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Passione Cinema: l’horror è un sottogenere?

Quanti di voi non leggono neanche la trama di un film se sanno che è un horror? Eppure, malgrado questo stereotipo che vale tanto da noi quanto negli altri Paesi, questo genere riesce ancora a partorire film di qualità.

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Passione Cinema: l'horror è un sottogenere?
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Come accade per altre forme d’arte, il cinema viene, per comodità di fruizione e catalogazione, diviso in generi. Dai western ai noir, dai drammi alla fantascienza. Tutti dignitosi, perché in fin dei conti quello che fa la differenza è sempre la qualità della regia, degli attori, della sceneggiatura più che il contesto.

Uno solo di questi generi, però, gode da sempre di un trattamento speciale: l’horror, considerato da molti un genere di serie B, da ragazzini, da evitare direttamente. Quanti di voi non leggono neanche la trama di un film se sanno che è un film “di paura”? Eppure, malgrado questo stereotipo che vale tanto da noi quanto negli altri Paesi, il genere horror riesce ancora a partorire film di qualità, film che molte volte hanno molto retropensiero e ben poco sangue.

Vi vado pertanto, se avete voglia di una nottata in compagnia di film non scontati, ma di sicuro elettrizzanti, ad elencare qualche ottima pellicola uscita negli ultimi anni che vi farà, nel caso foste fra gli scettici, rivedere i vostri pregiudizi sul genere.

Partiamo dal più recente, un’operazione nostalgia decisamente riuscita, Dr. Sleep (2019). Preso dall’omonimo libro di Steven King, trattasi nientepopodimeno che del sequel di Shining. Ebbene si lor signori, il bambino di Shining, Danny Torrance, è diventato adulto e deve ancora lottare coi ricordi terribili della sua infanzia oltre che con nuovi e agguerritissmi nemici.

Non stiamo parlando di un capolavoro assoluto che entrerà nei libri di storia del cinema come il suo precedessore, l’inarrivabile Shining di Stanley Kubrik, ma siamo comunque davanti ad un ottimo prodotto, ben girato, ben curato in ogni dettaglio e che vi metterà subito nel giusto stato mentale fin dal primo minuto, quando già dalle prime inquadrature sentirete suonare le stesse musiche che hanno fatto da colonna sonora al primo film.

Il mio secondo consiglio è l’ottimo Get Out, di Jordan Peel. Uscito nel 2017 ha conquistato pubblico e critica con un film a basso budget ma tante idee, giusto ritmo e recitazione di attori poco conosciuti ma assolutamente efficaci. Una storia che può sembrare quasi comica all’inizio: una coppia interraziale, lui afroamericano e lei caucasica, si sta preparando per passare il fine settimana dai genitori di lei. Che neanche a dirlo sono ricchissimi e vivono in quella provincia del Sud americano dove ancora si sente forte il fetore del razzismo.

Quando stanno per partire, a lei sfugge la confessione di non aver neanche pensato di informare i genitori del colore della pelle del ragazzo perché tanto in casa sono tutti progressisti e grandi stimatori di Obama. Sarà proprio così? A voi scoprirlo.

Terzo e ultimo consiglio sempre dello stesso regista: due anni dopo, nel 2019, esce US. Jordan Peele nuovamente si dedica all’horror, ma sempre col piglio della critica sociale. Una famiglia benestante afroamericana si ritrova barricata in casa mentre delle persone fuori stanno cercando di entrare per far loro del male. D’un tratto scopriranno che queste persone sono identiche a loro, cosa vuol dire? Cosa vogliono veramente? Altro film di grandissimo successo, ad un budget di 20 milioni di dollari, che in America è medio basso, e che ha fatto un incasso di 255 milioni.

Buona visione a tutti!

Sono Gimmi Cavalieri, 43 anni, studi al DAMS cinema di Bologna. Non terminati perché, dopo alcuni anni, mi son reso conto che la sola teoria non mi bastava. Ho deciso quindi di lavorare con alcuni amici ad un documentario su Sarajevo a pochi anni dalla fine della guerra dei Balcani. Da li' a ritrovarmi vent'anni dopo a Dubai, è stato un attimo, veloce come un fotogramma.

