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da Gen 24, 2016Lifestyle

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Quando sei alle medie o al liceo, e la tua famiglia spinge affinché tu impari le lingue straniere, la frase che si ripete come un mantra è “l’unico modo per imparare veramente una lingua è andare sul posto e fare pratica”. E quindi via alle settimane d’estate in college in Inghlterra dove, alla fine, l’unica cosa che si impara veramente sono i vari dialetti italiani (non negate la verità), o alle lezioni private di conversation con l’insegnante madrelingua. Arrivata all’Università, per migliorare la lingua (anche se le vere motivazioni, per alcuni, sono altre) tenti la carta dell’Erasmus che, come ha definito un mio amico, può essere anche considerato “una vacanza pagata e finanziata dall’Università”. Nel mio caso mi sono fatta, con tutta la massima benedizione della famiglia, meno del fidanzato che rimaneva a casa, un anno in Francia, per la precisione alla Sorbonne de Paris. Morale: voto 10 all’esperienza in sé, voto 9 alla mia pratica della lingue (premetto che vivevo in una casa internazionale, dove l’unica italiana è stata per due settimane, giusto il tempo di imparare a dire “au revoir” e a capire che “ce soir” significa questa sera e non sesso – e che quindi le due ragazze francesi in fila al Mc prima di te non sono due smaliziate che parlano di qualche serata a luci rosse), voto 3 ai parigini (cari cugini, non ve la tirate che la baguette la tenete ancora sotto al braccio anche in piena estate), voto 10 all’espressione super contenta dei miei genitori nell’ascoltarmi parlare la lingua dell’ammmore (in realtà la mia coinquilina diceva sempre che sembrava un rantolo in punto di morte, ma non ho mai voluto infrangere i sogni di gloria dei miei).

Verso la fine dell’Università, ho deciso che il Mae Crui era la via per trovare un vero lavoro, uno di quelli che ti danno il posto fisso, e mi sono fatta una bella internship a Londra: che poi si è trasformato, alla fine dei 3 mesi, in un lavoro in loco. Anche qui casa in condivisione internazionale e pratica della lingua inglese, tanto da aver cominciato a parlare con l’accento modello gomma da masticare (ed anche qui occhio a cuore della mia famiglia che, sebbene avessero una figlia senza una pezza di uomo, era comunque da considerarsi un vanto davanti al Tribunale dell’Inquisizione chiamato anche “parentame”). Attimi di puro godimento quando, nell’ultimo anno, la faccia da triglia durante una conversazione con un vero londinese è stata sostituita da un’espressione più intelligente.

Quindi posso dire con certezza che, subito prima di arrivare a Dubai, potevo vantare un ottimo inglese e francese e un discreto spagnolo (tanto basta mettere la s alla fine delle parole, giusto?) e varie parole di cinese, coreano, portoghese, svedese (se andate a Stoccolma e vi chiedono se avete bisogno di “fika” state sereni, vi chiedono solo se volete fare una pausa) e finlandese (passò alla storia delle risate scoprire che “guarda il mare” si traduce “katso merta”). Ma tutto questo era prima di Dubai, dove quelli che parlano inglese senza eccessive inflessioni o parole inventate sono veramente pochi.

Quando ho iniziato a lavorare qui, la mia società aveva un ufficio multiculturale, con un’alta percentuale di persone provenienti dalla parte Est del mondo. La prima volta che qualcuno mi ha detto “Vi can do that” ci ho messo qualche secondo a capire che era “We can do that”. Il momento migliore all’inizio di questa esperienza? “Can I get your goodname?”: ammetto di aver chiesto tre volte chiarimenti prima di capire che volevano semplicemente il mio nome (qualche tempo dopo ho risposto “I have only the badname, is it fine for you?”…eh niente, la persona che avevo davanti si è messa in modalità clessidra di Windows e non ha capito la battuta). E vogliamo poi parlare del “same same but different?” Cioè, o è uguale o è diverso, no non può essere un ossimoro. Invece la frase a cui penso non mi abituerò mai è “please, do the needful”.

Vivendo in un paese arabo, nel tuo linguaggio hai cominciato ad inserire, senza neanche rendertene conto, parole del luogo. Quindi, se stai facendo qualcosa e sai benissimo che non farai in tempo a terminarlo (soprattutto per mancanza di voglia più che di vere possibilità pratiche) “inshallah” è l’espressione che fa per te. Se poi hai un problema e sei in un qualche ufficio locale, come fai a capire che tutto si sta risolvendo per il meglio anche se intorno a te parlano solo arabo? Ti basterà sentire la parola “mushkilla” e potrai tirare un sospiro di sollievo. Al tuo dizionario si sarà aggiunto ovviamente “khalas” che arriva come una sentenza alla fine della frase e l’immancabile “yalla bye” per salutarsi. E se hai un amico o un’amica speciale diventerà normale definirli “habibi” o “habibti” (vi prego smettetela di aggiungere “mio” dopo perché già la parola contiene l’aggettivo possessivo).

Il “problema” di vivere in una società multiculturale? Durante le conversazioni in italiano con la mia famiglia o con i miei amici la frase “ma guarda che questa parola in italiano non esiste” è sempre più frequente nel tempo. Povero cervello, si perde le parole tra le varie lingue e compensa inventandole (che poi alla fine hai capito che volevo dire, no? Non commentare tutte le volte). E anche se ormai quando parliamo sembriamo Don Lurio o Heather Parisi agli albori, quanti potranno raccontare di aver provato tutto questo? Perderemo il nostro perfetto italiano? Inshallah!

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