, se non che il film lo potete trovare facilmente e gratuitamente su youtube nel suo formato originale. Certo, siamo ormai abituati alla maestosità dei colori HDR, i dettagli minuziosi del 4k e l’avvolgente sonoro dolby. Vedere un film in bianco e nero, su schermo quadrato, con quella colonna sonora un po’ sporcata dalla puntina che striscia sul giradischi fa strano. Ma solo all’inizio, datevi qualche minuto per abituarvi e vi assicuro che non ve ne pentirete. Ecco il link per vederlo. https://www.youtube.com/watch?v=9LySmRhaN04

Su Netflix invece potete trovare The Good Fellas (anno 1990) o come era stato intitolato nella versione italiana, Quei Bravi Ragazzi. Sì, probabilmente lo avete già visto almeno un paio di volte, come me del resto. Ma se sono passati almeno 10 anni dall’ultima visione, allora val la pena di riprenderlo anche perché ora siamo in grado di guardacelo in lingua originale cogliendo meglio ogni singola battuta e riferimento alla cultura americana. Per chi non se lo ricordasse, il film di Martin Scorsese con Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci, è un’affresco imperdibile della mafia italiana vista dal punto di vista di un ragazzo mezzo italiano e mezzo irlandese che entra in una famiglia malavitosa. Il film parte dal protagonista ragazzino a fine anni Cinquanta e ne racconta le gesta fino alla fine degli anni Ottanta. Un’epopea grandiosa e intrigante sopratutto nel suo essere tratta da una storia vera.

In ultimo vi porto ai giorni nostri con The Revenant del 2015. Regia di Iñárritu (Amores Perros, Babel, 21 grammi, Birdman) e con protagonisti/antagonisti Di Caprio e un attore che negli ultimi anni è diventato una star di primo piano, viste le sue performance sempre pazzesche, Tom Hardy. Tratto da un libro del 2002, racconta la storia (probabilmente vera, ma non si sa quanto) di un cacciatore di pelli, Hugh Glass (Di Caprio), che nel 1823 viene abbandonato durante una spedizione perché ritenuto morto. The Revenant, che pur pare un tipico racconto di vendetta, è così ben caratterizzato da non lasciar mai spazio al dubbio di trovarsi a guardare qualcosa di già visto. Il film ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo sia per la recitazione, Oscar a Di Caprio come attore protagonista e candidatura per Tom Hardy come non protagonista, che per tutti gli altri comparti. La fotografia e le scenografie sono qualcosa di grandioso, le valli innevate dell’America di frontiera in pieno inverno sono una gioia per gli occhi. La regia sublime e cruda vi immergerà da subito nell’ambiente, la scena della lotta del protagonista contro l’orso è già da cult. Anche questo film lo potete trovare su varie piattaforme, Netflix incluso. Mi raccomando, da vedere a luci basse, silenzio assoluto e cellulare spento.

Buona visione a tutti!

Sono Gimmi Cavalieri, 43 anni, studi al DAMS cinema di Bologna. Non terminati perché, dopo alcuni anni, mi son reso conto che la sola teoria non mi bastava. Ho deciso quindi di lavorare con alcuni amici ad un documentario su Sarajevo a pochi anni dalla fine della guerra dei Balcani. Da li' a ritrovarmi vent'anni dopo a Dubai, è stato un attimo, veloce come un fotogramma.

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Passione Cinema: una Napoli fantastica

Tre Napoli fantastiche, in tre film ambientati in una versione immaginaria e inaspettata di questa città

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Passione Cinema: una Napoli fantastica
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No, non vi sto consigliando una vacanza nell’ex capitale del Regno delle due Sicilie. Bensì vi parlo di un terzetto di film ambientati sì a Napoli, ma in una versione immaginaria, e inaspettata, di questa città.