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Passione Cinema: Girl Power per tutti i gusti

Tre pellicole, degli ultimi anni, in cui il gentil sesso la fa da padrone e si dimostra, fra l’altro, neanche poi così gentile.

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Passione Cinema: Girl Power per tutti i gusti
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Per decenni il cinema è stato una roba da uomini. Non solo il protagonista era sempre uomo, ma anche tutta la macchina produttiva dietro la cinepresa era dominata praticamente solo dai maschi. Tutto cambia, anche questo. Oggi abbiamo registe donne, direttrici della fotografia, produttrici, e bei film con grandi storie le cui protagoniste assolute sono le donne.

Vi vado quindi a consigliare tre pellicole, degli ultimi anni, in cui il gentil sesso la fa da padrone e si dimostra, fra l’altro, neanche poi così gentile.

In Veloce come il vento (2016), ambientato nel mondo delle corse automobilistiche, ritroviamo uno Stefano Accorsi tossicomane come non lo vedevamo dai tempi di Radio Freccia. Ma il protagonista non è Loris De Martino, interpretato appunto da Accorsi, ma la sorella minore, la diciassettenne Giulia. Ragazza tostissima cresciuta a pane e acceleratore, si ritrova senza genitori, la madre li ha abbandonati da tempo, e il padre ha un infarto, lasciando lei e il fratellino Nico in un mare di guai. La casa in cui abitano potrebbe essere data via per pagare i debiti contratti per permettere alla ragazza di partecipare al campionato automobilistico. Lei, essendo minorenne, non può prendere in affidamento il fratello, e oltretutto il padre era anche il mentore e l’allenatore di Giulia. Ad una situazione già critica si somma il ritorno del fratello Loris, speranzoso di ricevere un qualche genere di eredità. Le sfide non mancheranno. Bel film dalla regia asciutta e puntuale, Accorsi bravissimo come sempre e Matilda De Angelis, la giovane protagonista, all’altezza di un ruolo e di una storia non facili.

Il secondo consiglio di oggi è un altro film italiano, Cambio tutto! (2020) con Valentina Lodovini. La protagonista, che caso vuole si chiami Giulia anche in questa pellicola, è la direttrice marketing di un’azienda di dolciumi e merendine. La situazione parte molto da commedia fantozziana. Il compagno è un artista mezzo sciroccato; il giovane figlio di lui un ragazzino indolente; il vicino fa feste fino alle 4 del mattino e non la fa dormire; un collega che è anche suo ex sta per sposarsi, ma le manda messaggi carini a ogni ora del giorno e della notte; al lavoro il suo ruolo è minacciato da una giovane influencer senza arte né parte. Riuscirà Giulia a riprendere in mano la sua vita e trovare un po’ di serenità? A voi scoprirlo in questa piacevolissima pellicola interpretata da una Lodovini sempre bella, ma soprattutto molto brava. Se avete la fortuna di partire per un qualche viaggio, potete trovare il film anche in catalogo su ICE, l’intrattenimento di Emirates.

In ultimo, se volete distrarvi con un bel film d’azione con una Charlize Theron dura e ferale come una tigre, non perdetevi The Old Guard (2020), rilasciato da poco su Netflix e fra i film più visti in questo periodo. Tratto da una graphic novel, comincia con un gruppo di mercenari ingaggiato da un agente della CIA per una missione di salvataggio. La missione si rivela una trappola e Andy, la protagonista, assieme agli altri tre membri della sua squadra finiscono ammazzati da una pioggia di proiettili. Chi li ha incastrati? E soprattutto, come mai non sono morti? Fra l’altro, c’è anche un po’ di Italia in questo film: tra i compagni di Andy/Charlize Theron c’è infatti anche il nostrano Luca Marinelli, protagonista di Martin Eden, di cui ho parlato recentemente. Film con tanta azione e qualche bel colpo di scena, che tiene compagnia per due ore senza dover pensare a nulla. A differenza degli altri due film, in quest’ultima opera, anche la regista è donna, Gina Prince-Bythewood.

Per questo mese è tutto, ci vediamo a settembre. Intanto, forza ragazze!

