Ibn Battuta, il viaggiatore dell’Islam

da Giu 2, 2021Culture, Highlights

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Descriverò solo l’esterno, perché dentro non l’ho vista. La chiamano Ayā Sūfiyā e dicono sia stata costruita dal figlio della zia di Salomone. Fornita di tredici porte e circondata da mura come una città, è una delle più grandi chiese bizantine, con un enorme portone che tutti possono varcare, e infatti anch’io ci sono entrato insieme al padre del sovrano, di cui parlerò oltre.

Bartolomeo Diaz, Magellano, Colombo e Cortes. E poi ancora De Gama, Vespucci e Pizzarro. Sono solo alcuni dei nomi incisi nella storia delle scoperte geografiche.

Eppure, prima ancora che la fama di questi personaggi iniziasse a rincorrersi da un angolo all’altro del mondo, Creta, dominata dalla fiorente civiltà minoica, guardava già al Mediterraneo. I Fenici attraversavano le Colonne d’Ercole sulla prima pentecontera, dall’ufficiale diplomatico Zhang Qian giungevano notizie sulla Via della Seta e nel 1300 Marco Polo raccoglieva ne “Il Milione” i suoi resoconti di viaggio.

Maggiormente conosciuti in Asia, ma ben poco in Occidente, sono invece gli esploratori Arabi: tra questi, il protagonista assoluto è senza dubbio Ibn Battuta.

Al tempo di Ibn Battuta, intorno al 1300, il Marocco, paese d’origine dell’esploratore, stava attraversando la cosiddettaetà d’oro”. A Tangeri, dove il Mediterraneo incontra l’Oceano Atlantico, culture diverse si amalgamavano, mentre la città di Fez brillava per la sua fama accademica sotto la potenza dei Marinidi, pastori nomadi che avevano fatto fortuna commerciando quella che loro stessi chiamarono lana merino.

Il primo degli innumerevoli viaggi compiuti dal giovane marocchino risale al 1325 a cavallo di un asino, direzione La Mecca.

Animato da un’insolita curiosità per l’età ancora precoce Ibn Battuta attraversò quindi  la valle del Nilo, sino ad Alessandria d’Egitto ed il Cairo.

Sultani e santoni, così come nomadi e carovanieri, indicarono all’avventuriero la strada per Damasco, per raggiungere la quale l’esploratore si imbatté nei territori inospitali della Siria dei Mamelucchi.

Nel tragitto si perse per le strade di Hebron, Gerusalemme e Betlemme.

Giunto a Baghdad, si unì alla carovana reale di un sultano mongolo, deviando, poi, per seguire la via della seta. 

In seguito fu la volta dello Yemen, da cui si imbarcò per attraversare lo stretto di Aden e giungere in Somalia. Ibn Baṭṭūṭa continuò a viaggiare in nave e si diresse a sud verso le coste dello Swahili, per concedersi infine riposo nella città di Mombasa.

L’arrivo di Ibn Battuta in Cina fu, invece, frutto di una casualità risalente al tempo della sua permanenza in India. Giunto alla corte del sultano gli fu offerto, in virtù della sua vasta conoscenza, il ruolo di qadi (giudice) e la possibilità di vivere tra gli agi del regno, per poi ritrovarsi, dopo poco tempo, accusato ingiustamente di diversi reati. La possibilità di fuggire dall’India si concretizzò quando fu incaricato di scortare, fuori dal territorio indiano, l’ambasciata cinese giunta in visita alla corte del Sultano. Separatosi dalla carovana dei diplomatici cinesi, iniziò la sua avventura nel Sud est asiatico, alla volta delle Maldive e dello Sri Lanka.

Ibn Battuta pose fine alle sue instancabili avventure solo dopo aver raggiunto il Mali ed il Gibuti.

Fatto ritorno a casa, nel 1354, su commissione del reggente merinide del Marocco Ibn Battuta  dettò un resoconto delle sue esperienze: Un dono di gran pregio per chi vuol gettar lo sguardo su città inconsuete e peripli d’incanto, conosciuto ai lettori italiani come I viaggi, diario che ancora oggi costituisce un lascito preziosissimo delle più antiche scoperte geografiche.

120 000 chilometri di avventure che hanno reso per sempre Ibn Battuta “il viaggiatore dell’Islam”. 

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