Romanesco, italiano, inglese

da Apr 9, 2019Lifestyle

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Da qualche giorno rimbalza fra le pagine della carta stampata e su Internet il commento caustico di Elena Stancanelli su “Simone di Torre Maura”, il ragazzo divenuto celebre per il confronto in romanesco con gli esponenti di Casa Pound. Sarà pure coraggioso, ma non sa parlare italiano: è così che viene liquidato l’intervento del quindicenne, che pure con lucidità e maturità ha rintuzzato slogan e frasi fatte che gli venivano propinate. Al che, sono partiti il coro di ironie sul dialetto romanesco da una parte, e la levata di scudi a dimostrare che in realtà il giovane l’italiano lo sa, e che a scuola è bravissimo, dall’altra. Si è insomma “spostato” il problema, tanto per cambiare.

Ora, che avere una base solida di cultura che comprenda anche il saper comunicare sia importante e utile nella vita non lo mette in discussione nessuno, anzi. Ma davvero viviamo ancora nell’epoca in cui l’Abc imparato a scuola determina cosa saremo “da grandi”? Davvero, ancora oggi, nel mondo globale e globalizzato del 2019, un accento o un dialetto – peraltro scelti di proposito per mettersi al livello dell’interlocutore dimostrando capacità di dialogo non banali, alla faccia dei detrattori – diventano più importanti del messaggio trasmesso?

In un vecchio racconto del Mondo Piccolo di Guareschi, il Cristo sull’altare rimproverava Don Camillo. Don Camillo, nel fervore di una polemica politica aveva infatti scritto “Asino!” a margine di un manifesto sgangherato redatto da Peppone. Il Cristo lo redarguiva così: “Don Camillo, tu bari! Chi manca d’una gamba non la può acquistare: chi non sa la grammatica la può imparare”. Ovvero: sono le idee ciò che conta, non la forma, e se la forma si può comunque sempre apprendere, le idee, quando mancano, non possono essere create dal nulla; di certo le battutine a distanza non aiutano nessuno. Semmai, per riprendere le parole del Cristo sull’altare, “se tu conosci colui che ha scritto quelle parole spiegagli che ha agito stoltamente”. Tutto il resto, è una vigliaccata.

Queste riflessioni assumono un valore estremamente particolare per noi che viviamo a Dubai. Qui, dal momento in cui si atterra con l’aereo per la prima volta, perdiamo tutti la parte più superficiale del nostro background generale. I nostri studi scolastici, il modo nel quale parliamo la nostra lingua, accenti, dialetti, proprietà di linguaggio e quant’altro vengono a cadere e ci ritroviamo tutti a sguazzare in questa specie di inglese-esperanto tipico dei posti gremiti di espatriati, expat o migranti che dir si voglia. A maggior ragione in un Paese con oltre l’80% della popolazione composta da stranieri non residenti, la diatriba su dialetti e dizione perfetta sembra davvero lontana, obsoleta anche. Una forma di snobismo un po’ stantia al confine con il pregiudizio.

Per esempio: inconsciamente io ho sempre contato molto sul mio modo di parlare, e arrivare qui è stato per molti versi anche un bagno di umiltà. Straniera fra stranieri, con un inglese dignitoso ma non perfetto, mi è completamente venuta a mancare la base linguistica sulla quale ho sempre contato e che per certi versi mi ha sempre qualificata fra estranei dopo le prime battute scambiate. Al contrario, mi sono resa conto che quello che davvero conta è ciò che si vuol dire e come lo si vuol dire, e la disponibilità ad ascoltare e capire dell’interlocutore. In un posto nel quale, a volte anche fra professionisti di livello, parlare un inglese eccessivamente forbito o fare riferimenti incentrati sulla propria cultura di partenza – anche pop – crea incomprensioni, si impara ad andare direttamente all’osso.

È a questo punto che si comprende come il nostro vero bagaglio personale non sia costituito dalla conoscenza della grammatica fine a se stessa, o dalla pronuncia perfetta, o dal numero di termini di vocabolario acquisiti: ciò che fa la differenza è la capacità di formulare pensieri di senso compiuto, la logica, l’apertura a nuovi mondi, la curiosità, la voglia di imparare e andare oltre. Allora sì che chi vuole può decidere di studiare o approfondire ciò che meglio desidera. Perché, appunto, certe cose come la capacità di pensare non si possono acquistare, mentre la grammatica si fa sempre a tempo a impararla.

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