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Passione Cinema: una Napoli fantastica

Tre Napoli fantastiche, in tre film ambientati in una versione immaginaria e inaspettata di questa città

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Passione Cinema: una Napoli fantastica
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No, non vi sto consigliando una vacanza nell’ex capitale del Regno delle due Sicilie. Bensì vi parlo di un terzetto di film ambientati sì a Napoli, ma in una versione immaginaria, e inaspettata, di questa città.

Nel primo film che vi consiglio, 5 è il numero perfetto, ritroviamo un Toni Servillo in versione malavitoso in pensione. Il film è tratto da una graphic novel che porta lo stesso nome e anche lo stesso autore, Igort. Il fumettista, al secolo Igor Tuveri, aveva in mente di trovare un regista per girare la versione filmica della sua opera, ma poi venne convinto dallo stesso Toni Servillo a dirigere egli stesso la pellicola. Nella storia qualcuno tende un agguato al figlio di Peppino Lo Cicero, costringendo il vecchio camorrista in pensione a riprendere in mano la pistola. Nella sua missione verrà aiutato da Totò o Macellaio, interpretato da un Carlo Buccirosso strepitoso come sempre. Sì, avete letto bene, i due protagonisti si chiamano Peppino e Totò, amore per le proprie tradizioni anche nella scelta dei nomi. Film noir, molte volte sopra le righe, forse alcune volte troppe, sicuramente un esperimento interessante: non si trovano tutti i giorni film che prendono spunto da fumetti italiani, sopratutto se a girarli è poi l’autore stesso della versione cartacea.

Passiamo da pistole e sangue, ad un modello culturale forse più elevato, ma ancora sperimentale. Se siete amanti dello scrittore Jack London, sappiate che fra le varie versioni di Martin Eden, ne è stata realizzata anche una in chiave napoletana. Luca Marinelli, che si conferma un ottimo attore, interpreta il protagonista omonimo del libro, la storia riprende pari pari il romanzo ambientandolo però in una Napoli sospesa in un tempo indefinito, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. L’unico momento in cui si riesce a inquadrare la storia in un periodo storico ben definito, è nella parte finale del film, quando un Martin Eden ormai disilluso e decadente vede girare per la strada le camicie nere ad indicare che siamo entrati nel ventennio fascista. Storia bella, intensa, pregnante se vogliamo, regia che punta alla sperimentazione aggiungendo qua e là parti di filmati della vecchia Napoli ricolorati in digitale. Se sotto sotto vi sentite un po’ intellettuali da salotto, non potete perderlo.

Ultimo, il meno tradizionale, e di sicuro il più inaspettato di questa trilogia napoletana, è Gatta Cenerentola. Realizzato da una casa di animazione partenopea, ambientato nel porto commerciale di una Napoli futuristica ma non troppo, è sì in qualche modo un remake della storia di Cenerentola. Ma non fatevi tradire dal nome che riporta alla memoria Walt Disney e principesse varie. Qui siamo nel territorio della criminalità, della sopraffazione e del riscatto, scene di nudo e sangue non mancheranno; quindi primo consiglio, quello ovvio, non è roba per bambini. Secondo consiglio, da guardare se siete sicuri di capire bene il napoletano perché i personaggi parlano tutti in dialetto, chi in maniera più marcata chi meno. Il che potrebbe risultare pesante per alcuni. Film comunque interessante, sicuramente ben fatto e che ho apprezzato molto per il coraggio di intraprendere una strada così fuori dai binari standard del cinema nostrano.

Vi aspetto quindi nelle tre Napoli di fantasia che vi ho raccontato, in attesa di sapere quale vi sia piaciuta di più.

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Come sopravvivere alla pandemia guardando le serie sud-coreane

Ne emerge una società complessa e sfaccettata, che per certi versi trova riscontro in quel poco che ho potuto capire frequentando qualche esponente della comunità sud coreana qui a Dubai.

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Come sopravvivere alla pandemia guardando le serie sud-coreane
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Leggere World War Z (il libro di Max Brooks) non è stata la migliore delle pensate per rilassarmi e addormentarmi serenamente durante questi mesi di allarme pandemia. Dopo il primo mese di angoscia e insonnia però, ho creduto di aver trovato la soluzione: ammazzarmi di serie sud-coreane su Netflix, che le distribuisce sul territorio emiratino con successo crescente anche fra la popolazione non coreana. Alla fine di un episodio in lingua originale e sottotitoli in inglese lo stordimento sarà assicurato e dormirò, pensavo.

