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da Feb 9, 2020Lifestyle

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Ci risiamo.

Dalla grande paura dell’AIDS a Chernobyl, dal “terribile pericolo arabo” alla SARS, quanti déjà vu hanno avuto quelli della mia generazione in questi giorni di vera e propria psicosi da Novel-Coronavirus?

I segnali sono sempre gli stessi: la corsa sfrenata alle provviste e tanti saluti alla vecchia regola di educazione e buon senso che detta di lasciar sempre qualcosa per chi viene dopo di noi; l’identificazione di una categoria di persone come nemico pubblico da ghettizzare; i gesti sconsiderati e meschini scaturiti dal panico inconsulto che, guarda caso, si focalizzano sempre sui più deboli e indifesi; i soliti profeti di sventura che, a seconda dell’epoca e del mezzo a disposizione, approfittano dell’occasione per fare qualche gettone di presenza in veste di esperti, prima di tornare nel dimenticatoio; il cicaleccio della gente comune che ripete e ingigantisce quello che sente senza nemmeno capire, distorcendolo e alterandolo in un inesorabile fiume in piena di insulsaggini.

Fondato o meno che sia il rischio, prematura o meno che sia la preoccupazione (di una malattia, di un attentato, di una contaminazione, del proverbiale vaso che ci cade in testa dal balcone mentre camminiamo per strada) in questi momenti si manifesta regolarmente il lato più buio dell’essere umano: la mancanza di umanità. Non importa quanto ammiriamo (a distanza, beninteso!) coloro che si mettono in gioco recandosi in prima linea per offrire una mano concreta a chi è obiettivamente in reale pericolo. Dagli schermi dei nostri televisori o dai monitor dei nostri dispositivi mobili, al sicuro nelle nostre case, scegliamo di concentrarci sul rumore. Gli “eroi”, gli “angeli”, o comunque si decida di etichettarli, ci servono solo per sentirci meglio senza muovere un dito continuando a crogiolarci nella paura che giustifica tutto. Anzi, spesso questi “eroi” ci sembrano anche un po’ matti e se qualcosa di brutto succede loro, diciamocelo, se la sono andata a cercare. Noi, quelli saggi, siamo ben più preziosi degli anonimi lontani in difficoltà. Noi teniamo famiglia, perbacco!

C’è qualcosa che affascina nell’abbandonarci alla paura. Paura di cosa non ha realmente importanza. Paura di morire? Paura degli altri? O di noi stessi? Paura di vivere? Paura di attraversare questa fase terrena senza lasciare realmente un segno? Al minimo campanello di allarme, incuranti dei numeri e dei (rari) richiami alla razionalità, scatta ogni volta la corsa alla ricerca della protezione totale… come se questa fosse realmente ottenibile e controllabile, oltretutto. Certo, c’è una differenza fra l’incoscienza assoluta e l’accettazione dei rischi come parte integrante del nostro essere umani, fra l’istinto naturale di prenderci cura dei nostri cari e l’avversione cieca verso l’untore. Comunque, una vita asettica spesa alla ricerca ossessiva dell’illusione di essere al sicuro da tutto, a costo della propria umanità, è una non-vita. È anche poco dignitosa, a dirla tutta.

Oggi tocca al Novel-Coronavirus, domani chissà, ma il copione è sempre lo stesso. Ogni momento di diffidenza, ogni ripetizione di notizie esageratamente amplificate, ogni atto di razzismo più o meno velato, ogni gesto di egoismo o di crudeltà verso i più deboli (inclusi gli animali come si è visto in questi giorni), sono responsabilità di tutti. Siamo noi il peggior virus dell’umanità quando scegliamo di comportarci così.

Il resto sono scuse.

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