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da Mar 29, 2021Italian Stories

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Tempo di lettura stimato: 7 minuti

Fabrizio, siciliano, classe ’86, è riuscito a combinare qui le sue due gradi passioni, quella per il calcio e  quella per il suo Paese, e a trasmetterle alle centinaia di bambini della “Juventus Academy”, che vengono da 50 nazioni diverse, tra di loro parlano in inglese ma sul campo urlano “passa, passa” e sognano un viaggio in Italia.

Come sei arrivato negli Emirati e quando?

Sono arrivato nel febbraio del 2012 per uno stage presso un lussuoso albergo di Abu Dhabi, nell’ambito del Master in Economia e Marketing del turismo e comunicazione del territorio della “Luiss Guido Carli”. Un’esperienza molto formativa, anche se poi non ho proseguito sulla strada dell’hospitality, perchè un giorno è arrivata la telefonata che non osavo neanche sognare. il Presidente dell’Enit, l’Ente Nazionale del Turismo, aveva letto la mia tesi e gli era piaciuta al punto da “voler scambiare quattro chiacchiere e delle idee con me”…

Quelle “quattro chiacchiere” si sono trasformate in un progetto di due anni a Dubai: Una sfida entusiasmante, quella di potenziare “Antenna Enit” in questo Paese, gestendo le attività di promozione del turismo italiano nel Medio Oriente e contribuendo ad incrementare i flussi turistici verso l’Italia in generale e EXPO 2015 in particolare.

Perché, alla fine del progetto, hai deciso di fermarti a Dubai?

All’inizio è stata una scelta di carriera: mi sono guardato intorno e ho visto che, da queste parti, se ti impegni e sei disposto a sacrificarti, puoi crescere molto più rapidamente rispetto a quanto potresti fare in Europa, per cui nei primi tempi ho deciso di provare a giocarmi le mie carte per fare più esperienza possibile.  Poi ho riscontrato che la qualità della vita negli Emirati Arabi Uniti è più alta di quanto mi sarei aspettato, e infine c’è stato il “fattore umano”, le persone e gli amici che mi circondano. In una città in cui non è semplice consolidare delle relazioni personali, sono certo che non sarei rimasto così a lungo se non avessi trovato una vera a propria “famiglia” composta da amici veri. Mi rendo conto che non è così usuale, per via della natura stessa della città, per cui mi ritengo molto fortunato.

Quali sono state le maggiori sfide che hai dovuto affrontare?

Nel primo periodo, tornare raramente in Italia e non vedere la mia famiglia è stato davvero difficile. Siamo molto legati e il distacco è stato più duro del previsto. Avevo già vissuto all’estero, sia a Londra che a Vienna, ma distanze e costi molto diversi dei biglietti rendevano le cose decisamente più facili!

Fortunatamente adesso riesco a volare a casa con più regolarità, ma all’inizio è stata durissima. Credo che non mi abituerò mai del tutto perché l’Italia, la mia Casa, la mia famiglia mi mancano sempre di più.

Da un punto di vista professionale, di sfide ce ne sono state tante: il mio lavoro era nel turismo, e mi appassiona tantissimo (portare turisti europei in Medio Oriente e turisti Mediorientali in Europa, specialmente se in Italia, è esattamente quello che avevo sempre voluto fare), ma ho anche sempre avuto il “pallino” del calcio! Ci giocavo fin da bambino, in categorie regionali, nella squadra del mio Paese, la Terranovese. L’ultima partita che ho giocato è stata quella in cui abbiamo vinto il campionato: qualche giorno dopo mi sono laureato e, nella stessa settimana, sono Partito per lavorare a Londra.

Sono tifoso della Juve da tutta la vita, così… inizialmente, con il compianto amico Silvio Cattaneo, avevamo aperto il Juventus fan club, ma poi, insieme al mio socio Mohammed, ci siamo lanciati nella sfida di una vera e propria scuola calcio, legata alla mia squadra del cuore. La “Juventus Academy” è nata nel 2015 e i primi due – tre anni sono stati veramente duri. I sacrifici fatti in quel periodo mi hanno da un lato provato molto, dall’altro molto “formato”, sia a livello professionale che personale.

Non ho comunque mai abbandonato il turismo: ho continuato a fare consulenze, docenze e seminari, e nel 2018 ho aperto il mio tour operator. In una realtà che ne aveva già centinaia, è stata una sfida tostissima, così come lo è stata quella relativa al supporto dato ad Ambasciata e Consolato durante la gestione dei rimpatri a causa del Covid. Quei mesi di inizio pandemia e assistenza volontaria ai connazionali sono stati molto complicati perché, tra i circa mille casi, c’erano diverse situazioni molto complesse e delicate. Il nostro team, in particolare Camilla Francesca Martra che in quel periodo lavorava con noi, ha fatto un super lavoro nel gestire giornalmente i nostri connazionali.

Quali sono state le tue maggiori soddisfazioni?

Se devo trovare un fattore comune, la più grande soddisfazione è quella di aver formato, insieme ai miei soci, degli ottimi team con una grande impronta made in Italy.