Eh, mica tanto.

È vero che la lingua alle nostre orecchie sembra quasi una cantilena, ma a ben ascoltare è molto modulata e l’intonazione della voce fa molto nel convogliare questo o quel messaggio. Inoltre, il contrasto fra sottotitolo inglese a volte brevissimo, monosillabico, e attore che va avanti a lungo a dire qualcosa non invita al sonno. Almeno, non me, che su dettagli di questo tipo mi fisso fino alla decodifica (ancora non avvenuta, in questo caso).

Le storie, quasi sempre suddivise in 16 episodi di 70 minuti l’uno, sono variegate e raccontate con una serie di flashback, flashforward, te lo rifaccio se vuoi, adesso ti ripeto la scena di tre puntate fa da una prospettiva diversa magari pure al rallentatore che non si sa mai: il che a volte è divertente e a volte annoia, ma non si può scorrere veloce in avanti perché a ogni ripetizione viene fornito un dettaglio chiave e quello no, non verrà mai più ripetuto.

Si va dall’avventura al fantasy, dal futuristico allo storico, dalla ricostruzione d’epoca alla storia d’amore più impossibile e contrastata. Anzi, l’aspetto della coppia di innamorati che prima si odiano e poi si amano in un gioco di tensione crescente contro il destino cinico e baro è ricorrente. Sono storie sentimentali sempre molto lente nella costruzione, raccontate con delicati dettagli adolescenziali per certi versi (credo sia per questo che riscuotono tanto successo e sono tanto apprezzate dalla popolazione locale qui).

Sembra che non succeda mai nulla tranne una sequenza di primi piani sugli occhi e di fermi-immagine con effetto seppia anticato dei due protagonisti, immancabilmente in piedi ritti come fusi l’uno di fronte all’altra in silenzio con sottofondo di musica romanticissima. Il tanto atteso bacio, quando arriva, è a fior di labbra, salvo a volte continuare nella puntata successiva con qualcosa di un po’ più accalorato (poco), reso sempre, e giuro sempre, dal primo piano sulla mano di lui che arriccia la stoffa sulla schiena del vestito griffatissimo e inamidatissimo di lei.

Il “taffettà, amore, taffettà” di Frankenstein Junior qui raggiunge nuove vette. In effetti il look degli attori è sempre molto curato e azzimato, da rivista di moda, e le attrici e gli attori stessi sembrano bambole levigate e perfette nei lineamenti, soprattutto quelli di nuova generazione. Eppure riescono a convogliare sentimenti ed emozioni molto profondi, con scene e picchi di bravura tanto più sorprendenti quanto infantile e fastidiosa può essere in altri momenti la recitazione quasi macchiettistica, soprattutto nei battibecchi e nelle schermaglie e dispettucci che vorrebbero essere comici ma che a me non fanno ridere. Però, inutile negarlo, mi immedesimo e alla fine piango sempre tanto (in genere a partire dalla dodicesima puntata fino alla fine).

Sorprendente è anche l’introduzione di episodi più crudi emotivamente, senza sconti nel raccontare situazioni difficili o dolorose soprattutto riguardo i bambini, e, almeno per me, sorprendente pure la bellezza decisa della natura e di alcune delle città rappresentate.

Ne emerge una società complessa e sfaccettata, che per certi versi trova riscontro in quel poco che ho potuto capire frequentando occasionalmente qualche esponente della comunità sud coreana qui a Dubai… poco, perché la barriera della lingua e in particolare della comprensione reciproca delle rispettive pronunce purtroppo c’è: è una società ambiziosa, molto orientata al successo e al riconoscimento personale tramite affermazione professionale ed economica (la figura del Manager è l’equivalente del Principe Azzurro, non parliamo del mito del CEO) e status symbol particolari, che vanno dal macchinone alla bigiotteria di Swarovski, apprezzatissima, seppure con improvvise contraddizioni legate alla consapevolezza degli affetti veri, al rispetto di determinate tradizioni, al legame con la famiglia, all’importanza dello studio e della cultura.

