Le donne che non ti aspetti negli Emirati Arabi

da Mar 8, 2021Culture, Highlights

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Se la costituzione degli Stati Uniti d’America sancisce il diritto di essere felici, sono però gli Emirati Arabi il primo Paese al mondo ad aver istituito un vero e proprio Ministero della Felicità.

E, ad occuparsi di garantire la felicità di cittadini e residenti, non poteva non essere che una donna, così come sono donne il Segretario di Stato, la ministra della Cultura e Politiche Giovanili, dell’Educazione Pubblica, della Cooperazione Internazionale, di Scienza e Tecnologia, della Sicurezza Alimentare, dello Sviluppo della Comunità, e quella della Tolleranza.

“Gli Emirati Arabi si sono resi conto che investire nelle donne conviene al Paese” – ci spiega Giulia Senigaglia, dipendente governativa, a Dubai da 16 anni, sposata con un cittadino emiratino – “Sono competitive, si impegnano al massimo, sono creative e portano a termine i progetti rispettando le scadenze”.

A Dubai, oggi, il 50% del “Federal National Council” è composto da donne e, se si pensa che siamo comunque in un Paese arabo con meno di due secoli di storia (l’Emirato di Dubai è nato ufficialmente nel 1883, mentre gli Emirati Arabi Uniti nel 1971), il confronto con altre realtà non può che colpire positivamente.

“La storia di questo Paese è ricchissima di donne che hanno fatto la differenza” racconta la guida del Museo delle Donne, sito in una vecchia casa tradizionale restaurata nel cuore di Deira, tra il mercato delle spezie e quello dell’oro – basti pensare a quelle che, nel 1819 hanno combattuto a fianco degli uomini per difendere Ras Al Kaimah dagli invasori che attaccavano via mare, a quelle che negli anni ’50 hanno fatto fronte comune per contrastare il colonialismo, facendo sentire la loro voce alla radio e sui giornali; alle studentesse universitarie  che, negli anni ’80, hanno manifestato davanti al palazzo di Sheik  Zayed per poter discutere con lui dello sviluppo politico della Regione (cosa che poi è accaduta).

“Le vite delle donne, alcune ricordate, altre dimenticate, hanno aiutato a definire la storia e la Cultura degli UAE – cita una grande insegna nel museo. – La durezza e la bellezza di questa terra, fatta di dune di sabbia e acqua salata, hanno forgiato il loro carattere; i valori di giustizia, solidarietà e coraggio sono la loro eredità attraverso le generazioni”

Le donne, infatti, hanno realmente contribuito a plasmare questo Paese: a cominciare dalle madri degli Emiri, che hanno cresciuto figli che sapevano sarebbero diventati i leader di questa Nazione, e sono amate e rispettate tanto quanto i loro mariti. E’ il caso, ad esempio, della Sheika Salama, moglie di Sheik Sultan bin Zayed bin Khalifa di Abu Dhabi, conosciuta come “la donna più influente della Trucial Coast” (nome con cui venivano definiti questi territori prima che diventassero gli UAE). E’ a lei che si deve la pace tra le tribù di Abu Dhabi: nonostante avesse perso, durante le lotte per il potere, sia il marito che uno dei figli, aveva giurato che non avrebbe perseguito la vendetta, bensì la giustizia, facendo promettere lo stesso anche ai figli e spianando loro la strada per diventare regnanti. Prima, nel 1928, lo fu il maggiore, Sh Shakhboth, poi, nel 1966, il minore Sheik Zayed, che oltre a Emiro di Abu Dhabi fu il primo Presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Poco dopo, negli anni ’30, Sheika Hessah, moglie di Sheik Saeed al Maktoum e madre di Sheik Rashid, fronteggiò la recessione assumendo un ruolo chiave nella comunità economica e contribuendo alla creazione della Dubai che conosciamo. Ha usato la sua influenza politica per minimizzare le interferenze straniere negli affari di Stato, mentre, contemporaneamente, scriveva poesie e promuoveva iniziative culturali e progetti umanitari.

Di Sheika Latifa Bint Hambdan al Nahyan, invece, moglie di Sheik Rashid e madre di Sheik Mohamed, attuale Emiro di Dubai e Vice Presidente degli UAE, il figlio ha scritto: “mia madre è stata la pietra miliare che ha plasmato la mia personalità. Attraverso di lei ho acquisito i miei valori, le mie qualità, le mie caratteristiche e le mie capacità (…). Era forte e influente, senza necessariamente essere autoritaria nei confronti di chi aveva intorno. Anzi: era gentile e caritatevole specialmente con i più sfortunati”.

“Le donne hanno sempre ricoperto un ruolo fondamentale all’interno della società e dell’economia emiratina – sottolinea Michela Spugnini, guida turistica italiana a Dubai. – All’inizio dell’ottocento, quando, da nomadi, le tribù cominciarono a divenire stanziali, gli uomini si occupavano principalmente di pesca, di raccolta di perle e di commercio. Tutte attività che lasciavano sole le donne per mesi. Erano loro, dunque, quelle che mandavano avanti la società, che producevano tende, suppellettili e passamaneria che venivano sia utilizzati nella quotidianità, che venduti nei mercati”.