Negli anni, diversi professionisti sono cresciuti insieme a noi, altri sono andati via dopo periodi più o meno lunghi, qualcuno ha provato a farci del male e abbiamo avuto anche diverse delusioni personali e professionali, ma siamo sempre riusciti a mettere la persona al centro delle organizzazioni, provando ad essere dinamici, flessibili e aperti al miglioramento costante.

Sicuramente una della più grandi soddisfazioni è stata quella di rappresentare il Paese che amo nel settore che amo e che è anche stato oggetto dei miei studi: il turismo. Porterò sempre nel cuore l’ENIT e anche negli ultimi anni quando sono stato chiamato in causa ho sempre risposto: “presente”! per dare, nel mio piccolo, una mano qui nel GCC.

Sempre in ambito del turismo, una grande soddisfazione è stata quella di essere chiamato a svolgere delle docenze presso le Università “LUISS Guido Carli”, “Ca’ Foscari” di Venezia e “UNINT” a Roma con argomento Tourism Flows: Italy – GCC / Destination Marketing.

E poi, ovviamente, la Juventus Academy: anche in questo caso, quando Mohammed e io l’abbiamo fondata, eravamo due ragazzi con esperienza lavorativa relativa. La sera prima dell’inaugurazione avevamo tante idee, un magazzino con dei palloni da gonfiare, un campo in affitto, tre allenatori e solo sette iscritti, mentre a distanza di sei anni, grazie a un team fantastico, abbiamo sette campi (più quelli estivi indoor) tra Dubai, Abu Dhabi e Ras Al Khaimah, oltre mille iscritti ogni stagione sportiva e più di trenta tra allenatori e amministratori qualificati, quasi tutti italiani ma soprattutto, vediamo, negli occhi dei bambini, la stessa grinta e la stessa felicità che avevamo noi alla loro età. Questo davvero, non ha prezzo! Giocando a calcio, poi, si innamorano della lingua italiana e sognano di andare in vacanza in Italia. Cos’altro chiedere?!

Cosa ami particolarmente di Dubai?

La multiculturalità, prima di tutto. Prima di venire qui ho vissuto per periodi meno prolungati in città come Roma, Londra e Vienna. Londra a parte, è difficile trovare una realtà così varia dal punto di vista della diversità culturale. Questa è una cosa che apprezzo particolarmente e credo che questa città rappresenti perfettamente un esperimento d’incontro fra Oriente ed Occidente, come se fosse, oggi, davvero il “centro del mondo”.

A cosa devi il tuo successo?

Vi ringrazio di cuore per la considerazione, ma credo che negli Emirati Arabi Uniti abbiamo esempi ben più rappresentativi di italiani di successo rispetto al sottoscritto, persone che lavorano in settori meno “appariscenti”. Probabilmente questa percezione di “successo” è dovuta al fatto che opero in due settori considerati cool come il turismo e il calcio.

Certamente sono molto contento di aver scelto di lavorare nei due settori che amo, e lo faccio con vera passione. Nel corso degli anni ho operato nel settore pubblico, in quello privato e infine come imprenditore, scegliendo di fare, per quanto più possibile, esattamente quello che desideravo fare. In questo percorso, ho voluto mantenere un forte legame con l’Italia attraverso una serie di iniziative, progetti personali e imprenditoriali, porgendo sempre attenzione alla collettività. Tengo molto a preservare l’italianità nella mia vita, nei miei progetti e nel mio lavoro, in particolare qui negli Emirati Arabi Uniti. Credo nell’immenso potenziale del “made in Italy” in termini di risorse umane, ingegno, qualità, fattore umano, capacità di creare e mantenere relazioni durature, emozionare e catturare l’interesse, anticipare i desideri e comunicare.

Cosa consiglieresti a un giovane che volesse venire a Dubai a fare il tuo lavoro?

Il calcio e il turismo sono dei settori in espansione qui negli Emirati Arabi Uniti, il mercato è grande e c’è spazio per tutti quelli che lavorano onestamente e con qualità. Consiglierei di provarci e di mettersi in gioco sempre e comunque, tenendo i piedi per terra. Consiglierei di non volere tutto e subito, ma di dimostrare il proprio valore in tutti gli ambiti, prima quelli personali e poi lavorativi.

Inoltre, consiglierei di non fare il passo più lungo della gamba perché, da queste parti, ho visto troppa gente bruciarsi per scelte azzardate. Qui c’è sempre bisogno di gente in gamba che ha voglia di lavorare con passione, di migliorarsi e di migliorare la propria posizione senza sotterfugi o scorciatoie, rispettando sempre chi sta intorno e le opportunità che vengono offerte… Ci vuole tanto per costruirsi una reputazione, ma è molto facile bruciarla in questa grande, ma allo stesso tempo piccola, comunità.

Un saluto ai miei connazionali e un ringraziamento a coloro i quali hanno avuto il coraggio di arrivare fino in fondo a questa lunga intervista. Vi stimo, io non ce l’avrei fatta!

 

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