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da Apr 23, 2019Lifestyle

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È curioso come cambi il senso di appartenenza al proprio Paese di origine dopo un po’ che si vive a Dubai. Da un lato si tende a far maggiormente riferimento alle radici: per esempio diventiamo ossessionati dalla ricerca dei sapori nostrani a tavola e dipendenti da quei prodotti o servizi erogati dai connazionali, rischiando anche a volte fregature solenni e comunque spese spesso sopra la media, pur di sentirci ancora un poco a casa. Dall’altro, si interagisce con persone di ogni Paese, religione, etnia, cultura, lingua e in questo modo acquisiamo una percezione molto più umana e diretta di ciò che succede ovunque, nel bene e nel male. Insomma, diventiamo al contempo più Italiani e più cittadini del mondo, nell’ennesima delle infinite contraddizioni con le quali si impara a convivere trasferendosi qui.

Ogni volta che nella nostra vita quotidiana entriamo a contatto con qualcuno, questa persona e il suo microcosmo non sono più estranei, e quando leggiamo sul giornale notizie relative al suo Paese le sentiamo più nostre perché, bando alle ipocrisie, è assolutamente normale sentirsi molto più coinvolti da fatti che direttamente o indirettamente ci sembrano più vicini. Eventi felici o tragici, dal matrimonio del Principe Harry alla guerra civile, fino all’orrenda strage di Pasqua o al terremoto che ha colpito le Filippine, risuonano molto più profondamente in noi se letti condividendo l’emozione della mamma inglese della compagna di scuola della figlia, lo strazio del medico di famiglia siriano o il dolore del collega dello Sri Lanka. La lista di situazioni che per noi passano da “cronaca estera” a “vicende personali” cresce continuamente al crescere delle persone che conosciamo e che entrano a far parte della nostra cerchia, che si tratti di Kenya, Venezuela, Libia, Nuova Zelanda, Francia o Birmania. E ci sembrano davvero strani e ancor più ridicoli, adesso, quei post di Facebook con il solito incipit “Non ne parla nessuno, ma tutti devono sapere che…”: perché qui se ne parla, eccome. Per esempio se ne parlava proprio ieri alla playdate dei bambini dopo scuola. Per dire.

Per chi non è proprio fatto di coccio, allora, Dubai diventa qualcosa di molto più importante e profondo dei soldi, della sicurezza, dei messaggi marketing che rievocano una “Milano da bere” fuori tempo massimo, dell’andamento degli affitti o delle situazioni sociali a dir poco borderline: Dubai con tutte le sue contraddizioni, che pure ci sono e sono stridenti, diventa la nostra immersione totale nell’umanità, la terapia d’urto per aprire gli occhi e sentirci parte di qualcosa di estremamente interconnesso, senza inizio né fine, senza stranieri né estranei.

Forse un triennio di base a Dubai con eventuale biennio di specializzazione andrebbe imposto a tutti, come lezione di vita. Non illudiamoci: di sicuro molti ne uscirebbero invariati o, per reazione, anche più ottusi e dotati di paraocchi più spessi di prima, ma probabilmente tanti altri vedrebbero ampliate le proprie vedute e il proprio modo di sentire e percepire gli altri. Dubai come scuola obbligatoria di empatia senza confini. Ce ne sarebbe davvero tanto bisogno in questo mondo che sembra scivolare lentamente verso l’indifferenza collettiva.

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