Già da allora, le donne avevano il potere di comprare e vendere proprietà, avevano il commercio nel sangue e tutelavano le figlie femmine il più possibile: se la Sharia consentiva (come consente tutt’ora) alle donne di ereditare solo l’8% dei beni di famiglia, a loro andavano tutti i gioielli della madre. E, non era inusuale, che le madri convertissero gran parte dei loro guadagni proprio in gioielli!

Negli ultimi 50 anni, la scolarizzazione, il benessere e il progresso hanno fatto sì che il salto generazionale tra nonne e nipoti sia particolarmente evidente: “le nonne delle mie amiche – ci racconta, ancora, Giulia Senigaglia, mangiavano per terra nelle tende e cucinavano all’aperto. Quando, oggi, le invitiamo a mangiare con noi nell food court dei centri commerciali, continuano a non capacitarsi di quante cose siano cambiate in così poco tempo. E’ un po’ come se noi italiani potessimo invitare al fast food la nostra tris-trisavola”.

“Però, le giovani e le giovanissime emiratine, stanno cercando, in qualche modo, di recuperare le antiche tradizioni – sottolinea Michela Spugnini – e cercano un punto di incontro tra queste tradizioni e la modernità assoluta da cui sono circondate. Vanno a studiare in prestigiose università estere, ma, ad esempio, vogliono imparare a produrre i profumi in casa e a cucinare come facevano le loro nonne, mentre le loro madri (generalmente e salvo ovvie eccezioni), figlie del boom economico, si circondano cuoche e domestiche”.

Se c’è una cosa che, assolutamente non è cambiata, è la concezione della famiglia: tendenzialmente si vive ancora tutti insieme sotto lo stesso tetto, in grandi case e famiglie allargate, su cui comanda, senza “se” e senza “ma”, la nonna, la matriarca: “La donna, madre prima, e nonna poi, ha un grandissimo ascendente sui figli e sui nipoti, anche se adulti. E’ lei il fulcro della famiglia, lei quella che la gestisce e che “comanda” – racconta Francesca Cataldo Al Zarooni, pluricampionessa mondiale di body building, a Dubai da 15 anni e sposata con Mohamed da sette. – Se lei stabilisce che una cosa non deve essere fatta, suo figlio può anche avere 50 anni ed avere un lavoro prestigioso: quella cosa non verrà fatta!”

“Personalmente – continua- mi sento divisa a metà tra due mondi, due culture e due tradizioni. Mio marito ed io viviamo ad Abu Dhabi per lavoro, mentre tutta la sua famiglia vive insieme a Sharjah. Stare tutti insieme sarebbe bellissimo, ma mancherebbe completamente la privacy, che per noi occidentali è essenziale”.

Concorda Ilaria Paci, approdata a Dubai perché innamorata degli Emirati, che ha finito per innamorarsi anche di un emiratino (che ha sposato e con il quale ha aperto il Mamzi Café, che fonde cucina e ospitalità italiane con quelle locali): “Il senso della famiglia è davvero molto forte e, solitamente, si fa tutto insieme, si condividono la vita e gli spazi. Quello della Privacy è un concetto completamente sconosciuto: in casa entra chiunque a qualunque ora, ma “la mamma” qui, nei confronti dei figli, non è poi così diversa dalle molte “mamme chioccia” italiane!”

Lo conferma anche Giulia Senigaglia: famiglie, in un certo senso, “ingombranti”, ma molto unite e coese. Se la mancanza di spazi personali può essere considerato il “rovescio della medaglia”, non si può fare a meno di considerare anche gli aspetti positivi dell’essere sempre circondate di attenzioni: “Uno studio recente ha dimostrato che l’incidenza del “baby blues” qui è molto più basso che altrove. Le donne che hanno appena partorito non vengono mai lasciate sole, ma hanno un’intera famiglia che le coccola, cucina per loro, si assicura che dormano abbastanza e abbiano tutto quello di cui hanno bisogno”.

“La Donna – spiega ancora Ilaria Paci- oggi, qui, è davvero quella che decide della propria vita e di quella della sua famiglia: sceglie se e con chi sposarsi, se lavorare o stare a casa con i figli, cosa far scrivere nel contratto prematrimoniale (può pretendere una pensione mensile, vacanze, gioielli …) e se il marito non rispetta i patti, lei può chiedere e ottenere immediatamente il divorzio. Il suo consenso, ufficialmente, è fondamentale anche nel caso il marito voglia sposarsi con una seconda, terza o quarta moglie. La poligamia è una pratica consentita dalla legge della Sharia, purché ogni moglie venga trattata esattamente nello stesso modo, con pari condizione economica, casa dello stesso tipo e nessuna disparità nell’accudimento dei figli”.

“Ma, nei fatti, tra i giovani non succede più – sottolinea Giulia – perché le donne, che, appunto lavorano e scelgono chi sposare, lo accettano sempre meno. Ufficialmente sono ancora le famiglie a organizzare i matrimoni, ma su “suggerimento” dei ragazzi stessi”.

“I matrimoni, ormai, sono praticamente sempre d’amore, la poligamia esiste ancora nei villaggi, o tra persone molto benestanti di età più avanzata” precisa Ilaria.

“Se Mohamed ha mai espresso il desiderio di prendere una seconda moglie?” – conclude Francesca – Sì, una volta, ma stava scherzando. In ogni caso gli ho fatto un occhio nero e non è mai più tornato sull’argomento!”

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