Quanto ci piace mangiare

da Mar 6, 2016Lifestyle

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*Nella foto, Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, 1954

Non c’è nulla da fare: a noi Italiani piace mangiare. Sebbene la Ferilli nazionale, in una nota pubblicità di divani (non è che non voglio dire il nome della marca per non fare pubblicità, è che proprio non me lo ricordo), diceva “ah, quanto ci piace chiacchierare”, in realtà sono sempre più convinta che a noi Italiani, in primis e pure in secundis e facciamo anche per il dolce, piaccia mangiare. E tutto quello che ci gira intorno.

Vogliamo negare forse che le nostre valigie al ritorno dalle vacanze/trasferte in Italia contengano più chili di cibo che di vestiario? O che i nostri ospiti siano tassativamente costretti a portare in dono viveri e cibi di difficile reperibilità? Ogni volta che sono in uscita dall’aeroporto ho l’ansia che mi fermino e mi confischino la coscia di prosciutto sapientemente nascosta nel maglione di lana.

La cosa che più mi sconvolge, forse, è quanto miei amici “non italiani” non abbiano questa smania di avere la dispensa piena di cibi non reperibili in loco. Uno di loro mi ha chiesto se per caso noi italiani usiamo tutto questo cibo come merce di scambio, modello baratto. Lui rideva, ma non sa quanto spesso sia vero. I post di richieste di cibo o su dove trovarlo si sono susseguiti per mesi, forse anni, nei vari gruppi di Facebook e, in caso di risposta negativa, ho visto gente cadere nello sconforto e consumare, per consolarsi, l’ultimo pacco di Pan di Stelle della dispensa (e confermo, per chi fosse appena arrivato: la Mulino Bianco a Dubai non c’è).

Ma c’è una novità. Una notizia talmente importante da fare il giro delle bocche di tutti gli italiani presenti sul territorio. Fiato alle trombe: sono arrivati i prodotti della Coop. E via, tutti a fare rifornimento neanche dovesse arrivare la Terza Guerra Mondiale. Ma purtroppo noi italiani non possiamo farci nulla, quando si tratta di cibo siamo sempre in prima fila e a questo genere di “eventi mondani” non possiamo rinunciare. E così le pagine di Facebook di amici si sono animate di foto dove spiccavano in bella mostra i recenti acquisti fatti alla Union Coop in Al Wasl Road (la location è stata chiesta talmente tante volte che il mio navigatore si rifiuta di postarvela). Neanche patissimo la fame.

Se da una parte ho visto/letto di come questa cosa sia considerabile al pari della firma di un trattato internazionale per la tutela dei diritti umani (che poi, secondo me, tante persone in Italia non hanno mai comprato prodotti a marchio Coop, ma qui non puoi esimerti per non rischiare di essere out), altri hanno fatto l’altra cosa che a noi italiani piace tanto: lamentarsi. “Costa troppo”, “i prodotti Coop hanno una scarsa qualità”, “eh ma non hanno la Mulino Bianco (e due!)”, “tanto avranno quei prodotti solo per qualche settimana poi andranno fuori produzione come sempre a Dubai”, etc etc.

Non saremo mai felici…o non saremo mai felici finché non potremo comprare i Pan di Stelle. Ma, tralasciando il fatto che ora, se voglio, posso bere un freschissimo succo di frutta alla pera, che considero un’importante conquista visto il mio amore spassionato per questa bevanda, Dubai offre un’ampia scelta di ristoranti e pizzerie italiane (o presunte tali) che soddisfano l’attimo di “vogliadicibodellanonna” che ti prende dopo un po’ che sei qui: non possiamo negare di essere partiti dicendo “ah, io non cenerò mai in un ristorante italiano. Solo cucina etnica o locale” ed aver miseramente ceduto al primo invito a mangiare una pizza.

Sfortunatamente, ho anche conosciuto gente che non hanno mai messo la “lingua” fuori da un ristorante italiano e che continua incessantemente a mangiare solo quello: fatevelo dire, non sapete che vi perdete. Non proverete mai l’ebbrezza di mangiare indiano o pakistano (e le sue “devastanti” conseguenze per il successivo odore corporeo), non tenterete la sorte della piccantezza del messicano o dell’eritreo, o la raffinatezza della cucina francese (mi volete dire che la zuppa di cipolle servita in una pagnotta di pane appena fatta non vi fa gola?) o la gioia infinita davanti ad una ceviche dal peruviano. Certo, quando vado nei ristoranti che fanno cucina americana mi faccio un po’ schifo da sola, ma come ha detto una mia amica in visita “se non ti fai almeno una vera cheesecake nella vita, che hai vissuto a fare?”.

Se poi ci sono ospiti in visita, non vi dico lo stress che si può provare nel dover sempre cercare un posto che sia all’altezza delle loro papille gustative Made in Italy. Non si accontentino mai di un buon libanese o di un sushi. Allo stesso modo trovo “fastidioso” quello che ha visto tutto, provato tutto, assaggiato tutto e che non si concede mai un peccato di gola cedendo alla pizzeria super consigliata del momento: non ti dico che ti devi mangiare una carbonara (continuo a sentire la mancanza di font luccicante) a Deira, ma una pizza ogni tanto non ha mai ucciso nessuno.

Ma che amiate vivere pericolosamente (e non esagero, la prima volta da Ravi mi ha quasi uccisa), e quindi vi diate alla sperimentazione, o che siate più per il quieto vivere non c’è nulla da fare: a Dubai tutti ingrassiamo all’inizio (qualcuno continua anche dopo, a dire il vero). Sarà l’aria di mare che mette appetito, sarà l’acqua priva di sodio (ebbene sì, ho sentito anche questa, un po’ come mio nonno quando tirò fuori che era ingrassato per colpa della polvere per fare il brodo che usava la nonna), sarà che c’è talmente tanta scelta e varietà di cibo che quando arriva la prova costume (in pratica 7 mesi l’anno) o punti a una dieta drastica e poco salutare oppure ti rassegni, e decidi che il Mac&Cheese è la via della tua felicità.

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