Nel primo film che vi consiglio, 5 è il numero perfetto, ritroviamo un Toni Servillo in versione malavitoso in pensione. Il film è tratto da una graphic novel che porta lo stesso nome e anche lo stesso autore, Igort. Il fumettista, al secolo Igor Tuveri, aveva in mente di trovare un regista per girare la versione filmica della sua opera, ma poi venne convinto dallo stesso Toni Servillo a dirigere egli stesso la pellicola. Nella storia qualcuno tende un agguato al figlio di Peppino Lo Cicero, costringendo il vecchio camorrista in pensione a riprendere in mano la pistola. Nella sua missione verrà aiutato da Totò o Macellaio, interpretato da un Carlo Buccirosso strepitoso come sempre. Sì, avete letto bene, i due protagonisti si chiamano Peppino e Totò, amore per le proprie tradizioni anche nella scelta dei nomi. Film noir, molte volte sopra le righe, forse alcune volte troppe, sicuramente un esperimento interessante: non si trovano tutti i giorni film che prendono spunto da fumetti italiani, sopratutto se a girarli è poi l’autore stesso della versione cartacea.

Passiamo da pistole e sangue, ad un modello culturale forse più elevato, ma ancora sperimentale. Se siete amanti dello scrittore Jack London, sappiate che fra le varie versioni di Martin Eden, ne è stata realizzata anche una in chiave napoletana. Luca Marinelli, che si conferma un ottimo attore, interpreta il protagonista omonimo del libro, la storia riprende pari pari il romanzo ambientandolo però in una Napoli sospesa in un tempo indefinito, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. L’unico momento in cui si riesce a inquadrare la storia in un periodo storico ben definito, è nella parte finale del film, quando un Martin Eden ormai disilluso e decadente vede girare per la strada le camicie nere ad indicare che siamo entrati nel ventennio fascista. Storia bella, intensa, pregnante se vogliamo, regia che punta alla sperimentazione aggiungendo qua e là parti di filmati della vecchia Napoli ricolorati in digitale. Se sotto sotto vi sentite un po’ intellettuali da salotto, non potete perderlo.

Ultimo, il meno tradizionale, e di sicuro il più inaspettato di questa trilogia napoletana, è Gatta Cenerentola. Realizzato da una casa di animazione partenopea, ambientato nel porto commerciale di una Napoli futuristica ma non troppo, è sì in qualche modo un remake della storia di Cenerentola. Ma non fatevi tradire dal nome che riporta alla memoria Walt Disney e principesse varie. Qui siamo nel territorio della criminalità, della sopraffazione e del riscatto, scene di nudo e sangue non mancheranno; quindi primo consiglio, quello ovvio, non è roba per bambini. Secondo consiglio, da guardare se siete sicuri di capire bene il napoletano perché i personaggi parlano tutti in dialetto, chi in maniera più marcata chi meno. Il che potrebbe risultare pesante per alcuni. Film comunque interessante, sicuramente ben fatto e che ho apprezzato molto per il coraggio di intraprendere una strada così fuori dai binari standard del cinema nostrano.

Vi aspetto quindi nelle tre Napoli di fantasia che vi ho raccontato, in attesa di sapere quale vi sia piaciuta di più.

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Come sopravvivere alla pandemia guardando le serie sud-coreane

Ne emerge una società complessa e sfaccettata, che per certi versi trova riscontro in quel poco che ho potuto capire frequentando qualche esponente della comunità sud coreana qui a Dubai.

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Come sopravvivere alla pandemia guardando le serie sud-coreane
Tempo di lettura stimato: 6 minuti

Leggere World War Z (il libro di Max Brooks) non è stata la migliore delle pensate per rilassarmi e addormentarmi serenamente durante questi mesi di allarme pandemia. Dopo il primo mese di angoscia e insonnia però, ho creduto di aver trovato la soluzione: ammazzarmi di serie sud-coreane su Netflix, che le distribuisce sul territorio emiratino con successo crescente anche fra la popolazione non coreana. Alla fine di un episodio in lingua originale e sottotitoli in inglese lo stordimento sarà assicurato e dormirò, pensavo.

Eh, mica tanto.

