I bambini italiani di Dubai: quando “Casa” non si trova nel Paese del passaporto

da Mar 15, 2021Highlights, Lifestyle

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I bambini italiani di Dubai: cosa fare quando “Casa” non si trova nel Paese del passaporto.

Hanno il passaporto italiano, genitori italiani e trascorrono le loro vacanze in Italia. Ma, se chiedi loro di dove siano, spesso, tentennano. 

Sono i “nostri” bambini, i figli degli expat italiani a Dubai, che sono nati qui o che, qui, vivono da quando sono molto piccoli.

Dubai è il luogo in cui hanno trascorso più tempo in assoluto, dove vanno a scuola, dove c’è quella che loro chiamano “casa”, ma è stato spiegato loro, fin da subito, che, quando glielo chiedono, devono dire che sono italiani: perché lo sono i loro genitori (che, nella maggior parte dei casi, non pianificano di stare qui “per sempre”) e perché, di questo Paese, non avranno mai il passaporto.  

Non importa quanti anni vivranno qui, quanto bene impareranno l’arabo, non importa nemmeno se anche i loro figli nasceranno qui: a meno che la nuovissima legge sulla cittadinanza agli stranieri non venga estesa a tutti (per ora è solo per le personalità che danno particolare lustro al Paese), non saranno mai emiratini, e se qualcosa, nel lavoro dei loro genitori o, una volta adulti, nel loro, dovesse mai andare storto, avranno solo qualche mese di tempo per fare i bagagli e tornare “a casa”.

E’ chiaro fin dall’inizio, non è una sorpresa per nessuno, né, per nessuno, pare essere davvero un insormontabile problema. Ma se, alcuni di questi bambini si sentono “italianissimi”, profondamente orgogliosi delle loro origini e del loro Paese, altri, proprio, non ci stanno: “Io sono di Dubai” risponde senza esitazione Leonardo, 8 anni. “Lo so che sono dell’Italia, però mi sento più dubaiano – continua – perché sono nato qua e ho passato tutti i miei otto anni qua. In Italia ci sono i miei cugini, i miei nonni, i miei zii, e quindi mi piace tanto. Però mi sento lo stesso più di qua”.

Elsa la pensa come lui: ha 15 anni, da quattro è rientrata in Italia, con la famiglia. Era felice di passarci l’estate o la settimana bianca, insieme ai nonni, ma adesso non riesce a considerarla casa: “Casa è a Dubai, ed è il posto più bello del mondo”.

Ginevra, 6 anni, concorda: ama l’Italia perché ci sono i nonni, ma si sente assolutamente di Dubai, così come Gaia, 8 anni, qui da quando ne aveva 4: “So che sono italiana, ma mi sento più UAE. Questa è la mia casa”. 

“Io sono nato qui, quindi sono di Dubai. Cioè, lo so che sono italiano – spiega Michelangelo, 7 anni – ma se qualcuno mi chiede di dove sono, io dico che sono di Dubai. Un Italiano di Dubai si può dire?”

Anche Allegra, 4 anni, è “di Dubai”, mentre Gioia, poco più piccola, è “italiana”, anche se la sua mamma precisa che le hanno spiegato loro, i genitori, che deve rispondere così: “ma Casa, per lei è Dubai”. Greta, 4 anni, ci pensa un po’ su, e conclude che “Casa è tutte e due”.

Irene e Beatrice, invece, 10 e 7 anni, due sorelle nate rispettivamente a Singapore e in Canada, a Dubai da sei anni, si sentono completamente italiane: nonostante passino con loro solo un paio di settimane all’anno, durante l’estate, “Casa è in Italia, perché ci sono i nonni”. 

Si sentono “100% italiani” anche Sophia, 15 anni, nata a Miami e cresciuta a Dubai, e suo fratello Leonardo, 12 anni, nato qui; mentre per Gabriel, 13 anni, a Dubai da quando ne ha 9, “Casa è dove c’è la mia famiglia”.

