Una giornata nella vecchia Dubai

da Gen 31, 2018Lifestyle

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“Gli Italiani quando vengono qui chiedono di vedere Dubai Marina, il Burj Al Arab e gli hotel di lusso e poi quando tornano a casa si lamentano che Dubai è finta e fatta di soli grattacieli!”: questa battuta mi venne detta molti anni fa da un conoscente del posto, stupito della mia richiesta di vedere qualcosa che somigliasse a un “centro storico” di Dubai, e contiene un fondo di verità.

Ci sono alcuni quartieri nei quali non sempre gli expat occidentali si addentrano ed è un peccato perché sono quelle le zone più sorprendenti della città. Mi riferisco ai quartieri della città vecchia, come la vivacissima Bur Dubai (che letteralmente significa Dubai continentale, per distinguerla da Deira e Jumeira), i quartieri storici di Al Fahidi, Bastakyia e Shindagha. E naturalmente il Creek, ossia l’insenatura attorno alla quale si è originariamente sviluppata la vita economica di Dubai: sede della popolarissima stazione degli “abra” o taxi d’acqua che conducono dall’altra parte nell’altrettanto vivace e popolosa Deira – con i celebri e bellissimi souk dell’oro, delle stoffe, delle spezie – il Creek è noto per la zona pittoresca del vecchio porto (Port Saeed) nella quale è possibile ammirare i “dhow”, cioè i sambuchi per il trasporto merci tipici delle zone del Golfo Arabo e del Mar Rosso, con la struttura in legno lavorato dipinto di bianco e turchese, che fanno la spola con l’Iran scaricando di tutto e di più ancora oggi, nonostante da anni le attività maggiori siano in grandissima parte concentrate su Port Rashid e Jebel Ali.

All’epoca la mia prima visita ai quartieri storici fu interessante, ma per certi versi deludente. Per quanto molto belle e di indiscutibile fascino, Bastakyia e Shindagha sembravano villaggi fantasma, semivuoti e con edifici in gran parte inagibili o inutilizzati. Il mio conoscente mi spiegò che per forza di cose qui la conservazione architettonica è un concetto ben diverso da quello al quale siamo abituati noi: restaurare significa spesso ricostruire, perché quasi niente rimane degli edifici del passato a causa dell’inclemenza del clima e dei materiali molto poco duraturi utilizzati nelle epoche antiche (fondamentalmente acqua e sabbia mescolati per le case dei meno abbienti, a cui si aggiungevano blocchi di corallo isolante, conchiglie, fusti di foglie di palma e prezioso legno importato da India, Pakistan e Africa per le famiglie più ricche) e che mantenere cultura e tradizioni di fatto significa tramandare le tecniche costruttive e riprodurle fedelmente per ricreare un ambiente il più possibile uguale, simile o almeno verosimile, rispetto al passato.

Pur comprendendo e apprezzando perfettamente questa spiegazione, feci fatica a convincermene davvero, soprattutto perché ero ben consapevole del fatto che in realtà, oltre all’azione del clima e degli agenti atmosferici, negli anni Settanta e Ottanta sono stati decisi ed effettuati pesanti interventi di demolizione nei quartieri più vecchi per far spazio alle costruzioni moderne: nel 1989 le autorità di Dubai avevano addirittura decretato la demolizione della stessa Bastakyia. Solo la protesta stupita del Principe Carlo d’Inghilterra, per coincidenza in visita ufficiale negli Emirati proprio poco prima dell’inizio dei lavori delle ruspe, fece loro cambiare idea; i progetti di espansione previsti vennero annullati per intraprendere da quel momento il lungo e serio percorso di recupero e valorizzazione che continua ancora oggi.

Ecco così che siamo arrivati agli incantevoli quartieri storici, restaurati o ricostruiti, come ci appaiono ora: i “sikka” (vicoli) selciati e le scalette si insinuano fra edifici bassi color sabbia con finestre, porte e balaustre in legno dalle decorazioni tipiche e torri del vento (alcune funzionanti); i cortili interni frondosi ricchi d’atmosfera ospitano a sorpresa gallerie d’arte (XVA è forse la più importante e sicuramente fra le più vecchie della città, ma ce ne sono tante altre, alcune molto interessanti, che da qualche anno partecipano regolarmente alla manifestazione artistica denominata appunto Sikka); nel corso della passeggiata si incontrano piccoli ma deliziosi musei come quello del caffè, dei francobolli e delle monete, caffè artistici, bed&breakfast, ottimi ristorantini e tipici locali per fumatori di shisha lungo il Creek; poi l’albero “storico”, ancora vivo e vegeto, è il caso di dirlo, dal 1910 e un raro spaccato di mura originali sopravvissute fino a oggi, oltre a piccoli negozi di oggetti artigianali, tessuti, spezie, incensi e “oud” (legno aromatico). Meritano una sosta il museo di Dubai, che ripercorre nel dettaglio la storia della città con manichini a dimensione reale, reperti e fotografie ospitato nel forte di Al Fahidi di fronte alla moschea, le antiche ex-residenze di persone illustri oggi visitabili e il centro culturale voluto dallo Sceicco Mohammed per la conoscenza e la comprensione reciproca.

Le vie sono molto frequentate, sia da turisti stagionali che dai viaggiatori delle navi da crociera in sosta a Port Rashid, ma non mancano residenti e abitanti del posto: insomma, una zona che ora finalmente appare davvero viva e che consente di respirare un poco di storia anche qui. Addirittura sta nascendo un’area completamente nuova, ma realizzata sempre nel rispetto dello stile tradizionale dell’epoca, affacciata sul Creek con negozi e ristorantini, molto suggestiva, denominata Al Seef.

La città vecchia di Dubai non brilla per facilità di parcheggio. Noi un tempo lasciavamo la macchina nel garage del Carrefour/City Center di Shindagha; oggi sicuramente, a parte l’opzione taxi, è più comodo arrivare in metropolitana e poi spostarsi a piedi e con l’abra o utilizzare i traghetti panoramici del Dubai Water Canal di recente apertura.

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