È vero che la lingua alle nostre orecchie sembra quasi una cantilena, ma a ben ascoltare è molto modulata e l’intonazione della voce fa molto nel convogliare questo o quel messaggio. Inoltre, il contrasto fra sottotitolo inglese a volte brevissimo, monosillabico, e attore che va avanti a lungo a dire qualcosa non invita al sonno. Almeno, non me, che su dettagli di questo tipo mi fisso fino alla decodifica (ancora non avvenuta, in questo caso).

Le storie, quasi sempre suddivise in 16 episodi di 70 minuti l’uno, sono variegate e raccontate con una serie di flashback, flashforward, te lo rifaccio se vuoi, adesso ti ripeto la scena di tre puntate fa da una prospettiva diversa magari pure al rallentatore che non si sa mai: il che a volte è divertente e a volte annoia, ma non si può scorrere veloce in avanti perché a ogni ripetizione viene fornito un dettaglio chiave e quello no, non verrà mai più ripetuto.

Si va dall’avventura al fantasy, dal futuristico allo storico, dalla ricostruzione d’epoca alla storia d’amore più impossibile e contrastata. Anzi, l’aspetto della coppia di innamorati che prima si odiano e poi si amano in un gioco di tensione crescente contro il destino cinico e baro è ricorrente. Sono storie sentimentali sempre molto lente nella costruzione, raccontate con delicati dettagli adolescenziali per certi versi (credo sia per questo che riscuotono tanto successo e sono tanto apprezzate dalla popolazione locale qui).

Sembra che non succeda mai nulla tranne una sequenza di primi piani sugli occhi e di fermi-immagine con effetto seppia anticato dei due protagonisti, immancabilmente in piedi ritti come fusi l’uno di fronte all’altra in silenzio con sottofondo di musica romanticissima. Il tanto atteso bacio, quando arriva, è a fior di labbra, salvo a volte continuare nella puntata successiva con qualcosa di un po’ più accalorato (poco), reso sempre, e giuro sempre, dal primo piano sulla mano di lui che arriccia la stoffa sulla schiena del vestito griffatissimo e inamidatissimo di lei.

Il “taffettà, amore, taffettà” di Frankenstein Junior qui raggiunge nuove vette. In effetti il look degli attori è sempre molto curato e azzimato, da rivista di moda, e le attrici e gli attori stessi sembrano bambole levigate e perfette nei lineamenti, soprattutto quelli di nuova generazione. Eppure riescono a convogliare sentimenti ed emozioni molto profondi, con scene e picchi di bravura tanto più sorprendenti quanto infantile e fastidiosa può essere in altri momenti la recitazione quasi macchiettistica, soprattutto nei battibecchi e nelle schermaglie e dispettucci che vorrebbero essere comici ma che a me non fanno ridere. Però, inutile negarlo, mi immedesimo e alla fine piango sempre tanto (in genere a partire dalla dodicesima puntata fino alla fine).

Sorprendente è anche l’introduzione di episodi più crudi emotivamente, senza sconti nel raccontare situazioni difficili o dolorose soprattutto riguardo i bambini, e, almeno per me, sorprendente pure la bellezza decisa della natura e di alcune delle città rappresentate.

Ne emerge una società complessa e sfaccettata, che per certi versi trova riscontro in quel poco che ho potuto capire frequentando occasionalmente qualche esponente della comunità sud coreana qui a Dubai… poco, perché la barriera della lingua e in particolare della comprensione reciproca delle rispettive pronunce purtroppo c’è: è una società ambiziosa, molto orientata al successo e al riconoscimento personale tramite affermazione professionale ed economica (la figura del Manager è l’equivalente del Principe Azzurro, non parliamo del mito del CEO) e status symbol particolari, che vanno dal macchinone alla bigiotteria di Swarovski, apprezzatissima, seppure con improvvise contraddizioni legate alla consapevolezza degli affetti veri, al rispetto di determinate tradizioni, al legame con la famiglia, all’importanza dello studio e della cultura.