Semplicissimo e tagliente, è il piccolo Marco, che, anni fa, in vacanza con la famiglia in Florida, con l’innocenza dei suoi 4 anni, ci tenne a dire la sua: “Quando ci è stato chiesto da dove venissimo, e abbiamo risposto “dall’Italia”, ci ha guardato con disprezzo, come neanche il principe George con i poveracci e ha detto: “They are from Italy, I am from Dubai”!

Dopo aver ascoltato tanti bambini, abbiamo provato a fare le stesse domande (“Di dove sei? Dov’è casa, per te?”) anche ad un’adulta cresciuta all’estero: Raffaella, figlia di expat, diventata expat anch’essa, ci ha dato la chiave interpretativa di quello che hanno cercato di raccontarci i più piccini: “Passaporto e cuore sono due facce diverse della stessa medaglia. Sono cresciuta in Turchia e non riesco a sentirmi italiana al 100%, così come non mi sento altro al 100%. Una terra di mezzo, ma persa in un mix che non cambierei per nulla al mondo. Casa, inteso come posto caro, dove si hanno le radici, le basi dell’adolescenza, le prime esperienze e dove si è iniziato a formare il carattere, per me è in Turchia. L’Italia ha sempre rappresentato la vacanza, la famiglia, i nonni, l’estate, i cuginetti…Insomma, il bello del Paese!”

Una volta all’estero, i genitori expat, si trovano sempre davanti alla scelta di quale lingua parlare con i loro bambini. In passato, gli emigrati italiani hanno quasi sempre optato per parlare ai figli la lingua del nuovo Paese di residenza, spinti, comprensibilmente, dal desiderio di farli integrare al meglio e il più velocemente possibile nella nuova realtà. Ma in questo caso, come abbiamo detto, Dubai non è una “meta finale”, ma, per quasi tutti, “un luogo di passaggio”. Mantenere vive le radici italiane e assicurarsi che i bambini imparino bene anche la nostra lingua, è una necessità, fondamentale proprio per evitare che, nell’eventualità di un ritorno nel “paese del passaporto” non si trovino in difficoltà “a casa loro”.

“I genitori insegnino la loro lingua, che ad insegnare l’inglese, penserà la società”, ha sempre esortato il dottor Syed Rais Ahmed, pediatra anglo-pakistano, a Dubai da almeno due decenni.

“Il mito che crescere bilingui causi un ritardo del linguaggio è stato sfatato da tempo – ci spiega Emanuela Breglia, Logopedista bilingue a Dubai – e mi sento sempre di incoraggiare l’idea di mantenere l’italiano anche se si optasse di esporre fin da subito i bambini ad un’altra lingua. Sarebbe auspicabile che i bambini parlassero italiano, e fin da subito, per relazionarsi con il resto della famiglia in Italia, e per comprendere davvero le proprie radici. Sottolineo, tra l’altro, che non c’è alcuna indicazione che i bambini con ritardi o disturbi del linguaggio non possano crescere bilingui. Anzi, i benefici di crescere bilingui sono enormi per tutti”. 

“Ovviamente – continua- questa è resta comunque una scelta personale. In ogni caso, consiglio sempre ai genitori di parlare ai loro bambini nella lingua in cui si sentono più sicuri. Questa è spesso l’italiano, poiché molti expat hanno appreso la loro seconda o terza lingua in età adulta, e non si sentono completamente padroni di fonetica, grammatica, e delle piccole sfumature linguistiche che vengono, invece, naturali ai madrelingua. Il rischio di cercare di parlare una lingua di cui non si è completamente padroni è quello di fornire ai bambini un modello scarno e insufficiente sia per quantità che per qualità. Se la coppia ha la fortuna di avere almeno un componente perfettamente bilingue, allora, si può considerare il classico modello “una persona una lingua”. Questo modello si basa sul presupposto che il modo più naturale di imparare una lingua sia di essere frequentemente a contatto con qualcuno che la parli fluentemente. Di conseguenza, un genitore si rivolgerà al bambino solo in italiano, mentre l’altro si concentrerà sull’altra lingua.

 

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