A tal proposito, mi è tornato in mente un episodio di vita vissuta. È una divagazione che merita di essere raccontata in questo contesto: mi trovavo un giorno per una serie di motivi seduta a un tavolo a far conversazione con un gruppo di tre donne di Seoul, qui a Dubai; stavo per allontanarmi con una scusa, infastidita dai luoghi comuni e dall’ossessione per l’apparire che mi sembrava di percepire in loro e che fra me e me avevo bollato come provinciale, quando una, incoraggiata dalle altre che sapevano che sono italiana, mi ha detto tutta timida che il suo sogno era visitare una città della quale ho capito solo l’iniziale, F, perché vi si svolgeva il suo libro preferito, scritto da un autore del quale ho capito solo il nome proprio un po’ deformato dalla pronuncia, Giorgio.

Insomma, com’è come non è, queste tre giovani signore, perfettamente truccate, pettinate e vestite alle 10 di mattina come per una serata a teatro, hanno tirato fuori carta e penna, hanno disegnato degli occhiali, accanto ci hanno messo una catenina dorata di una di loro… e io ho capito che si parlava de “Gli occhiali d’oro”, di Bassani. Giorgio Bassani, e Ferrara la città dei sogni da visitare, appunto.

Mi sono sentita di uno stupido e di un superficiale per essere stata sull’orlo dell’etichetta facile basata sul pregiudizio, che non so descrivere. Superato il momento, ci siamo messe a chiacchierare, continuando a non capire una parola che è una di quello che ci dicevamo, ma in uno stato di condivisione emozionale molto più efficace dello stentato formalismo di poco prima.

Ecco, le serie sono così. Bisogna arrivare fino alla fine senza giudicare in fretta, per capirle. Anche il mangiare vi è ben rappresentato, e anche su questo si possono ricavare, a fare attenzione, dettagli che corrispondono alla realtà sia come abitudini alimentari che come socialità. Non ho notato particolari aspetti discriminatori nei confronti delle donne, anzi, le protagoniste sono spesso eroine forti e indipendenti o che comunque crescono nel corso della storia. Le scene d’azione possono essere spettacolari, le trame complessissime con tantissimi colpi di scena e non si dipanano completamente se non fino all’ultimo episodio a meno di “cliffhanger” in vista della stagione successiva (e a questo punto, peggio per chi ha fatto lo scorrimento veloce durante uno dei tanti flashback e flashforward precedenti).

Insomma, non so se si è capito, ma l’effetto soporifero nel quale speravo non è arrivato.

Le mie preferite? Senza fare spoiler, sinora sono “Vagabond”: azione, spionaggio, complotti, veramente bella. Poi “Memories of the Alahamra”, anche se a tratti lenta e confusa nella narrazione, ma con effetti speciali e trama molto originali (guardando la storia del videogioco basato su intelligenza artificale che inizia a interferire con la vita umana, non facevo che pensare: chissà se ne faranno un remake hollywoodiano) e attore protagonista di bell’aspetto. È lo stesso protagonista della famosissima, anche in Italia, “Crash Landing on You”, che ho trovato meno superficiale di quanto mi aspettassi, con la contrapposizione fra le due Coree rappresentata in chiave spesso affettuosamente ironica ma non frettolosa (ho pianto tanto pure qui, soprattutto per la storia fra due personaggi secondari). Pare tuttavia che, secondo gli standard della Corea del Nord, il fascino sottolineato nella trama dell’attore protagonista non sarebbe credibile: lì in realtà piacciono uomini decisamente più corpulenti rispetto a quelli che piacciono in Corea del Sud, mi dicono. Sto seguendo con interesse anche “The Last Empress” e, sebbene smaccatamente più telenovela (gotica ma pur sempre telenovela), “Hotel del Luna”

E vi dirò, a parte le attuali difficoltà a muoverci da e per gli Emirati, mi piacerebbe prima o poi riuscire a fare una vacanza in Corea del Sud, a questo punto.

Nel frattempo, continuo a guardare le serie TV e a fare le ore piccole invece di dormire.

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