A tal proposito, mi è tornato in mente un episodio di vita vissuta. È una divagazione che merita di essere raccontata in questo contesto: mi trovavo un giorno per una serie di motivi seduta a un tavolo a far conversazione con un gruppo di tre donne di Seoul, qui a Dubai; stavo per allontanarmi con una scusa, infastidita dai luoghi comuni e dall’ossessione per l’apparire che mi sembrava di percepire in loro e che fra me e me avevo bollato come provinciale, quando una, incoraggiata dalle altre che sapevano che sono italiana, mi ha detto tutta timida che il suo sogno era visitare una città della quale ho capito solo l’iniziale, F, perché vi si svolgeva il suo libro preferito, scritto da un autore del quale ho capito solo il nome proprio un po’ deformato dalla pronuncia, Giorgio.

Insomma, com’è come non è, queste tre giovani signore, perfettamente truccate, pettinate e vestite alle 10 di mattina come per una serata a teatro, hanno tirato fuori carta e penna, hanno disegnato degli occhiali, accanto ci hanno messo una catenina dorata di una di loro… e io ho capito che si parlava de “Gli occhiali d’oro”, di Bassani. Giorgio Bassani, e Ferrara la città dei sogni da visitare, appunto.

Mi sono sentita di uno stupido e di un superficiale per essere stata sull’orlo dell’etichetta facile basata sul pregiudizio, che non so descrivere. Superato il momento, ci siamo messe a chiacchierare, continuando a non capire una parola che è una di quello che ci dicevamo, ma in uno stato di condivisione emozionale molto più efficace dello stentato formalismo di poco prima.

Ecco, le serie sono così. Bisogna arrivare fino alla fine senza giudicare in fretta, per capirle. Anche il mangiare vi è ben rappresentato, e anche su questo si possono ricavare, a fare attenzione, dettagli che corrispondono alla realtà sia come abitudini alimentari che come socialità. Non ho notato particolari aspetti discriminatori nei confronti delle donne, anzi, le protagoniste sono spesso eroine forti e indipendenti o che comunque crescono nel corso della storia. Le scene d’azione possono essere spettacolari, le trame complessissime con tantissimi colpi di scena e non si dipanano completamente se non fino all’ultimo episodio a meno di “cliffhanger” in vista della stagione successiva (e a questo punto, peggio per chi ha fatto lo scorrimento veloce durante uno dei tanti flashback e flashforward precedenti).

Insomma, non so se si è capito, ma l’effetto soporifero nel quale speravo non è arrivato.

Le mie preferite? Senza fare spoiler, sinora sono “Vagabond”: azione, spionaggio, complotti, veramente bella. Poi “Memories of the Alahamra”, anche se a tratti lenta e confusa nella narrazione, ma con effetti speciali e trama molto originali (guardando la storia del videogioco basato su intelligenza artificale che inizia a interferire con la vita umana, non facevo che pensare: chissà se ne faranno un remake hollywoodiano) e attore protagonista di bell’aspetto. È lo stesso protagonista della famosissima, anche in Italia, “Crash Landing on You”, che ho trovato meno superficiale di quanto mi aspettassi, con la contrapposizione fra le due Coree rappresentata in chiave spesso affettuosamente ironica ma non frettolosa (ho pianto tanto pure qui, soprattutto per la storia fra due personaggi secondari). Pare tuttavia che, secondo gli standard della Corea del Nord, il fascino sottolineato nella trama dell’attore protagonista non sarebbe credibile: lì in realtà piacciono uomini decisamente più corpulenti rispetto a quelli che piacciono in Corea del Sud, mi dicono. Sto seguendo con interesse anche “The Last Empress” e, sebbene smaccatamente più telenovela (gotica ma pur sempre telenovela), “Hotel del Luna”

E vi dirò, a parte le attuali difficoltà a muoverci da e per gli Emirati, mi piacerebbe prima o poi riuscire a fare una vacanza in Corea del Sud, a questo punto.

Nel frattempo, continuo a guardare le serie TV e a fare le ore piccole invece di dormire.

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Passione Cinema: grandi registi per grandi guerre

Due pellicole uscite negli ultimi anni che hanno sicuramente lasciato il segno per la qualità artistica: Dunkirk di Christopher Nolan e 1917 di Sam Mendes.

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Passione Cinema: grandi registi per grandi guerre
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Il tema della guerra nel cinema americano ha sempre suscitato grande interesse, vuoi per la loro sindrome da salvatori dell’umanità, o forse perché il tema stesso aiuta a creare storie di coraggio ed eroismo che sono fra le spezie essenziali del cinema. Fatto sta che ancora oggi la fabbrica dei sogni ci racconta storie appassionanti di cosa à stato vivere e purtroppo morire durante le due guerre mondiali.

Vi parlo oggi di due pellicole uscite negli ultimi anni che hanno sicuramente lasciato il segno per la qualità artistica che sono riuscite ad esprimere. Del resto, entrambe sono dirette da due grandissimi registi che negli anni hanno dimostrato capacità decisamente sopra la media. Sto parlando di Dunkirk (2017), di Christopher Nolan ambientato durante la Seconda guerra mondiale e 1917 (2019), di Sam Mendes.

Entrambi i film riprendono episodi realmente accaduti. Dunkirk è la storia di un gruppo di soldati che cerca di sopravvivere mentre si trovano accerchiati dall’esercito tedesco. Sono le truppe inglesi in ritirata a Dunkerque (nome francese), paesino nel Nord della Francia che si affaccia sul mare. La potenza della macchina bellica nazista è soverchiante e se l’Inghilterra non riuscirà a mandare velocemente delle navi a recuperarli, sarà un bagno di sangue senza precedenti e una tale perdita di vite umane per l’esercito di Sua Maestà la regina, che il Regno Unito dovrà prendere in considerazione l’idea di arrendersi.

Film maestoso, da godere in 4k, Nolan è maestro nel girare scene magnificenti, basti ricordare che stiamo parlando del regista di Inception e della trilogia di Batman con Christian Bale. Per godere veramente a pieno del film e della sua collocazione storica vi consiglio vivissimamente di guardare prima The Darkest Hour. Pellicola bellissima, che parla di come Churchill si sia trovato a guidare un’Inghilterra spiazzata di fronte al disastro che stava avvenendo in Germania. Nel film si vede anche tutta la storia dell’operazione Dunkirk, ma dal punto di vista di Londra, della politica e di tutti i retroscena. Film strepitoso che ha vinto tantissimi premi fra cui spicca l’Oscar per il miglior attore a Gary Oldman nei panni di Churchill.

Andando invece indietro nel tempo storico, ma avanti nel tempo cinematografico, 1917, distribuito nelle sale nel 2019, diretto da Sam Mendes, ci porta ai tempi della Prima guerra mondiale. Il regista è un altro peso massimo del panorama cinematografico americano, stiamo parlando del maestro che ha realizzato American Beauty, con l’indimenticabile Kevin Spacey che fantastica su Mena Suvari in un vasca ricoperta di petali di rose, e il grandioso 007 Skyfall, film che oltre alla trama ricca e perfettamente orchestrata, è già di per sé una gioia per gli occhi, viste le scenografie mozzafiato.

In 1917 la potenza delle immagini la fa ancora da padrone, coadiuvata da uno stile registico all’avanguardia e stiloso, come solo un vero autore può fare. Tutto il film sembra un intero piano sequenza con la telecamera che praticamente non stacca mai il suo occhio dai due giovani protagonisti. I tagli fra una scena e l’altra sono quasi invisibili e questo crea un senso della realtà e un ritmo mozzafiato. La trama, tratta da una storia vera, racconta di due adolescenti che devono portare un messaggio a una compagnia che si trova oltre le linee nemiche, per avvertirli di non avanzare perché stanno per cadere in una trappola e verranno tutti sterminati. Riusciranno nell’impresa? A voi scoprirlo.

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